IL POTERE DEI TIMBRI, POTENZA E LA BUROCRAZIA

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LUCIO TUFANO

LUCIO TUFANO

Tra potere centrale e potere decentrato

 

 

Dove la conquista di un qualsiasi piccolo timbro è l’aspirazione più forte per affermare una tappa della propria scalata, un motivo dell’esistere, un grado del potere, una forma di sicurezza nella mentalità e nella cultura, nello spirito conservatore della borghesia, un’ancora immessa nel mare della tranquillità sociale, una certezza nella promozione del sottoproletario a piccolo borghese.    

Abbiamo già scritto come la polis evolvendosi in città dei divieti e dei favori, delle concessioni e delle dilazioni, diventa sicuro alveo del totalitarismo. In essa la libertà è condizionata, impedita, insidiata alFrancesco_Saverio_Nitti_e_Vittorio_Emanuele_III punto che la democrazia è articolata dalle famiglie, d462293_322821497784269_1450923005_oai padri, dai gruppi di potere che operano dentro le formazioni politiche, dai presidenti e rispettivi consigli di amministrazione, dai capi della burocrazia sparsi negli enti e negli uffici, dai direttori generali, dai notabili del potere urbano, dalla profonda disparità di reddito e di condizione dei cittadini. V’è quindi un crescendo nella “mediocritas totalitaria” dalla “città fascista”, il suo prosieguo nella città democristiana e poi in quella cattocomunista e da questa alla antidemocrazia elettorale e partitica della destra di oggi.

Infatti, non era pensabile che le nuove formazioni avessero potuto o possano, una volta andati al potere in Regione e nelle amministrazioni provinciali e municipali, mutare i connotati di una comunità gravemente contagiata dall’assistenzialismo e dall’inveterata mentalità di aspettativa opportunistica dal basso e11014747_983912371670062_2893498810911826750_n di quella di chi si siede o si è seduto per non sollevarsi più dalle poltrone occupate, proprio perché si tratta di persone che hanno fatto parte del regime precedente e si traghettano 12189568_1068940393167259_1361430198266342078_nda una formazione all’altra. Perciò la città è una realtà da osservare e analizzare per il consenso elettorale che esprime, per le maggioranze che si formano, per le minoranze che si ripudiano, per gli acquitrini che alimentano i partiti minori e le clientele.

Il potere nella “città dei timbri” ha una storia lunga, notevole, complessa, al punto da contrassegnarne, addirittura, il nome. Si è trattato di un potere accessibile negli ultimi decenni, accessibile per professione e per titolo di studio, specialmente per il tramite dei partiti e per logica clientelare. Chi è riuscito a gestirne una sola dose ha poi ottenuto una rendita di tutto rispetto e tutti lo ossequiano, lo salutano con la frase di rito: “disponete pure di me”, oppure con l’epiteto sacro di “onorè!” che non ha più nulla del suo antico significato.

Dagli Intendenti bocostumirbonici ai tipografi di Potenza come Santanello, con il primo Giornale dell’intendenza, si è avuta storicamente l’emissione di notizie visto, si stampi. Sin da allora ha contato per questa città l’informazione del Palazzo come informazione controllata.

            Sorse così una cultura del visto, che ha avuto tutte le sue finestre (articolo di fondo, il titolo, il sottotitolo, il sovratitolo) come nomenclatura del conformismo e dell’elogio. Da allora si dispiegò una lente d’ingrandimento che, da un suo punto focale, vedeva e leggeva i fatti e le vicende sociali nella “trasparenza” dovuta al monocolo del Potere, senza rappresentare tutto il mosaico sociale.

            I regimi si sono limitati al cerimoniale, che hanno disciplinato nei ruoli e nei gradi, creando le gerarchie essenziali. Perfino le missive, i plichi, le lettere e i dispacci, le circolari avevano il proprio quadrupede e un apparato fantino-postino che collegava attraverso stazioni di posta l’Intendente e i Sottointendenti nella geografia dei distretti, il ministro e i prefetti nella geografia delle province: la Calabria Citra e quella Ultra, al di qua dell’Alento e al di là del Cilento, attraverso il Salento, il Gargano, la Capitanata, la Terra d’Otranto, l’Abruzzo e il Molise.419540_413839905349094_1116096273_n

            Il Potere Occhiuto, perché intrigante e penetrante, con i dispacci e le note informative seguiva con il passo dei guardaboschi e delle guardie rurali il bric-à-brac, (bricconate, bracconate) sulle tracce delle ruote di carrozza e dei carritelli di posta, delle diligenze viaggiatori. “Nulla Osta” per andare nelle province del Regno: si faceva testamento e si otteneva la scorta. Timbro e “carta bianca”, per il governatore e, ove si attestava il potere, s’invitavano gli altri a fornire ogni aiuto al delegato. Così il potere centrale delegava i propri poteri al sottopotere, il potere centrale a corto di programmi delegava altri a redigerli su “carta bianca”.  Gli insuccessi timbrati del delegato ricadevano sulla testa di questi, i successi invece tornavano al committente di potere. È così che il potere li ha sempre accompagnati amichevolmente e con le manette e schiavettoni, annotando vizi e virtù pubbliche e private. E così che sorse l’Ufficio Sorveglianza, i fogli di via e di rientro regolarmente timbrati, lettere con il sigillo di  Sua Eccellenza per decurioni e si12038410_949672611765818_1862987152435542227_nndaci, di monsignori ad altri monsignori. 

            In tutta la vicenda del potere, il pubblico potere come padre, quello come figlio, nelle sue lente metamorfosi, da quello verticale a quello più o meno orizzontale, da quello centrale a quello decentrato, da quello a piramide stretta a quello a sorta di scettro, un solo strumento in una città ministerialista, terziaria e del pubblico impiego, ha sollecitato e ricordato a tutti il concetto stesso del potere, la sua effige e sacralità.

            In una lunga tradizione di conformismi e di omertà, le storie dell’atto pubblico o amministrativo hanno segnato il vigore e l’energia, la validità, l’efficienza, il merito, la legittimità, l’effetto …

            Significati e funzioni dell’oggetto più autoritario, più efficace nella storia delle articolazioni e trasmissioni d’imperio, il timbro, dal francese “timbre” (per la forma rotonda del tamburo), è un arnese di gomma e di metallo, recante una scritta in rilievo, il dictat, il permesso, il divieto che si spalma, in superficie d’inchiostro per imprimere la connotazione del potere redigente. La gestione e pulitura dei timbri con spazzola di ferro e miscela di gasolio misto a gocce di petrolio erano affidate a un particolare personaggio burocrate, commesso capo o direttore, incaricato anche di cambiare ogni mezzora l’orario e ogni mattina la data, perché il destino degli umani avesse tempi e luoghi puntuali per essere sollecitato o deviato sulla carta.11014747_983912371670062_2893498810911826750_n

Operazione esclusiva e fondamentale che convalida l’atto, quella del timbro è stata considerata sempre imprescindibile dalla specie di potere e di autorità che la produce. Non c’è timbro senza potere, non v’è stato potere senza timbro.

            Ed è vero, da Gogol al computer, le nevrosi freudiane hanno costituito vicende e situazioni in cui i singoli sono stati catturati nel loro bisogno di sopravvivenza nel lungo, continuo e mai interrotto processo di produzione cartacea.

            Per questo occorrerebbe scrivere una storia del potere scritto, effigiato, siglato, del bollo, una storia del potere bollato, emanato, decretato, ordinato, ma anche la storia di una coabitazione intermittente tra politica, burocrazia e impiegati, della burocrazia come veicolo, corridoio, finestra, governatorato, anticamera, rappresentanza locale del governo centrale, ma anche di quello che gli uffici hanno rappresentato rispetto alla campagna e al popolo.

            La sacrale investitura veniva dal Sovrano, una condizione eccelsa di supremazia e d’immunità. Agli occhi di tutti, le croci e i nastri erano decoro della Patria, attestati della considerazione regia, amuleti, mitiche simbologie di un pettoricettacolo della totalità, di una mente onnisciente, di un torace-armadio, che proteggeva dal fisco, dagli strali maligni del destino, donde le malinconiche stranezze dei sudditi legate al foglio matricolare, al servizio di leva e alle chiamate in guerra, al casellario giudiziale, al fascicolo personale, …

            Di qui l’altezza dei prefetti, la magnanima autorità, la distinzione e la signorilità, il profumo dei prefetti, il taglio impeccabile degli abiti, il cappotto con il collo di pelliccia, le ghette, il tight ministerialista, il fumo dei prefetti, bocchino e caramella, collo inamidato, guanti e bastone, balcone con tende a ricami, scrivanie, riserbo e discrezione, incedere negli incartamenti, cablogrammi e corrispondenza con gli “Interni”, riservata dei prefetti, telegrammi e telefonate ai Municipi.

            Nella tarda serata del tre gennaio 1884, il passo felpato di una volpe, bombetta del Ministero, il bastone animato da un teschio d’avorio e dal timbro ufficiale di governo, intabarrato nel cappotto grigio, alle spalle carrozze evanescenti dai finestrini di luce fioca, semisommerso nei cordoni di chiaro vapore, mezzo busto da medaglione, sull’601303_366630980069987_942544839_nunico binario è arrivato Alessandro Magno, un prefetto nuovo di zecca.

            Una nera cinghia di passanti si snoda su per i bianchi tornanti che portano alle flebili luci del centro, alla “Trattoria dei Fiori”, dove si scoprono i volti del sindaco, dei componenti della giunta, della deputazione provinciale, del consigliere delegato, del maggiore dei reali carabinieri, del consigliere di piesse. Nel palazzo il saluto dei suoi impiegati dipendenti, ai quali mostra il codice e le lettere, la sigla insomma del suo timbro con lo scudetto dei Savoia.

            Dall’Unità d’Italia venti erano stati i prefetti venuti a Potenza con il loro profumo, le loro ghette e il loro timbro. Quaranta ebbe il merito, con un colpo di timbro, di realizzare il Manicomio e il palazzo degli Uffici governativi – una sorta di vasi comunicanti per gli impiegati che impazzivano o per i capi uffici infuriati. Quaranta, “di animo schietto, di carattere franco e leale, apertamente imprime il suo timbro sugli atti a lui sottoposti, sempre diritto, preciso, ispirato al pubblico bene”.

            Egli non tollerò nel suo palazzo il commissario civile istituito con la legge speciale Zanardelli del 1904 per l’esecuzione delle opere pubbliche e subito assorbì in sè quelle competenze. I potentini videro crescere ancor più “per frenetico reperimento di timbri e scrivanie – afferma la stampa dell’epoca – il palazzo del Governo rispetto al palazzo di Zì Pupo, come veniva denominata la sede del Municipio. Il potente e terribile Quaranta, dal quale, pare, scaturisse il sanitario provvedimento della “quarantena”, accentrò tutte le funzioni, vigilava su tutto, osteggiava o favoriva le elezioni. Dietro la sua ombra si profilava l’autorità dello Stato Centrale”. Disponeva della gran massa dei voti degli impiegati e delle clientele da gettare di volta in volta nelle elezioni.

            Il prefetto fascista Avenanti invece indossava raramente il suo attillato pastrano nero e lucido, lungo fino a metà gamba, con doppia fila di bottoni di oro che non si fermavano alla cintola, il dorato aquilotto sul fez piumato, i gambali con gli speroni e i guanti: ma lo faceva nelle occasioni importanti, quando doveva ricordare, specialmente ai gregari, agli impiegati e ai camerati tutti che egli era anche Console generale della Mi11707590_1012621648799134_1658096439062568462_n (1)lizia. Del resto qualunque fosse il genere del suo abbigliamento, la sua temerarietà, la sua straordinaria energia, il grado di efficienza, il suo fanatismo, chiaramente s’intuiva quale tipo d’identità, assoluta e impegnata, vi fosse tra il suo personaggio e il Fascismo (di qui il carisma). In lui, la forma era un’altisonante decorazione della sostanza, e i “fogli d’ordine”, regolarmente timbrati, ebbero sempre pedissequa e tempestiva applicazione nella città e nella provincia, specie per quanto riguardava il nuovo stile di vita, il costume fascista e il dovere dei cittadini.

            Una scatoletta metallica di argento, ottenuta in regalo da Starace in occasione della sua nomina nella città di Potenza e che mostrava ai pochi intimi confidando loro con sussiego che il vero strumento del potere era lì custodito nel suo panciotto racchiudeva un piccolo timbro (il logo del regime). Avenanti lasciò una profonda impronta in una città che naturalmente lo accettò così come appariva, grazie ad una sua masochistica capacità di subire, senza evidenti sintomi di insofferenza, tutti i fenomeni del potere. I pochi meriti del prefetto politico e di polizia, Giuseppe Avenanti, forse furono posti in ombra dalla sua mania di essere factotum, energumeno, amministratore di giustizia, protagonista di ogni situazione da reprimere o da modificare, dal suo fervente culto della fraseologia fascista e dalle sue velleità di punire tutti coloro che, impiegati, operai, borghesi, fossero dediti alla mormorazione. A tutti il prefetto infliggeva il suo segno indelebile.

            Una folla di professionisti presso la libreria Marchesiello si era accalcata per giorni al fine di acquistare un nuovo oggetto tascabile ormai “simbolo portafortuna” del potere maschilista e distintivo del regime, al riparo da eventuale discrimine politico.

            Il potere dei prefetti, quello degli Intendenti, dei Provveditori, dei Procuratori era un potere centrale, espressione del potere di Roma, e attorno ad esso, qui nella città di provincia, vi era un vuoto, un vuoto di potere, colmato solo da una sudditanza timida e ossequiosa. Tutti erano intenti a procurarsi il sostentamento per vivere. Nessuno pensava al potere se non per subirlo … quando è arrivata la democrazia, lo sviluppo, una certa tranquillità e la soddisfazione dei bisogni primari, tutti pensarono di poter colmare il vuoto di potere e di riscattarsi dall’infima condizione di sudditi.

            Ci sono riusciti in moltissimi a esercitare un frammento di quel potere che prima era accentrato e di passaggio.

            Quaranta era il messo di Roma, Avenanti anche. Padri del potere, tenevano un rapporto con la città soltanto funzionale. Tra le altre, vi fu la nuova fame, quella di potere, l’ambizione dei sudditi a comandare, la velleità degli spettatori di poter diventare attori. Quaranta era il potere centrale, cento e più di cento i poteri della democrazia di provincia. Quella solenne autorità centrale, che inviava il suo rappresentante nelle provincie, diventò potere sempre più decentrato. Si trasferì così una nuova centralità nella periferia, con l’investitura di nuovi poteri locali e quindi le suggestioni, le subordinazioni e le gravitazioni di un nuovo potere più riavvicinato, e che abitava nel portone affianco. Quando il teatro della nuova centralità si trasferì da noi, il potere non fu più provvisorio e di passaggio ma residente e stabile, quasi ossessivo, perfino in conflitto con quello centrale. Quel potere, che prima attraversava lo schermo di provincia, divenne di origine controllata, potere doc, non controllabile però nella sua qualità e nei suoi risultati, e quindi non alieno da adulterazioni e passioni localiste. Con la caduta della centralità nazionale e con l’avvento del potere decentrato cadde il potere del Prefetto-padre.17155236_1328680983864977_8814372208171257741_n

            Non si poté fare a meno del timbro neppure quando tale potere ebbe bisogno del consenso, anzi con il clientelismo selvaggio si acuirono le esigenze dei cittadini e aumentarono all’inverosimile gli interventi del potere. Il potere proliferò in tantissimi altri poteri: gli onorevoli, i presidenti, i vicepresidenti, gli assessori. I sindaci, cinsero la fascia tricolore nelle cerimonie ufficiali, rilasciando con apposito timbro licenze e autorizzazioni, tutte le certezze e le certificazioni di cui i cittadini ebbero bisogno, gli stati civili, la residenza, i posti di lavoro e di vendita, loculi perpetui. Sovrani di piccoli stati ebbero la facoltà di emettere ordinanze sull’igiene, sulla salute, sui mercati nelle contravvenzioni per il traffico e per il posteggio.

            Ecco quindi che il timbro ha ottenuto un sempre più frenetico impiego, assumendo significato e diventando metafora di un potere maschilista e politico: il timbro della voce, la gutturale del potere, il timbro di una razza, di una condizione, dell’emarginazione come costante geografica, di anagrafe e di censo, marchio di anonimo destino senza successo televisivo o finanziario, né politico, senza mercato per il proprio talento, senza imprimatur della sottostoria.

            È col timbro che si è legato il destino di tanti alla supremazia e alla sopravvivenza del potere, si è acceso il riscatto del nuovo vassallaggio, dei multipli e dei sottomultipli, si è consumato lo ius secundae atque tertiae noctis, lo ius vitae ac necis, ripristinando le condizioni medioevali dell’assidua soggezione al potere.

            Il potere ha affondato sempre più le sue radici nel fertile terreno della costanza del bisogno, in una sempre più sua frequente certificazione, le sue sindromi: la sindrome di Edipo, (del padre e del figlio) quella egemone e quella subalterna, a seconda di chi lo imprime o di chi ne è destinatario, la nevrosi (paura di perderlo o paura di subirlo), quella di fedeltà o di infedeltà gregaria, o del gregario che si fregia delle attenzioni e delle amicizie dell’onorevole, di discontinuità (quando il timbro manca o è poco leggibile), la sindrome dilatoria o dell’anticamera … (il piacere di fare attendere il postulante, o chiunque, l’aspettativa della soluzione  di un problema), la sindrome di Narciso, derivante dalla antica sindrome numismatica, la sindrome delle preferenze elettorali, il paternalismo e l’adozionismo o comparizio.

            Si andava formando un clima di demoprotezione di massa, un potere piramidale come sempre, ma più diffuso, alimentato da un consenso di massa. Era la “tirannide dei gelsomini”, il potere del bianco fiore, della maggioranza, dove il concetto di tiranno in chiave di democrazia, richiama quello della Grecia antica. Si trattò di una tirannide soffice, silenziosa, ovattata di premure e di cortese indifferenza paternalistica ad personam e ad familiam.

            È qui che il36560_326180670781685_606597708_n timbro, usato indiscriminatamente, ha proliferato grazie al decentramento, alla frantumazione del Potere che ha fatto moltiplicare all’infinito le ambizioni e le ingordigie, che ha innescato strategie perverse per la cattura del consenso, che ha fatto aumentare le aspettative e  le richieste di maggiore certezza le certificazioni del potere. Il potere è diventato concorrente, cinico più di quello tradizionale, più perfido quello dei figli rispetto a quello severo o semplicemente cattivo del padre, un Potere che ha una tale convinzione di operare e di dire nel giusto, o nel contrario del giusto, che quando dimentica di farlo, la gente pensa comunque ad una strategia, abituata a considerarlo una divinità oracolistica.

            Tutti quelli che ricevettero la facoltà di esprimere la propria libidine con l’imprimere una timbrata, tutti coloro che, detenendolo, si avvalsero di un tale aggeggio per preservarsi dallo scarso consenso elettorale e per conservarsi quanto più a lungo possibile il potere, per comandare e ricevere onori e rispetto, per aumentare il proprio prestigio, per commettere “l’abuso d’ufficio” e qualche reato proprio della Pubblica Amministrazione, furono a loro volta destinatari di altri timbri, quelli impressi negli avvisi di garanzia e nei rinvii a giudizio.

            Alla fine il potere giudiziario decise il destino di quelli che avevano abusato del timbro, quello delle Procure; l’autorità giudiziaria con i suoi sigilli invase la vita pubblica, delegittimando incarichi e poteri con rinvii a giudizio o proscioglimenti.

            Ecco perché il potere plurimo, o quello in frantumi, del Potere insomma in ogni sua manifestazione, è stata, è e sarà sempre espressa da un timbro, nella mimica espressa dalle relazioni correnti e diciamolo pure, tra i due sessi, tra agiato e disagiato, tra ricco e miserabile, tra “sistemato” e disoccupato, tra perbenista e permalis15626488_1258738984192511_8302257887304595690_ota … è entrato nel linguaggio figurato come l’attestazione inequivocabile di un successo, di un potere esercitato, di un dominio acquisito.

È così infine accadde che il potere è stato occupato dalla massa piccolo-borghese e sottoproletaria con titolo di studio e in possesso di timbro. Nessuno più lo vuole mollare per far posto all’altra, la moltitudine, quella degli uomini rimasti in piedi.

E c’è di più, con il potere totalmente decentrato che si è ottenuto dall’autorità legislativa centrale, la facoltà di legiferare sui propri interessi, sulle proprie indennità e prerogative, sui vitalizi, sui rimborsi forfettari, sul rimborso dei viaggi (per scopi istituzionali), sulle spese di rappresentanza, sul sistema sanitario e assicurativo. Su ogni legge e provvedimento o delibera è stato apposto il timbro del potere grazie alle attenuanti giustificazioni di esigenze democratiche e all’immancabile unanimità delle assemblee corporative.

le foto sono tratte da FB ” Potenza D’Epoca”. Il ringraziamento va agli amministratori del profilo e a coloro che vi hanno postato le foto

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

1 commento

  1. Tutte foto prese dalla pagina di Facebook “POTENZA D’EPOCA” e “POTENZA D’EPOCA – LE FOTO PIU’ ANTICHE.
    Almeno una citazione della fonte andrebbe messa…

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