Il Reddito di cittadinanza era un provvedimento necessario per la sussistenza di gran parte della popolazione priva di lavoro e alle prese con la crescente difficoltà di sopravvivenza . Era necessario prima del Covid ed è diventato vitale durante la pandemia , evento che ha preservato dalla fame i titolari di lavoro stabile e ha cacciato in mezzo alla strada le migliaia e migliaia di lavoratori precari, gente che serve nei ristoranti o nelle pizzerie nei fine settimana, o negli stabilimenti balneari, o nei parcheggi improvvisati, ovvero si arrangia in lavoretti saltuari che pure riescono a “fare la giornata”. E se era chiaro sin dall’inizio che quella misura era solo camuffata da strumento per avviare al lavoro ma che nella sostanza era una misura puramente e necessariamente assistenziale, essa , con la pandemia, non solo ha perso ogni prospettiva di avviamento al lavoro, ma si è trasformata in una misura da provvisoria a strutturale e definitiva che è impossibile cancellare per almeno un decennio. Siamo in sostanza al secondo tempo dell’operazione LSU, quei lavoratori socialmente utili che,nell’ottimismo dei legislatori, doveva servire a formare le persone per l’occupazione e che alla fine si è ridotto a pura inclusione nell’organico delle varie amministrazioni, per l’utilizzazione di personale ausiliario. Il problema è che sul piano dimensionale questa operazione è dieci volte più grande di quella degli LSU e che , se il motore dell’economia non incomincia a girare a ritmi alti, alla lunga diventa insostenibile. E’ evidente che il solo modo per fronteggiare una situazione che altrimenti rischia di sfuggire di mano è cercare di passare da una situazione di disoccupazione assistita ad una situazione di occupazione assistita, nel senso di prevedere modi alternativi di allocazione delle risorse, come il trasferimento delle risorse dalla persona alle imprese, per tre-cinque anni , come incentivo aggiuntivo alla defiscalizzazione del lavoro. Così come , una volta aperto il cantiere dei lavori di pubblica utilità, con la norma che obbliga a prestare almeno 8 ore settimanali di lavoro per la comunità cittadina o per servizi sociali, appare necessario continuare sulla linea di creazione di imprese sociali cooperative che,piano piano, possano passare dal sostegno pubblico all’attività di tipo privatistico. Qui il nervo scoperto è una formazione che non riesce a mettere insieme le esperienze per creare delle squadre di intervento manutentivo a ciclo chiuso, con persone capaci di fare lavori edili, di pulizia del verde, di pitturazione , ecc. Queste cooperative, dopo tre-cinque anni di utilizzazione del reddito di ciascun lavoratore, potrebbero avere una precedenza nelle gare delle amministrazioni per la manutenzione della città, così da passare piano piano dall’assistenza al lavoro. Ci sarebbe bisogno di un piano bis per il reddito di cittadinanza, che eviti le cazzate dei navigator che dovevano servire a trovare il lavoro che non c’è e che il lavoro, per loro, l’hanno trovato. Rocco Rosa
IL SECONDO TEMPO DEL REDDITO DI CITTADINANZA
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