“Il Progetto Ophelia” per il Rione S.Maria a Potenza-6^Parte-

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“Il Progetto Ophelia” per il Rione S.Maria a Potenza-6^Parte-

                                                                                                                                           di Vittorio Basentini

Il Progetto Ophelia è il progetto architettonico di un ospedale psichiatrico costruito a Potenza, in Basilicata, ideato da Giuseppe Quaroni e Marcello Piacentini nella prima decade del Novecento.

L’opera fu realizzata nel quartiere Santa Maria, il cui sviluppo nel tempo è stato molto condizionato da questo progetto.

Al giorno d’oggi, quest’area è principalmente caratterizzata da edifici a tre o quattro piani, separati da ampie strade.

Indice

  1. Storia

Padiglioni dell’ospedale (sulla destra)

La decisione di costruire un nuovo ospedale psichiatrico provinciale a Potenza risale ai primi anni del ventesimo secolo.

La Deputazione Provinciale di Basilicata voleva ridurre le spese pagate dai comuni per i ricoveri di malati mentali all’Ospedale Psichiatrico di Aversa, che era in un’altra regione.

La Provincia di Potenza spendeva tra 80.000 e 100.000 lire l’anno per curare i malati mentali negli ospedali psichiatrici reali.

Spendendo solo un pochino di più di quella cifra, la Provincia avrebbe costruito un ospedale psichiatrico e curato i pazienti locali.

Inoltre c’era una ragione “umana” dietro quest’idea: la riabilitazione dei pazienti si era rivelata molto problematica nei grandi manicomi, dove la cura era scarsa per l’alto numero di pazienti.

 In un ospedale psichiatrico locale la probabilità che il malato sarebbe stato meglio era più alta.

Nel 1905 fu lanciato un concorso di idee.

L’ingegner Quaroni e l’architetto Piacentini si aggiudicarono il premio di 600 lire per il Progetto Ophelia.

Ing.Quaroni

 

Arch.Piacentini

Nati entrambi a Roma, essi diedero il titolo al loro progetto ispirandosi al personaggio di Amleto, Ofelia, che nella tragedia di Shakespeare diventa pazza e si annega.

L’importo stimato per il progetto era di 1.100.000 lire che dovevano essere spese per costruire i reparti principali entro cinque anni.

Nel 1907 fu posta la prima pietra, ma i lavori iniziarono solo nel 1910.

Purtroppo a causa dei costi elevati, dello scoppio della prima guerra mondiale e anche della modifica del progetto originario per rientrare nelle spese, il Consiglio Provinciale decise di non destinare più gli edifici al manicomio.

Fino al 1920, pensarono di trasformare il complesso in un Ospedale Militare.

Nel frattempo gli edifici furono utilizzati come magazzini per il grano o per qualsiasi altra necessità.

La decisione finale fu di convertire alcuni edifici in residenze private; altri diventarono locali di una scuola elementare, di un ufficio postale e di un museo.

  1. L’originalità del Progetto Ophelia

Il Progetto Ophelia di Quaroni e Piacentini era straordinariamente originale.

Nessuno mai prima di allora aveva progettato un ospedale psichiatrico come questo nel Sud Italia.

Nell’introduzione al loro progetto, i due progettisti spiegarono che l’ospedale psichiatrico doveva soddisfare due richieste: essere un comune ospedale in quanto centro di cura nel quale le persone malate vengono ospedalizzate; allo stesso tempo doveva essere anche simile ad una prigione, poiché tutti i pazienti andavano ben sorvegliati, se si volevano prevenire fughe o suicidi.

Quaroni e Piacentini dissero un’altra cosa importante: cosa sarebbe successo se i pazienti fossero diventati consapevoli del loro “stato di prigionia”?

Per evitare ciò, cercarono una soluzione che potesse rendere il loro soggiorno un po’ più piacevole, specialmente nei momenti di maggiore lucidità; quindi optarono per la separazione dei vari tipi di pazienti in diversi padiglioni, ognuno dei quali circondato da floridi giardini e viali che avrebbero fornito il potere curativo della natura.

Padiglione per le pazienti tranquille

In seguito ad uno studio dettagliato sulle malattie mentali, Quaroni e Piacentini progettarono dei blocchi per i seguenti profili di pazienti in base alla loro malattia mentale: tranquilli, semi agitati, agitati e furiosi, sudici ed epilettici, paralitici ed infermi, fanciulli e idioti, contagiosi, dementi criminali.

Perfino il luogo in cui questi pazienti dovevano soggiornare non era il risultato di una scelta casuale.

Per esempio, i pazienti tranquilli ed i semi-agitati erano collocati negli edifici vicini alla stazione o alla “colonia agricola” (una fattoria), dove potevano lavorare la terra o fare lavori manuali, favorendo così il loro processo di riabilitazione.

Un’altra questione importante riguardava la collocazione dei gabinetti.

Nel passato, l’edificio esterno annesso aveva rappresentato uno dei luoghi “preferiti” per il suicidio, in quanto solitamente era lontano da tutti i luoghi regolarmente frequentati dagli infermieri.

L’ing. Quaroni e l’arch. Piacentini volevano posizionarli vicino ad alcuni edifici; in questo modo i pazienti potevano essere ben controllati dagli infermieri e da altri assistenti.

Tuttavia, ovviamente, erano necessarie grandi finestre e aperture per garantire un’adeguata ventilazione.

Inoltre, per migliorare la ventilazione di tutto il complesso, i due progettisti decisero di sollevare il livello del suolo a 760 metri di altezza.

L’ospedale psichiatrico era organizzato in base a due assi principali: quello orizzontale, da est a ovest, chiamato “asse dei vari reparti” e quello lungo, da nord a sud, chiamato “asse dei servizi”.

L’intero complesso era simmetrico rispetto all’asse dei servizi, dove c’erano gli edifici per i servizi comuni, mentre sull’asse trasversale c’erano i vari reparti.

Vi erano due entrate: quella principale era posta all’incrocio tra l’asse dei servizi e la strada provinciale, e quella secondaria, anche chiamata “entrata di servizio”, era posizionata all’incrocio tra l’asse dei servizi e la strada che conduce alla stazione.

Ogni parte era connessa alle altre da una galleria sotterranea che veniva adoperata per rifornire ciascun edificio per mezzo di una ferrovia a scartamento ridotto (che iniziava dall’edificio della cucina).

Edificio dell’amministrazione ed entrata del tunnel (2016)

L’ingresso principale era caratterizzato da una scala e da due rampe ai lati della galleria, che permettevano di raggiungere la piazza sovrastante.

Qui c’era l’Amministrazione, che includeva la gestione amministrativa e medica dei reparti, e le stanze dei visitatori (uomini e donne).

Inoltre la piazza era delimitata dai padiglioni dell’Accettazione donne ad est ed Accettazione uomini ad ovest.

Dietro l’edificio dell’Amministrazione c’era la Cucina, che conteneva grandi magazzini riforniti direttamente dal tunnel sotterraneo, e le stanze dove il personale consumava i pasti.

Separati da un grande cortile, c’era la Cappella Sacra ed ai lati, l’emporio e la casa del cappellano.

Questi erano davanti alla lavanderia ed il Guardaroba.

Ogni edificio che doveva ospitare i pazienti aveva due piani: al piano terra c’era la dispensa, la cucina, la sala da pranzo, lo studio medico, una stanza per gli infermieri, i bagni e le toilettes, mentre al piano di sopra c’erano i dormitori, camere per le infermiere e una piccola stanza con armadi per la biancheria.

I padiglioni potevano avere uno spazio aggiuntivo, a seconda della malattia mentale.

Più distante da tutto il complesso, c’era la Colonia Agricola, la Sezione contagiosi con una camera mortuaria e il Fabbricato della disinfestazione in due aree diverse.

La colonia agricola era composta da una stalla, un fienile e un deposito ed era vicino all’accesso alla stazione provinciale.

La casa del contadino e del becchino erano accanto all’entrata di servizio.

Conclusione

Il Progetto Ophelia era costituito da 18 padiglioni e altri edifici più piccoli.

Oggi ci sono solo 8 edifici che sono ancora utilizzati come abitazioni private: il padiglione dell’amministrazione, l’accoglienza per le donne, l’accoglienza per gli uomini, il padiglione per le pazienti tranquille, l’infermeria femminile, la cucina, il guardaroba e la colonia agricola.

Sono tutte residenze private per un totale di 37 appartamenti.

 

Bibliografia

  • Marcello Piacentini, Manicomio di Potenza, in “Architettura Italiana”, a. II, dicembre 1906, n. 3, pp. 9-11, tav. 11.
  • Marcello Piacentini, Il progetto premiato pel manicomio di Potenza, in “Bollettino della Società degli Ingegneri e degli Architetti Italiani”, a. XIV, nn. 37-38, 23 settembre 1906.
  • Marcello Piacentini, Relazione di progetto di Manicomio provinciale a Potenza. Motto “Ophelia”, Palombi, Roma 1906.
  • Marcello Piacentini – Giuseppe Quaroni, Relazione suppletiva sul progetto di manicomio provinciale in Potenza, distinto col motto Ophelia e prescelto dalla commissione giudicatrice del concorso, riguardante una proposta tecnico-economica per la sua costruzione. Roma, Tip. Fratelli Pallotta, 1906.
  • Marcello Piacentini – Giuseppe Quaroni, Ancora sull’architettura manicomiale, in “Bollettino della Società degli ingegneri e degli architetti italiani”, XIV, 25 novembre 1906, pp. 700-703.
  • Valerio Giambersio, Guida all’architettura del Novecento a Potenza. Melfi, Libria, 1995, pp. 42–45.
  • Giuseppe Caporale, G. Quaroni, M. Piacentini: concorso per la costruzione del Manicomio Provinciale di Potenza – Le ragioni del concorso, il Progetto Ophelia, la mancata realizzazione. Potenza, Il Salice, 1997.
  • Dal progetto Ophelia alla Pinacoteca Provinciale, ed. by Angela Costabile and Carmela Petrizzi. Potenza, 2000.
  • Antonio Bixio, Il progetto Ophelia a Potenza: disegno e rilievo tra ricerca e didattica, in Io non cerco, trovo. Disegno/Progetto nel rapporto tra Ricerca e Didattica, Atti del XXIX Convegno Internazionale UID dei Docenti della Rappresentazione nelle facoltà di Architettura e di Ingegneria (Lerici, 4-6 ottobre 2007), Genova, 2007, pp. 14-19.
  • Carla De Fino, Il recupero sostenibile dell’edilizia dei primi decenni del Ventesimo secolo mediante materiali e tecniche innovative, Potenza, Consiglio Regionale della Basilicata, 2008, pp. 251–339.
  • Antonio Bixio – Enza Tolla – Giuseppe Damone, Il modello virtuale per il progetto: lo studio del Progetto Ophelia. In: La Experiencia del Reuso, vol. 1. Madrid, 2013, pp. 345–352.
  • Archivio fotografico tratto dal sito del progetto ophelia.

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