Le mattine in cui mi trovo a prendere un caffè con il prof.Michele Greco ,dell’Università di Basilicata, di cui sono orgogliosamente amico, iniziano con le novità del giorno e inevitabilmente portano a ragionamenti seri che riguardano, a volta a volta, la nostra sfera di cittadini ,le questioni di casa nostra e il rapporto con chi ci governa. Siamo partiti da una mia osservazioni sul fatto che è bastato l’intervento di Trump per mettere in soffitta la transizione ecologica e tutto quello che ha comportato in termini di scelte dell’Europa, di sacrifici all’industria dell’automotive, di corsa alla decarbonizzazione, per arrivare ad una nuova idea dell’ambientalismo, che depenna il no a tutto quello che non coincide con un Mondo perfetto, e lo sostituisce con un pragmatismo , fatto di buon senso e di mediazione nelle scelte che riguardano l’impronta ambientale. La tesi del mio interlocutore è che il vento del cambiamento climatico non si può fermare con le mani ma che ci sono situazioni che obbligano a mediare ambiente e sviluppo, utilizzando le migliori pratiche, sfruttando la scienza e le innovazioni e costruendo una politica coerente con entrambi gli obiettivi. Si può negare lo sviluppo ad interi continenti, in nome della salvaguardia del Pianeta, dopo che per due secoli l’occidente industrializzato ha prodotto, nella sua corsa solitaria al benessere, guasti notevoli all’ambiente? Evidentemente si tratta di trovare il modo migliore per andare avanti, con sobrietà, concretezza, buon senso e migliori pratiche.
Per esempio?
Per esempio affrontando con realismo il tema della energia nucleare, troppo presto messo in soffitta da un ambientalismo ideologico che ha impedito a noi di fare quello che i nostri vicini hanno fatto e fanno, ben sapendo che gli effetti di un ipotetico disastro non rispettano i confini geografici di un Paese.
Ma a me sembra che avessimo scelto la strada delle energie rinnovabili e che queste stiano dando dei risultati al punto da coprire un buon 40 per cento del fabbisogno nazionale.?
Certo , ma il futuro sta andando verso una energizzazione spinta e he richiede fonti sicure e perenni, oltre che meno costose. Eolico e fotovoltaico stanno sottraendo terreni alla produzione e rovinando paesaggi e mentre gli imprenditori fanno soldi i cittadini continuano a pagare ancora nelle bollette il costo della diversificazione delle fonti . Né si può negare che in Italia il costo dell’energia è tra i più alti in Europa e tale da mettere in crisi la nostra industria costringendola a fare i salti mortali per non uscire dal mercato.
Ma non è stata solo l’Italia a rinunciare al nucleare?
Sicuramente, Paesi diversi per motivi diversi. Ma molti di quei motivi oggi non esistono più perché la tecnologia ci ha portato una sicurezza che prima non c’era e proposte industriali nuove come quella relative alla costruzione di piccole centrali in grado di servire interi territori
Questo abbandono delle energie da fonti rinnovabili non mi convince. Mi sembra l’arte dei pazzi, prima aboliamo il nucleare, poi lo vogliamo, prima diciamo che la via nuova sono le rinnovabili, poi ne neghiamo lo sviluppo
La nuova strategia di energizzazione del Paese non rinuncia a nulla ,ma diversifica le fonti , graduandone l’apporto al bilancio energetico del Paese. Ci sono fonti da rinnovabili ancora sottoutilizzate come quelle delle biomasse, che andrebbero riscoperte e potenziate con nuovi procedimenti e nuove tecnologie.
Ma non sono impattanti anche quelle?
No, se pensiamo a centrali di dimensioni piccole. Diciamo della dimensione di un container. Centrali che dovrebbero sorgere a valle della filiera boschiva, all’interno di una politica di forestazione che mantiene i boschi in sicurezza. Non dimentichiamo che questa è una regione dove insistono tre Parchi e non siamo ancora stati capaci di individuare una strategia di messa in produzione della risorsa legno. Con l’Alsia ad esempio abbiamo portato avanti uno studio di fattibilità sulla coltivazione di una pianta ad alto tasso di rigenerazione, la paulownia. Ci sono stati risultati sorprendenti e si è dimostrato che una piccola centrale a biomasse può essere un valore aggiunto all’azienda in termini di apporto energetico con la produzione sia di calore che di elettricità. Abbiamo calcolato che centrali così piccole di dimensione, possono arrivare a bruciare 180 tonnellate di biomassa, arrivando a produrre 20KW. Perché sottrarre terreno con il fotovoltaico quando ci sono sistemi alternativi che funzionano meglio.? Soprattutto se collegate alla pulizia dei boschi e a quella non meno importante dei fiumi dove c’è materiale ligneo a sufficienza?
Mentre prendo il mio caffè, che nel frattempo si è fatto freddo, penso ad una politica dell’ascolto che è venuta a mancare con una classe politica che si sente onnisciente e tuttologa e che non avverte la necessità di utilizzare il patrimonio di conoscenza che la società di Basilicata offre. Sono tempi bui. Rocco Rosa