IL SOCIALISMO ROMANTICO DI ANTONIO MICELE

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LUCIO TUFANO

 Sulle pareti grossi drappi di panno rosso davano l’immediata sensazione di una manifestazione politica allestita per i socialisti.

Sul lungo tavolo della presidenza ed in una sola sala dove circa una ventina di sedie e poche panche non sarebbero state sufficienti per tutti coloro che avrebbero dovute occuparle, c’era un portafiori con dei garofani rossi, rossa era la stoffa che copriva il tavolo, rossa la scritta, rossi i bagliori delle luci, tra le due colonne che si distanziavano dalla parete centrale dove, ai lati del crocifisso, vi erano i ritratti di Marx e Lenin.

prof VincenzoTorrio

Fu il primo impatto con i socialisti, quelli delle canzoni contadine ed operaie, delle massime sociali e rivoluzionarie, delle aspirazioni proletarie, delle aspettative di impiegati ed artigiani, degli insegnanti … dei giovani poeti che nel Socialismo vedevano un prato di papaveri rossi. Da studenti eravamo lì ad attendere l’incontro con il prof. Vincenzo Torrio, in fama di “apostolo” lucano dell’antifascismo. Già vecchio con la barba bianca, con le lenti, giacca e cravatta nere, di giusta statura, entrò nella sala al fragore di battimano e le note di un inno, al quale non eravamo ancora assuefatti, Bandiera Rossa.

Eravamo lì, nell’immediato dopoguerra, ad ascoltare le sue parole, lo presentarono Ernesto Gatti, segretario della sezione potentina, Ninì Vicario ed il giovane Antonio Micele …

Eravamo negli anni del dopoguerra e già si sentiva come la Dc fosse partita bene per ereditare tutto quello che il Fascismo aveva dovuto lasciare, enti, opere, mentalità, famiglie del notabilato e della media e piccola borghesia, leve di potere centrale e locale.

I nuovi esponenti della Dc, all’ombra delle parrocchie e nei rapporti costanti con il clero, apparivano ovattati da una sorta di mansueta e benevola giovialità, molto diversa dall’esponenziale, spesso tracotante, ostentazione di gradi, uniformi e visiere, ma senza dubbio ormai, eredi e, in un certo senso, prosecutori di regime.

Fu proprio questo il nostro sogno, la speranza, che ci fece rinsaldare il nuovo credo marxista e per lottare la borghesia, che ci fece mobilitare devoti, nelle piazze, nei comizi, negli scioperi, nei primi di maggio.

E fu per questo che ci furono marce, cortei, parate di bandiere rosse, fustagni contadini, sdruciti e a rattoppi, qualche tuta di operaio, ed abiti con il colletto bianco per impiegati, applicati ed uscieri, perfino di avvocati, tutti orientati verso una sommossa di latitudine, un evento generale da sollevazione storica e sociale.

Ma la storia dei socialisti nella città di Potenza è semplice e nel contempo amara. Una storia di un partito, prima all’opposizione e all’incontro-scontro, dopo, nella città più democristiana d’Europa, una storia di delusioni, di coraggio estremo, di tenaci resistenze e di improvvise e ripetute sconfitte. Un’area elettorale, tollerata dalla Dc che ha sempre fatto il pieno, e dove hanno brulicato per decenni comunisti, socialisti, socialdemocratici, liberali, monarchici, missini, repubblicani … e perfino radicali. Un terreno accidentato, uno spicchio di consenso proveniente da raffazzonati comparti sociali, da qualche famiglia borghese e socialista, per tradizione e notabilato e con frutti sempre inferiori alle fatiche della semina.

Una storia poco tranquilla, quella dei socialisti, movimentata da faziosità e livori, da scissioni, riunificazioni, divisioni, ricomposizioni, allontanamenti e riavvicinamenti, abbandoni e ritorni, passaggi dalle correnti moderate e quelle della sinistra e viceversa, finendo, in alcune fasi, a fare da boccaporto ed accesso al sottoproletariume delle campagne e delle periferie urbane.

Nella metà del 1964 i socialisti entrarono a far parte del governo della città, riuscendo a liquidare la fase centrista che aveva visto i liberali collaborare con la Dc di Emilio Colombo. Nel Gennaio del 1964 i “carristi”, con alla guida il socialista Vecchietti, costituirono il PSIUP, al quale aderirono Vittorio Mecca, Antonio Micele e l’on. Pasquale Franco di Ruvo del Monte. I socialisti di Nenni, con alla testa Elvio Salvatore di Melfi, con i compagni Lucio Tufano, Navazio, falegname e Michele Speranza, già funzionario del Psi, dovettero scardinare la porta della Federazione, chiusa ed abbandonata, per insediarvi la direzione del Psi.

ELVIO SALVATORE

Nel corso delle riunioni che si susseguirono, si fece un censimento approssimativo degli iscritti all’uno e all’altro partito socialista, e s’inventariarono, oltre ai mobili, anche gli adepti. Antonio Micele e Vittorio Mecca, due dei quadri più importanti del Psi e che avevano aderito al Psiup, definirono il centrosinistra al Comune di Potenza “una proiezione quasi obbligatoria del pateracchio nazionale Moro-Nenni”, e Vittorio Mecca, in particolare, dichiarò che “mai la città di Potenza aveva avuto in passato una amministrazione più immobilista con tanta cattiva ordinaria amministrazione”.

Difatti il discorso che facevano i socialisti al momento della costituzione della Giunta comunale a Potenza, era un discorso astratto, giacché partiva dalla convinzione, errata, che la sola presenza di qualche assessore con etichetta socialista, malgrado la maggioranza assoluta della Dc nella città, avrebbe contribuito a risolvere i gravi problemi di Potenza.

In seguito nella mentalità corrente, diventare assessore – com’era già nell’aspettativa e nella mentalità dei dc – costituì una specie di traguardo, un ruolo da recitare per l’avanzata nella politica, nella considerazione della gente, per ottenere più preferenze ed acquisire referenze al cospetto di una condizione clientelare che, a Potenza, per i partiti laici, divenne più esasperata di quella dorotea, naturalmente perché meno soddisfatta nelle proprie richieste, e vedendo nell’esercizio dell’attività assessorile una professionalità certa.

* * *

Già alla fine degli anni ’50, dopo la “legge truffa” del giugno 1953, Potenza e la Basilicata, rispecchiavano il particolare fenomeno di una Democrazia Cristiana, partito profondamente diverso dagli altri, in quanto avrebbe posto in essere – come doveva scrivere “Rinascita”, qualche anno dopo – “una sorta di regime” clerical-fascista e di Stato-partito, una situazione ove gli interessi generali delle comunità locali e nazionali sarebbero venuti sistematicamente e forzosamente fatti coincidere con gli interessi del partito dominante”. In realtà l’Italia era il paese ove l’opposizione comunista sarebbe passata dal 19% dei voti ottenuti nel 1946 al 34,4% nel 1976. Naturalmente, in una realtà come la nostra, malgrado le lotte della sinistra, dal fronte social-comunista fino agli anni del centro-sinistra, la Dc ebbe solitamente la maggioranza assoluta.

Ebbene, la città era in preda ad uno strano conformismo, la cappa mistico-dorotea di una democrazia cristiana, i cui numi tutelari erano Emilio Colombo, Claudio Merenda, Enrico Marotta per tanti anni, fino a Vito Vincenzo Verrastro, prima presidente della Provincia, poi senatore ed infine primo presidente della Regione.

I giovani che cercavano un lavoro si dovevano distribuire tra i cosi detti “cantieri di rimboschimento”, per cui erano adibiti a lavori d’ufficio presso il Comune o enti vari, altri trovavano lavoro presso l’esattoria dell’avv. Adamo, gli uffici delle Ipoteche, Camera di Commercio, per mansioni di cottimo e altrove, dove si era propensi ad accogliere piccole prestazioni.

Si aprivano, invece, notevoli possibilità per i figli di famiglie dc, per i giovani dell’A. C. e per quelli che riuscivano ad ottenere considerazione e protezione nei nuovi enti che via via inaugurati dal regime, aprivano possibilità di sistemazione e carriera, gli Enti di Irrigazione, Sviluppo, Riforma Fondiaria, Consorzi di Bonifica, Casse Mutue, Coltivatori Diretti, Rai, enti provenienti dal Fascismo, anche inutili: Omni, Enaoli, Enpi, Orfani di guerra, insomma, i cosiddetti “Carrozzoni”, e man mano che gli uomini della Dc occupavano i Ministeri, le banche, gli Ispettorati, l’Acquedotto Pugliese, il Consorzio per il Nucleo Industriale, i contributi Unificati, la Bonomiana, le Casse Mutue …

Ma per quelli che osavano distinguersi o opporsi ad un tale stato di cose, ed erano pochissimi, alcuni giovani iscritti ai partiti di sinistra ed altri che ruotavano attorno al dissenso, pagandone il fio e rimanendo isolati, non vi erano molte occasioni.

Il nostro modo di sentirci più forti consisteva nell’avvicinare e fraternizzare con i pochi operai più noti, come Zaccagnino, Coviello, Colluso; tra i politici Gino Grezzi, Donato Scutari, venuto da San Costantino, Pietro Valenza, il commissario della Federazione Pci; Francesco Turro, Giacomo Schettini, venuto da Trecchina … gli impiegati come Peppino Sanza e Gigino, Giovanni Sapienza; dei socialisti ricordo Saverio Cicco, impiegato al Banco di Napoli, il pittore Ernesto Gatti, Ninì Vicario, della esattoria, Nicola Micele, che portava sempre in tasca “L’Avanti!”, Pasquale e Raffaele Franculli, il più noto Vincenzo Torrio, considerato il vero apostolo dei socialisti, Pasquale Franco, professore di Minervino Murge, Vittorio Mecca; e i laici-liberali, Repubblicani e quelli di “Comunità“ di Adriano Olivetti, con i quali si discuteva … Si nominavano i primi direttori, i funzionari di banca, i giornalisti della Rai, i primi presidenti dell’IACP, degli enti più noti, in regime di monopolio, prima ancora che si instaurasse il metodo della lottizzazione. Il sistema aveva il suo vangelo, il suo manuale, le sue regole: il “Cencelli”.

Al centro dell’attenzione pubblica c’era la Dc ed i suoi esponenti, tutto era nel gergo, nella mimica, nel modo di fare, nel proposito fermo e nel comportamento (alcuni parlavano e camminavano in maniera felpata alla guisa del ministro) di una militanza che per alcuni versi e per l’attività di pattuglie di giovani dell’A. C., e dei Comitati Civici, richiamava il pensiero alle antiche Crociate contro gli infedeli.

Ci affascinava quel partito alla cui guida vi erano uomini come Rodolfo Morandi, Pietro Nenni, Riccardo Lombardi, Emilio Lussu, Sandro Pertini …

Ma una delle figure più note e più vive nei ricordi delle nostre battaglie, è quella di Antonio Micele.

Andò via da Potenza per la Camera del Lavoro di Napoli, diretta dal compagno Fermariello; e poi impegnato nella Federazione del Psi di Napoli con Francesco De Martino, tornato, dal 1961 al 1964 segretario della Federazione del Psi, e nel 1964, con la scissione, scelse il Psiup di Vecchietti, contro la componente autonomista o Nenniana, di Elvio Salvatore, e dove fu segretario regionale fino al 1972, anno in cui entrò nel Pci, diventandone dirigente infaticabile e tenace; lavorando anche di notte per preparare i suoi interventi, sia al Partito che nel Consiglio Regionale, nel quale svolse le sue diatribe da capogruppo, e sostenendo, anche in discussioni accese tra politici ed in pubblico, come i rinvii, i ritardi nel realizzare le cose stabilite alla Regione tra i partiti, indebolissero la politica dell’unità, la minacciassero, creando sfiducia. Lo ricordo deciso, con quella sua tensione permanente nel lavorare e nel battersi perché alla Regione si realizzassero i progetti e si mantenessero gli impegni.

Il Psiup, grazie all’opera determinante di Antonio e alla sua direzione, divenne luogo di formazione di molti altri quadri dirigenti. Nel 1970 era stato eletto alla Regione. Le Regioni, che avrebbero dovuto costituire il primo spiraglio per la soluzione di una crisi istituzionale che si protraeva da tempo, i presunti dispendi delle classi dirigenti meridionali, nacquero a discapito, finalmente, di tutti quegli interessi costituiti nell’ambito della burocrazia statale, abituatasi all’esercizio assoluto del potere pubblico che non aveva mai voluto dividere con altri.

Nel ’70 quindi vi furono gli Statuti regionali e nel 1971 i decreti delegati. È qui che il capogruppo del Psiup in Consiglio Regionale, il 1° febbraio del 1972, davanti alla crisi del quadro monocolore che aveva gestito i primi due anni della costituzione della Regione Basilicata, chiede con forza una soluzione di apertura ai partiti della sinistra: “dovendo la Dc, unica responsabile della politica di governo regionale, dare risposte impegnative ed assumere posizioni di fondo”, definendo “alternative vecchie e fallimentari, piuttosto inadeguate e non più credibili quelle già sperimentate con il centro-sinistra originario, o addirittura provocatorie, perché arretrate e moderate”.

Qui Micele ribadiva come pendenti fossero le questioni più importanti attinenti la pronta gestione democratica dei Decreti Delegati, insieme all’avvio del decentramento, di un nuovo ruolo delle autonomie locali o degli enti locali, “in una parola”, chiedeva “la creazione di un tessuto organico della collettività con poteri più reali”.

«Tutti ricordiamo, (affermò Umberto Ranieri) le giornate intere trascorse da Antonio Micele, nel corso della militanza e del suo ruolo, con i lavoratori, con i forestali, gli operai delle fabbriche in crisi, con i giovani della 285, con i disoccupati …».

Nella lotta tra carristi ed autonomisti, a me che ero con i nenniani, tentando di convincermi, concluse il suo ragionamento dicendomi: «non perdere tempo con questi, tu hai la tempra del dirigente e non potrai mai adeguarti al ruolo di gregario. Continuammo, da amici e da compagni, a frequentarci. Sapevo come fosse appassionato di musiche e sinfonie, di letture e di cultura. Un giorno mi confessò come amasse le sonate di Ludwing van Beethoven, di Johann Sebastian Back, di Cajkovskij, di Schubert …

Mi è sembrato doveroso rievocare il tempo di Antonio Micele, che fu anche il nostro tempo, presi dall’intento giacobino e romantico di invertire le logiche contorte, interessate, i cinismi di mestiere, l’antica concezione di un “potere” la cui gestione rispondeva ai logori e vecchi canoni di sempre.

Degna di nota fu la sua inquisitoria contro il Policastrismo “il malinteso contadino che nasce come base e diventa clientela”, un vero e proprio intervento di antropologia politica,di cui parleremo.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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