
di GERARDO ACIERNO
Nella liturgia cristiana questi sono i giorni dell’Avvento, ovvero la preparazione al Natale, alla venuta del Signore. Per i fedeli sono giorni di raccoglimento e di penitenza. Oggigiorno per tutti noi o quasi, essi sono i giorni degli acquisti, dei regali, delle piccole e grandi spese, insomma dei consumi nonostante il caro bollette, la guerra, il gas, lo spread, la manovra, la recessione, lo spopolamento e chi più ne ha più ne metta. Sono però anche giorni di buoni propositi, di riflessioni, di ripensamenti e resoconti personali, il tutto sezionato dalla grande lente del “Tempo” che inesorabilmente passa.
C’è poco da fare. Ogni anno che finisce, che sfuma nel luccichio degli addobbi natalizi, lascia un segno evidente sia nel corpo sia nell’animo. E Lui, sua maestà il Tempo,incurante e poco galantuomo, se ne va. Tu cerchi di afferrarlo, provi a trattenerlo per dirgli qualcosa, per chiedergli una pausa o una sua particolare attenzione. No, non ti ascolta. A nulla valgono le nostre abbellite citazioni su di Lui, le nostre paure, i canti e gli osanna che gli rivolgiamo, le imprecazioni e le bestemmie che gli scagliamo contro.
Il Tempo … eterno mistificatore, spesso specchio degli orrori, assemblatore crudele di sofferenze, avaro dispensatore di gioie. Eppure ciascuno di noi lo ha lungamente frequentato: penso, una per tutte, alle ore trascorse sulle seggiole del focolare di casa nostra, noi e Lui, ad orecchiare il sonno dei figli temendo le loro febbricole, ma quando finalmente arrivava l’alba di un nuovo, sereno giorno e i figli si alzavano sfebbrati e felici, Lui,senza che noi ce ne accorgessimo, era già diventato altro … È in questi frangenti che ti chiedi e gli chiedi: ma chi sei? Non hai risposte.
Per approfondire l’argomento corri in libreria ad acquistare l’ultima fatica di Alessandro Piperno. Lo fai perché ti è tornata la presunzione di scalare, riprovando a leggerla tutta, quell’infinita montagna letteraria che è la “Recherche” di quel gigante di Marcel Proust. Poi, dopo aver studiato a fondo soltanto la prefazione di Carlo Bo, ti fermi e lasci andare. Meglio rintanarsi nel proprio tempo passato (o perduto?).
Vai nella piazza del tuo paese e sogni di risentire il tintinnare delle monete bambine cadute su queste stesse pietre intarsiate da piogge e memorie; ti ricordi che nei buchi di queste pietre vesuviane in quel tempo e nel giorno di uno sposalizio germogliavano confettuzzi colorati che istigavano alla rissa e educavano al domani. In questo tuo spazio a dir poco familiare ti pare di riascoltare il bofonchiare del mastro d’ascia giungere da uno dei tanti vicoli che qui fanno capo; e le stonature del banditore e della sua trombetta; il rollio dei monopattini; il fischiettare del barbiere sulla soglia del suo salone; e quando suonava la campana della prima Messa la voce stridula dell’ortolana giunta fin qui con sporte e cestini dalle campagne della piana. Nella piazza del paese ti ricordi, quasi sempre, di quando le albe della tua gioventù accompagnavano accordi di chitarre e assoli di fisarmonica e con essi ritornano gli amici, i compagni, le persone che con te hanno condiviso quel tempo, cercando, inutilmente, di fissarlo al muro dell’eternità.
Quando infine ti svegli da questo lungo vagheggiare, scopri quanto sia doloroso setacciare l’esistenza, attraversare il Tempo, perché nella credenza della tua vita è custodito più miglio che frumento. Allora ti viene voglia di pregare. Hai la sensazione che la borraccia perda acqua e Lui, il Tempo, là, inutile, a sfarinarsi. Fortuna che l’anziano parroco del quartiere mi viene in soccorso con questo, mi va di dire, illuminante predicozzo: “Che farne della vecchiaia? Basta innamorarsene! Quando sei innamorato tutto è Gioia. Non si può vivere senza Gioia. Chi non sa come spenderla dove la nasconde? La persona senza Gioia non fa burle, non tamburella una musica comune né assapora una bottiglia facendo schiocchi ad ogni sorso. La Gioia sta nelle piccole cose: nelle marcette della banda, nella lettura di un buon libro, nel profumo della polenta soffritta, nel rullare della saracinesca del garage al rientro notturno del figlio. Diamo ascolto a San Paolo, l’Apostolo delle genti, quando ci dice: Gioite, gioite sempre. La vita ci sembrerà più bella di quella che è”.