Il cantiere della cattedrale è il luogo in cui le esigenze spirituali si incontrano con i limiti umani dell’impresa. Nel XIII secolo alcune importanti innovazioni, come volte ogivali, nuove cappelle laterali e taglio in serie delle pietre, permettono di risparmiare sui costi dell’impresa e al contempo rendono concrete le aspirazioni a chiese sempre più ampie e luminose. Gli edifici di quest’epoca rappresentano una sfida continua alle capacità dei costruttori e alle loro conoscenze. E’ l’epoca nella quale le parole “costruire” e “speranza” si combinano ad altre, ancor più mirabili, come “elevare” e “fede”. Eccole, per sempre, le Cattedrali.
Umberto Eco
IL PUNTO DI POTENZA PIÙ VICINO AL CIELO
di Gianfranco Blasi
Il duomo di Potenza, la cattedrale di San Gerardo de La Porta, è una basilica. Inizialmente l’edificio era intitolato alla Beata Vergine Assunta. Successivamente la chiesa venne dedicata a San Gerardo de La Porta, un piacentino arrivato in città da Acerenza, il centro spirituale più importante del territorio. Gerardo vi giunse dopo esser stato crociato. Amministratore per conto dei normanni, vescovo, santo e patrono nel breve volgere di un secolo. Precedentemente a san Gerardo de La Porta, la comunità potentina venerava come santo patrono Aronzo Martire. Il duomo venne costruito come un edificio in stile romanico, quasi sicuramente con tre navate. Il cambiamento da antica chiesa paleocristiana a romanica è dovuto al vescovo Bartolomeo che fra il 1197 e il 1200 fece rifare la precedente facciata, costruendola in pietra. La cattedrale venne maggiormente ampliata nel 1250. Infatti in quell’anno il vescovo Oberto, che aveva ben compreso la devozione gerardiana del popolo, fece costruire una cappella e vi collocò la statua di San Gerardo. Ed è proprio a quegli anni che questa storia si riferisce:
“Il vescovo Oberto era un omone grande e generoso. Con la fronte spaziosa, ormai pochi capelli. Le labbra accentuate. Gli occhi castani, grandi. Non era più giovanissimo. Buoni sentimenti e grandezza d’animo gli derivavano da chiara e nobile generazione. Era il terzo figlio di aristocratici salernitani. Un pastore felice di dare e di condividere il proprio tempo, denaro, cibo, o qualsiasi altra cosa con gli altri. Oberto era il vescovo di Potenza da alcuni anni. La generosità è una qualità – come l’onestà e la pazienza – che probabilmente tutti noi vorremmo possedere. Ma essa è qualcosa di più rispetto al donare denaro e oggetti vari. Essere generosi significa mettere gli altri prima di se stessi. Ecco, quando si è tolleranti e gentili con le persone, si dimostra generosità d’animo. “Il mondo sarebbe certamente un mondo migliore – pensavano i potentini – se tutti somigliassero un po’ di più al nostro vescovo Oberto.” In quei giorni il prelato stava cercando un maestro muratore. Per quel che ne sapeva a Potenza non ve ne erano molti. Chi poteva partiva in cerca di fortuna in città più grandi come Salerno, Napoli e Roma. Oberto aveva anche altri problemi. Non voleva chiedere denari al popolo che manteneva una forte inclinazione per gli svevi ed era ben disponibile a sostenerli. Lo furono, d’altronde, senza esclusione di colpi, fino alla distruzione della città da parte degli angioini nel 1268. Il vescovo doveva essere prudente. Gli svevi per tradizione erano non inclini a confondere l’amministrazione pubblica con gli interessi della chiesa. Certo però che san Gerardo era san Gerardo …
Peraltro i Conti di Rivisco, che amministravano la città, erano stati, erano e lo sarebbero stati ancora, oltre che alleati della corte sveva, dei formidabili crociati. I conti vivevano in una grande tenuta su un cozzo che portava il nome della loro casata fra Lagopesole e Potenza. Loro riferimento religioso era una edicola dedicata alla Madonna, presso la quale stavano completando la costruzione di una chiesa, proprio a valle di Potenza, che aveva già avuto il significativo titolo di “Santa Maria del Sepolcro”. I Rivisco erano Templari. Non a caso il tempio di Santa Maria del Sepolcro possedeva “una forma rotonda, ad imitazione del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Comunque, il nostro Vescovo Oberto non poteva far torto ai Rivisco, che avevano lo sguardo rivolto alla loro chiesa di Santa Maria. Non doveva chiedere soldi al popolo, ma desiderava ardentemente regalare una nuova cappella della cattedrale a San Gerardo. Era, quello del duomo, il punto della città più vicino al cielo. Chiese in giro, aveva alcune idee, ma doveva confrontarsi con un bravo costruttore. Mandò a chiamare mastro Bernardino che dimorava vicino la porta di san Giovanni. Un muratore che era rimasto ferito ad una gamba mentre lavorava a Napoli alla costruzione di una cappella gentilizia. Uno bravo, ma sfortunato. Era dovuto tornare a casa dalla moglie, poco più giovane di lui. Non avevano avuto figli. Bernardino, trentacinque anni, alto più della media, un po’ allampanato. Ora anche claudicante. Secco, secco, balbuziente, ma con gli occhi verdi accecanti, vivi, due fiammelle sempre accese. Un naso leggermente pronunciato su un viso allungato e fiero. Capelli neri, lunghi, a chiudere dietro le spalle in una bellissima e lunghissima treccia. 
Il vescovo gli disse del progetto. Allargare la chiesa a sinistra dell’altare, a destra per chi entrava dal portone principale. Costruire una cappella dove apporre la statua di san Gerardo. Avrebbe potuto farsi aiutare da tre ragazzi più grandi dell’orfanatrofio e da qualche apprendista scelto da lui. In cambio, per i lavoranti, un buon pasto caldo giornaliero e soprattutto l’occasione per imparare il mestiere. Al maestro muratore un compenso modesto, ma anche il futuro posto di sacrestano e manutentore della cattedrale, visto che il vecchio aiutante Giuseppe era moribondo. Le pietre e la sabbia, l’acqua l’avrebbero presa dal fiume santo di san Gerardo. Il Basento, che quella linfa preziosa l’ha sempre donata alla città. “Benedetta acqua del Basento”, sussurrò il vescovo Oberto, mentre si segnava con la croce.
Bastarono poche parole, Bernardino accettò l’incarico. Tornando a casa si sentì euforico. Un’ energia positiva si era insinuata in tutto il suo corpo. Partendo dal cuore, di questo era certo. Si era fermato per una breve preghiera davanti la statua di san Gerardo che era stata posta provvisoriamente all’ingresso della chiesa. Giunto a casa trovò la sua Ceccolella davanti al fuoco. Il suo nome di battesimo era Lorenza, ma Bernardino amava quel soprannome. Ceccolella era davvero bella. Gliela invidiavano i potentini. Quanti sguardi gelosi delle altre donne. Quante attenzioni non sempre nascoste da parte di tanti uomini. Gli occhi color ambra, i capelli ricci. Il naso leggermente all’insù e la bocca non stretta color porpora. Emanava ancora un’aria bambinesca. La pelle bianca cosparsa di lentiggini, gli zigomi ben pronunciati. Sin da bambina aveva mostrato un carattere frizzante, ribelle. Negli anni, ormai lunghi del matrimonio, si era man mano rattristata. Soprattutto perché non erano arrivati bambini. Ma la chiamata del vescovo aveva creato delle aspettative. Era stata lei stessa ad andare a cercare Bernardino nella Taverna di Puccione dove sapeva di trovarlo con il suo amico Paoluccio. In quel tardo pomeriggio aveva preparato una zuppa di erbe contadine con qualche radice bianca e un po’ di grasso di gallina. A sera la mangiarono con gioia. Sotto le coperte si cercarono. Erano dispiaciuti di non aver avuto figli. Da tanto tempo non si sfioravano. Quella notte, no. Fecero l’amore con passione. Ogni mattina Bernardino attraversava quei pochi vicoli che lo portavano da porta San Giovanni alla cattedrale. Passava per strade strette, qualche slargo. Un paio di piazze. Davanti la chiesa dedicata al patrono trovava i contadini che improvvisavano ogni mattina un mercato. Si raggruppavano attorno alle scale fin quasi a ridosso del portone d’ingresso. Nel lato del suo cantiere era stato demolito un pezzo di parete ma, con la pietra del Basento ben lavorata, giorno dopo giorno, si stava dando nuova forma alla struttura. Sapevano che era la cappella di san Gerardo. Ognuno lavorava con amorevolezza e tenacia. Bernardino salutava tutti, sorrideva alle donne che portavano da mangiare, ai contadini, ai preti che curiosavano, ai suoi aiutanti e apprendisti. Disegnava schizzi, recuperava le pietre più belle, le scolpiva con le sue stesse mani. Guardava la sua squadra. Una decina di lavoranti che dall’alba al tramonto stava modificando il cuore spirituale di Potenza. Ogni sera, prima di ripresentarsi da Ceccolella, prima di cenare e tornare a baciarla sotto le coperte, si fermava a pregare dal patrono: “Sai perché sto lavorando con tanta solerzia. Lo faccio per te o mio santo. Lo faccio per chi ha saputo amare Potenza più dei potentini. Grazie.” Non chiedeva nulla per se. San Gerardo sapeva qual’era il suo più grande
desiderio.
Una di quelle sere, tornato a casa, trovò sua suocera.
– Maria che succede? Dov’è Ceccolella?
– E’ a letto, di sopra. Non preoccuparti. Ho una bella, bellissima notizia. E’ incinta. Ma non è più una bambina. Deve stare attenta e non deve stancarsi. Verrò io ad accudirla tutti i giorni e a prepararti la cena.
Maria abitava a Porta Salza, quella più lontana da casa loro, era la porta con il ponte levatoio da dove passavano i carri. Vedova, la suocera aveva ancora con lei altre due giovanissime figlie, Anna e Lina. Le ragazze trascorrevano molto del loro tempo dalle suore del vicino convento di San Michele. La donna, che aveva parlato a testa bassa, non fece in tempo ad alzare gli occhi che già Bernardino aveva fatto quelle quattro scale per abbracciare, piano piano, la sua amata.
Passarono i giorni. La gravidanza avanzava proprio come il completamento della cappella. Alla soddisfazione del lavoro Bernardino affiancava il bel pancione di Ceccolella. Ormai sua moglie si alzava dal letto per qualche ora e non disdegnava di raccontare al marito le sue sensazioni positive. Gli faceva ascoltare il bambino attraverso la pancia. Certo, lei doveva stare attenta. Era alla prima gravidanza e non era più una bambina. Vi fu una settima, la moglie stava per entrare nel settimo mese, nella quale una parte di muro della nuova cappella crepò, come fosse di cartapesta. Bernardino andò su tutte le furie. Diventò irascibile. Si dovette ricominciare, perdendo almeno due settimane di lavoro. Ed in quei giorni Ceccolella non stette bene, avvertiva forti nausee e il letto tornò ad essere il suo prezioso rifugio.
Ma per fortuna le cose si misero a posto. Bernardino ogni mattina e tutte le sere si fermava davanti la statua del santo a ringraziare e a pregare. La cappella stava per vedere la luce mentre finalmente Ceccolella partorì per la felicità di amici e parenti e soprattutto per la commozione e la gioia che sprigionò un entusiasta Bernardino. Nacque una femminuccia. Decisero di chiamarla Gerardina per la contentezza del Vescovo Oberto. Giunse anche il giorno dell’inaugurazione della cappella. Il vescovo decise di battezzare Gerardina in quell’occasione. Era l’otto dicembre del 1250. Bernardino la sera precedente si fermò davanti la statua del santo che era stata collocata nel suo nuovo spazio dedicato. Le candele si sarebbero accese l’indomani. Erano bianche e candide come la prima neve che si stava raccogliendo fuori. Gli si era avvicinato quell’omone generoso e sorridente del vescovo. Il maestro muratore ad alta voce aveva esclamato:
– Grazie!
– Non devi ringraziare me – si era rivolto al patrono – ma Lui. Io, invece, ringrazio te.
L’indomani, dopo gli incensi dell’inaugurazione della cappella, durante il battesimo, con a fianco Ceccolella e le sue sorelle, Anna e Lina, alla fine della liturgia, Bernardino chiese di poter dire poche parole. Emozionato, aveva chiuso la balbuzie in un angolo sigillato della coscienza: “Gerardina è un dono. E’ il frutto della nostra speranza. Mai spenta. Ha sempre covato sotto la cenere dell’amore mio e di Ceccolella. Dell’amore nostro per il santo patrono, per san Gerardo. E’ il frutto della fede che edifica, che eleva queste chiese che costruiamo verso il cielo della verità. Vescovo Oberto, sono così felice che non smetterei di parlare. – Fece una pausa. Era riuscito ad articolare la frase senza doversi interrompere – Solo che queste parole mi sono uscite dal cuore e altre, altre non ne ho proprio più.” 
Tutti sorrisero. Lui iniziò a piangere, incrociò lo sguardo sornione del suo amico Paolo. Spesso, con un bicchiere di vino delle vigne di Melfi, una lunga chiacchierata se la concedevano lui e Paoluccio nella taverna di Puccione, il piccolo e scheletrico oste di porta Mendola, dietro la piazza grande. Paolo lo guardò intensamente. Conosceva ogni suo segreto. Anche lui stava piangendo. Anzi, no. Paolo piangeva, ma stava anche ridendo e di gusto.”