L’unità non basta. Ma l’Umbria non è l’Italia. Forse era un disastro annunciato, forse non lo era, di certo ci saranno conseguenze politiche. Non necessariamente logiche.
Il centrosinistra giallorosso ha perso di ben venti punti la sfida sull’Appennino. La terza Regione rossa è espugnata e gli occhi sono tutti puntati sulla Toscana e sull’Emilia-Romagna. Ma è una reale sconfitta definitiva per l’asse M5s-PD?
Liquidiamo subito il più classico degli argomenti: il famoso peso delle questioni locali. Sì, l’Umbria è un caso molto particolare. Un notevole blocco nel ricambio della classe dirigente, una sacca di disagio nata col terremoto, un flusso sempre crescente di giovani emigranti: le cause strutturali della sconfitta progressista erano note. Era noto anche il casus belli (la caduta della giunta PD… travolta dalle denunce del M5S). Sì, la sconfitta del centrosinistra in Umbria assomiglia a quella del centrosinistra in Basilicata: non è una cartina tornasole del nazionale.
Ha un enorme peso, questo senz’altro. Espugnata una roccaforte, cogliamo un segnale importante: gli strati sociali presidiati dal PCI ripudiano il PD. Non si fidano dei dem, e ripongono le loro speranze altrove. Lo dimostra la geografia e la sociologia elettorale, dappertutto. E anche qui. L’Umbria è soprattutto una diagnosi: la diagnosi della morte del centrosinistra nella popolazione, della sua tradizione in Italia. La DC è morta anni fa, il PCI si consuma in questi mesi.
Ma si sbaglia a ritenere l’Umbria una prognosi. Senz’altro avrà ripercussioni a Roma (Di Maio ritiene “non replicabile” l’esperimento di alleanza… viene da pensare che l’abbia tentato apposta). Però basta poco a capire che formule alternative per contendere il dibattito politico non ce ne sono.
Poche settimane fa il Partito socialista portoghese ha vinto le elezioni in patria. Segnali incoraggianti provengono anche dalla Spagna. In sintesi, i Paesi a noi più vicini (Francia escluda, ma il quadro francese è sempre stato peculiare) dimostrano che l’effetto di politiche sociali forti viene premiato. Se queste politiche ci sono, ovviamente. E maggioranze alternative per realizzarne non ci sono.
Il Paese non darà mai il 60% al centrodestra. Le fasce più deboli della società attendono politiche che ne sostengano reddito, lavoro e prospettive di vita. Queste ricette non arriveranno da destra. E non arriveranno da Renzi e dal centro in genere.
Anche aritmeticamente, è sbagliato ritenere che i moderati si spostano a destra, spaventati dalla sinistra. Il conflitto in società è radicale: e se travaso c’è stato, è un travaso che arriva dal M5S (crollato di oltre 6 punti percentuali).
Rompere col M5s è funzionale a chi nel centro ha paura di politiche di sinistra. O meglio, ha interesse a non attuarle. E anche se senza dubbio il PD e il Movimento hanno bisogno di essere riorganizzati (così come l’area sinistra e parte del centro della coalizione), altre formule competitive con la destra non ci sono. Senz’altro non lo è la formula spostata interamente al centro, escludente il M5S, che rischia di “rigonfiare” i pentastellati fornendo loro (ancora una volta) un terzo spazio in cui congelare i loro consensi.
Il centrosinistra si trova nella sgradevole condizione del non sapere “chi fa cosa”. Chi sono gli elettori di riferimento di ciascun partito? Qual è la coalizione sociale che deve rispecchiare la coalizione di partiti, cosa la unisce, quale ricetta la soddisfa?
Sul lungo periodo sembra delinearsi un “carro a 4 ruote”. Un superamento del PD e uno del M5S, troppo post-ideologici per sopravvivere, costretto inevitabilmente ciascuno a riorganizzarsi attorno a identità più definite e assorbendo i corpuscoli che gravitano loro attorno. Un arricchimento (se così si può parlare) di IV, destinata a inglobare i rottami democristiani e liberali che si affastellano al centro (ma senza grosse ambizioni). Una riorganizzazione del pulviscolo rosso, che non potrà rassegnarsi per sempre all’irrilevanza.
Questi i fenomeni partitici che sembrano essere innescati. Non dall’Umbria, ma da prima e per dopo. Ciò che getta ombre su questo sviluppo razionale è la schiera di leader inadeguati. Di Maio troppo ingombrante e incoerente con un (necessario) nuovo corso pentastellato. Zingaretti troppo timido e conservatore di un partito ormai ambiguo. Renzi troppo innamorato di se stesso e delle sue politiche economiche per realizzare la necessità di una coalizione socialdemocratica. E infine il coacervo di Fratoianni, Acerbo, Carofalo e vari, che paiono tutti dediti al bivio “Irrilevanza o Confluenza nel PD”, troppo affezionati a questo bivio per costruire davvero un piccolo polo rosso.
Forse ci saranno equilibrismi a Roma, forse ci saranno scossoni al Governo. Ma gli sfruttati contrapposti, gli studenti, le minoranze, i terzultimi, penultimi ed ultimi non smetteranno di votare Salvini in nome dell’unità o dei posti da ministro e sottosegretario. Cambieranno il voto se vedranno nella coalizione un segno tangibile di miglioramento delle proprie esistenze.
Diciamo la verità: finora il Governo è stato molto timido. Forse non aveva i soldi per fare altrimenti. Ma l’unico ad aver concluso qualcosa (anche se, come molti ritengono, di terribile) era stato Salvini. E o si cancella questa impressione, o camperà di rendita cent’anni.