IL POETA CHE SFIDAVA IL NULLA

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di Gianfranco Blasi

Il 2022 celebra il 100° anniversario della nascita di Pasolini. La Direzione Generale Sistema Paese del Ministero degli Esteri e la Commissione Nazionale Italiana dell’Unesco, in collaborazione con il Centro Studi Pasolini della Cineteca di Bologna, hanno elaborato una prima proposta progettuale per le celebrazioni della ricorrenza. Il progetto affronta l’eclettica produzione dell’intellettuale e artista Pasolini (1922-1975) tra cinema, letteratura, dibattito pubblico e impegno politico.

Figura tra le più dibattute ed emblematiche del suo tempo, Pier Paolo Pasolini rappresenta ancora oggi un punto fermo della cultura italiana e internazionale, grazie alla sua capacità di leggere e anticipare le trasformazioni della società contemporanea che ne fanno un autore tuttora originale e di grande attualità. Mi piace qui introdurre il tema Pasolini, che pure resta caro alla nostra terra, in particolare a Barile e Matera per la scelta di girarvi il suo “Vangelo secondo Matteo”, per scrivere, invece, di due questioni che ritrovo nei miei carteggi e che mi appassionano particolarmente. La prima è nel rapporto dell’intellettuale romano con la poesia e, secondo aspetto, dentro questo microcosmo, il confronto fra lui ed uno dei più grandi poeti dell’umanità, Ezra Pound, che, per inciso, è continua fonte di ispirazione per le mie molto minori pulsioni poetiche.

1) Pasolini e la poesia

Con il titolo Questo è il mio testamento, il 17 novembre del 1975 escono postume, su «Gente», alcune riflessioni suggerite a Pasolini dagli incontri avuti con il giornalista inglese Peter Dragadze. Il testo è suddiviso in brevi capitoletti. In quello intitolato Scrivo poesie?, Pasolini afferma di non comporre più versi da “due o tre anni” e poi aggiunge: “La poesia richiede che ci sia una società (ossia un ideale destinatario) capace di dialogare con il povero poeta. In Italia una tale società non c’è. C’è un buon popolo ancora simpatico (specie là dove non arrivano i giornali e la televisione) e una piccola élite di borghesi colti e disperati. Ma una società con cui ci si possa mettere in rapporto attraverso la poesia non c’è. (Lo dico perché un poeta deve avere delle illusioni, ma quando le perde non deve illudersi di averle ancora.)”

La natività a Barile

A metà degli anni ’70 si sentiva già il peso destrutturato della società occidentale. A pagarne prezzo fu la poesia di Pier Paolo Pasolini, ma la profezia riguardava la fine della poetica come modo di comunicare. Quasi che la rivelazione fosse nella morte stessa della poesia. Pensate. Il linguaggio poetico diventava inutile nella inconcludenza di una società. Senza armonia fra i corpi sociali, senza luoghi di comunità, probabilmente, senza speranza Pasolini rinunciava a cucire versi. In qualche modo, il poeta che sfida il nulla. Egli sentiva il bisogno di parlare con gli altri, di dialogare. Ma non c’era risposta. Il “povero poeta” coglieva nel caos moderno il silenzio del vuoto di idee, di passioni sincere, emozioni tangibili, illusioni possibili.

È anche vero che i social, rispetto alla televisione che non poteva, nel banalizzare il linguaggio e nel tramortire la purezza dell’informazione, sono stati incredibilmente capaci – forse involontariamente – di non mortificare alcuni linguaggi. Fra questi uno spazio di nicchia lo occupa la poesia di prossimità, di territorio, di comunità. Luoghi intimi, confortevoli dove ci si ritrova per vivere la mistica e l’universalità della poesia. Se pure in scala meno trasversale e mobile dei poeti vissuti fra il ‘700 e i primi del ‘900. La poesia si è presa una piccola rivincita, ha trovato i fogli virtuali del mondo di Internet per sopravvivere in una bolla dove il virus segnalato da Pasolini nei suoi dialoghi con Dragadze non riesce ad entrare. Forse l’ultima illusione possibile della poesia.

Come ha scritto di lui il critico letterario Roberto Galaverni, modenese di nascita, berlinese di adozione, Pasolini non costruisce la vita come fosse un’opera d’arte, ma l’opera d’arte come fosse la vita: questo è Pier Paolo Pasolini, e questa è la sua poesia”. Dunque nessun estetismo, gratuità, finzione, superficialità, gioco. In contrapposizione stilistica con d’Annunzio. Piuttosto, Pasolini percorre lo stesso canale d’indeterminazione reciproca tra letteratura e vita ma nel senso opposto, che è quello del vitalismo, di un atto di poesia che si vorrebbe diretto, intenso, capace di verità, autentico come appunto la vita stessa. Pasolini fa sempre maledettamente sul serio, a cominciare dall’assunzione della sua responsabilità di poeta: verso gli altri, verso se stesso, verso i suoi singoli e sempre integralmente etici gesti di scrittura. Fa così sul serio che la poesia, che pure costituisce per lui il principale dispositivo per pensare e dire la realtà (la poesia è l’unico pezzo dell’organismo Pasolini che non si può togliere senza compromettere il tutto), viene sempre in qualche misura avvertita come inadempiente e, dunque, come colpevole rispetto a qualcosa che resta comunque inespresso. Fino ad abbandonarla … E per un poeta che sull’esaustività del dire, sulla ricerca di una totale estroversione ed affabilità della lingua poetica ha giocato quasi tutte le sue carte, si tratta senza dubbio di una specie di rovello tragico, di cupo controcanto sotteso a ogni verso, come un pugnale piantato nella schiena, a tradimento. Rispetto alla parola poetica, cito ancora Galaverni “la vita – tutta quanta la vita, perché Pasolini niente di meno che questo ha voluto – è destinata a rimanere sempre un passo più in là”.

  1. Pasolini e Ezra Pound

 Nel 2014, in una plaquette edita dal Comune e dall’Università di Bari, sono usciti gli atti del seminario “Il nulla lucente”, tenutosi il 18 giugno 2012 nel capoluogo pugliese su ideazione di Claudio Vino.  Tema del convegno “Il rapporto tra Pasolini e Ezra Pound”, sul quale, insieme al Rettore Corrado Petrocelli, hanno riflettuto  Giuseppe Bonifacino, Pasquale Voza, Francesco Tateo, Mario Sechi, Alvaro Spagnesi, Domenico Notarangelo e Angela Felice. Di quest’ultima riprendo qui di seguito una piccola parte dell’ intervento. La Felice si sofferma in particolare sul significato della nota intervista televisiva del 1967  che mise in contatto Pasolini con Pound, protagonisti di un incontro foriero di una strabiliante sintonia tra poeti agli antipodi, ma anche un memorabile esempio di televisione alternativa:

“In un intervento, rapido e folgorante, apparso sul “Tempo” del  5 aprile 1974, Pasolini si confrontava per un finale sguardo critico con l’opera e il pensiero di Ezra Pound, in particolare con i Cantos CX-CXVII. L’argomento era delicato e incandescente, dentro la stagione italiana degli anni Settanta infiammata dalle contrapposizioni ideologiche. Ma per Pasolini si trattava di conciliare e giustificare l’ammirazione per le “incantevoli ecolalie” del poeta, fonti anche di lettura “inebriante”(così scriveva in un altro appunto del 1973, sempre apparso sul “Tempo” e di poco precedente) , con le posizioni politiche che Pound aveva assunto nella sua vita. Poteva dunque fiorire il prodigio linguistico di una poesia coltissima, vertiginosa e contaminata di oralità anche sul terreno avversario della destra più radicale?”

Fin qui il dilemma espresso dalla Felici. In realtà possiamo aggiungere che Pasolini trovò una risposta, mettendo in campo la sfida del suo pensiero, sempre inappartenente  e liberamente disorganico. Si spinse anzi fino a rintracciare provocatori ma mai equivoci fili di parentela tra sé e quella sorta di monumentale e ingombrante padre statunitense.

Pound, dunque, aveva potuto lanciare la sua tumultuosa “chiacchiera al cosmo” in conseguenza e in virtù di una traumatica scoperta, che, molto in anticipo sull’Europa, l’aveva reso “inadattabile a questo mondo” e isolato in un altrove di esule visionario. “

Con abnorme precocità”, il Pound cantore dei pionieri di frontiera aveva compreso cioè l’inconciliabilità  tra il mondo contadino e il mondo industriale, quasi fossero competitori di una sorta di lotta epocale per la sopravvivenza. “L’esistenza dell’uno – commentava Pasolini- vuole dire la morte (la scomparsa) dell’altro”. Quella tragedia storica, intuita da Pound già sul suolo degli States ma verificata poi in Europa, poteva dunque con legittimità fondante porsi  alla radice, più o meno consapevole, di un pensiero e di una scrittura proiettati all’indietro e tesi alla venerazione di un mitico passato rurale delle origini, da contrapporre a contraggenio al presente borghese e alle sue devastanti derive capitalistiche e plutocratiche.  Ed era dunque su quei presupposti che si poteva collocare l’adesione poundiana al fascismo, da lui evocato come  “progresso conservatore”,  ma anche come ultima possibilità di sfuggire al controllo sociale da parte del potere finanziario e ultracapitalista annidato nel mondo moderno.

 

“Dato dunque a Cesare quel che è di Cesare e piantati i paletti utili a marcare i necessari confini – è ancora la Felici a parlare – a metà degli anni Settanta Pasolini regolò i conti con la complessità controversa di quel colosso  della poesia del ‘900, finendo per sovrapporvi la propria fisionomia di intellettuale corsaro e per leggervi in filigrana il motivo condiviso di una comune polemica radicale contro la modernità, responsabile di sviluppo senza progresso e, negli esiti ultimi, di un (irreversibile?) genocidio culturale.

 

Ho spesso riflettuto, e l’ho anche scritto nel mio intervento nel libro di un giovane e brillante poeta lucano come Andrea Galgano, sul dialogo fra Pound e Pasolini. Con tutte le proporzioni del caso, ma anche con una mia personale e ambiziosa valutazione, nella poesia del Galgano ho incrociato proprio il complesso itinerario pasoliniano di avvicinamento a Pound. In particolare ho pensato esattamente all’incontro fra Pasolini e Pound a Venezia e al momento iniziale dell’intervista del più giovane intellettuale italiano all’anziano vate americano. Pasolini in apertura dichiara la resa delle armi e va alla ricerca del dialogo, personalizzando per questo il primo verso della poesia poundiana  Patto e sostituendo il nome dello stesso Ezra a quello originario di Walt Whitman.

Stringo un patto con te, Walt Whitman:
ti ho detestato ormai per troppo tempo.
Vengo a te come un figlio cresciuto
che ha avuto un padre dalla testa dura;
or sono abbastanza grande per fare amicizia.
Fosti tu ad abbattere il nuovo legno,
ora è tempo d’intagliarlo.
Abbiamo un solo fusto e una sola radice:
ristabiliamo commercio tra noi.

Appunto, “stringo un patto con te, Ezra Pound”.Con onestà d’approccio, – chiosa la Felici – era tanto un marcare le differenze e un dichiarare le ragioni di antiche avversioni, quanto un ribadire la volontà di superare le pregiudiziali diffidenze e un aprirsi  alla sincerità del confronto autentico”.

La risposta di Pound non si fece attendere, quanto alla condivisione di un analogo spirito di  disponibilità: “Bene … -disse-  Amici, allora … Pax tibi”. Avviata da queste premesse  -di ascolto assorto, per il vecchio patriarca; di riverenza mite e visibilmente emozionata, per il più giovane sodale in versi-, non scattò dunque alcuna polemica e anzi lo scambio di parole e sguardi si dipanò nei modi pacati dell’incontro pensoso, come per un passaggio di testimone ideale tra generazioni poetiche pur diversamente atteggiate, da un vecchio di severo aspetto, quasi biblico, ad un erede contemporaneo e, lui pure, non conforme. ( IN COPERTINA, PASOLINI CON ANNA MAGNANI)

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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