IL VERDETTO SPAGNOLO: SINISTRE COMPATTE E DESTRE CONFUSE

0
Marco Di Geronimo

Marco Di Geronimo

Hanno vinto le sinistre o sono esplosi i franchisti? I commentatori si interrogano sulle elezioni spagnole. Ma il risultato travalica i meri numeri. Ciò che conta è che le sinistre hanno confermato un risultato solido, e che le destre sono divise e deboli. Al di là del 10% di Vox. E la partita del Governo sarà sì difficile. Ma la strada è tracciata: ed è rossa.

Il Partito socialista spagnolo ha quasi sfiorato il 30%. Si tratta di un risultato insperato fino a pochi mesi fa. Giusto un anno a questa parte Ciudadanos veleggiava su queste cifre e sembrava pronto ad archiviare l’ultimo capitolo rosso della storia politica spagnola. E invece Sanchez ha sparigliato le carte con la sua mozione di sfiducia al Governo Rajoy.

Proiezione Congresso dei Deputati (El Paìs)

La chiave della vittoria socialista ce l’ha Pedro Sanchez. Al Segretario generale va infatti il merito di aver indovinato la strategia giusta per recuperare consensi. Compreso l’errore di aver lasciato scoperto il fianco sinistro, ha riportato il partito su una linea più progressista. Si è aperta così una faglia interna, che l’ha condotto a congresso ma gli ha permesso di regolare i conti con l’ala destra del partito. Sulla quale si è anche abbattuta la tegola delle elezioni regionali andaluse, in cui il PSOE locale (vicino alle correnti moderate) ha subito l’onta di perdere la Regione per la prima volta in quarant’anni. Sanchez inoltre ha firmato una campagna elettorale tranquillizzante, catalizzando anche il voto delle aree extraurbane. Il che suggerisce – ma solo le analisi dei flussi potranno confermarlo – che abbia recuperato qualche voto anche dal Partito popolare, in calo estremo.

Il PSOE si conferma quindi primo partito (e di gran lunga). Ma a questo dato si aggiunge la sconfitta delle destre: non saranno in grado di formare la coalizione che li ha portati al potere in Andalusia. Questo risultato certifica la solidità del Partito socialista spagnolo, che assieme a Unidos Podemos sfonda quota 42-43% dei consensi. Una cifra che assomiglia a quelle che consegnavano i Governi, all’epoca del bipartitismo. Epoca finita: oggi i progressisti spagnoli devono essere marcati da due partiti diversi. È il sintomo della crisi del socialismo europeo: manca una teorica di ampio respiro che sappia unire le anime diverse dell’elettorato di sinistra.

Questa divisione penalizza il fronte rosso. Il PSOE intasca 123 deputati, Unidos Podemos 42. Il totale fa 165: meno undici dal numero magico, cioè 176, la maggioranza assoluta al Congresso dei Deputati. Mancano le condizioni politiche per candidarsi con una lista unica (scelta che avvantaggerebbe il duo rosso-viola in sede di ripartizione dei seggi creando un effetto cascata). E manca anche la credibilità per costruirla. Se è vero che in politica due più due fa tre, lo è a maggior ragione in un Paese in cui l’elettorato dimostra di radicalizzarsi sempre di più. Ed è perciò poco propenso a votare minestroni: vuole scelte nette.

Lo dimostra appunto anche il risultato di Unidos Podemos. I 5Stelle spagnoli (come qualcuno li chiamava) hanno mietuto il 14,3%. Sondaggi e proiezioni delle settimane scorse li attestavano più in basso. E nell’ultimo anno, complice un duello tra il Segretario Pablo Iglesias e il numero due Iñigo Errejón, i viola erano andati ancor peggio. Dimostrano invece di tenere, e legittimano così il loro ruolo di partner privilegiato del futuro esecutivo socialista. Anche se è possibile che Sanchez ritenti la strada del monocolore rosso.

Seggi catalani (El Paìs)

Mancherebbero all’appello, dicevamo, undici seggi. Quindici ne ha ERC, la sinistra catalana indipendentista. Alcuni ritengono che si chiederà loro di appoggiare il nascente esecutivo. La questione è scottante, perché al momento i catalani sembrano intenzionati a tirare la corda. Per questo rientrano in gioco alcuni partiti regionali (come i nazionalisti baschi), e alcuni suggeriscono che il Governo potrebbe reggersi anche sulle gambe di parecchi non indipendentisti. Di certo si giocherà una complicata partita politica sulla nascita del prossimo esecutivo. Ma con soli undici seggi dalla maggioranza assoluta, c’è da credere che non sia il rebus che alcuni giornali vogliono far credere.

Il piatto piccante di tutta la cena è proprio la questione catalana. Gran parte della campagna elettorale si è consumata su cosa fare del distretto economico più florido di Spagna. E più ribelle. Dopo la vicenda di Puigdemont e la repressione del Governo Rajoy, gli animi si sono fatti più caldi a Barcellona e dintorni. Non a caso la Comunità autonoma ha eletto ben 15 deputati in quota ERC, indebolendo En Comù Podem (il Podemos catalano). E a livello nazionale le destre hanno impostato tutta la propria campagna contro il nazionalismo catalano. In particolare Vox e il Partito popolare hanno proposto soluzioni drastiche. È stata la linea unificante di Sanchez ad aver convinto una piccola parte dell’elettorato più tranquillo a votare PSOE.

A destra infatti si è consumata una grande tragedia. Il Partito popolare ha subito un arretramento storico ed è insidiato nella leadership dello schieramento conservatore. Il PP ha provato a marcare a uomo Vox, i neofranchisti, spostandosi su posizioni più reazionarie. La scelta non ha pagato: gran parte dei voti più radicali non erano disposti a tornare. Forse ha convinto quelli immediatamente meno intransigenti a lasciare il partito. Di certo ha reso mobili alcune quote di elettori più moderati in giro per il Paese (già di loro in fermento per via dell’ondata di scandali che ha affossato Rajoy e tutta la vecchia guardia).

La redistribuzione dei consensi interna al fronte conservatore premia Ciudadanos. Anche Albert Rivera ha provato a riposizionare i suoi seguaci, dando a C’s l’anima di un partito centristra che guarda a destra. Gli arancioni devono però averne risentito: si diceva più sopra che nell’ultimo anno scontano una certa emorragia di consensi. Tuttavia una miglior distribuzione dei suffragi e un generale indebolimento degli avversari (solo il PSOE veleggia al di sopra del 20%) ha permesso ai liberali di capitalizzare il leggero aumento di voti in un quasi raddoppio dei seggi.

Adesso si pone un delicato problema di chi fa cosa nel centrodestra catalano. C’s e PP non possono essere entrambi l’alternativa al PSOE. D’altronde il PP non può certo fare la parte della brutta copia di Vox. I popolari sono erosi sia alla propria sinistra sia alla propria destra, e rimarranno in imbarazzo finché C’s non si sposterà un po’ più a sinistra o Vox non scenderà nei suffragi.

Amarum in fundo, la doppia cifra segnata da Vox. Il partito neofranchista è stato presentato come l’ennesimo vessillo nazisovranista che mette in pericolo le Forze del Bene. Si tratta di una retorica eccessiva, e che tra l’altro non è stata al centro della discussione in Spagna. Le stesse dichiarazioni post-voto di Sanchez («Questa è una vittoria dell’Europa») sono marginali rispetto al dibattito delle ultime settimane, che per l’appunto verteva sulla Catalogna.

Che Vox sarebbe entrato in Parlamento, questo era noto a tutti. Che avrebbe preso circa il 10%, anche. Tra l’altro il suo risultato è anche un po’ al di sotto delle ultime aspettative. Bisogna comprendere se questi insoliti “verdi” riusciranno a incalzare il PP oppure no. A differenza di quanto è avvenuto in Italia, la Spagna ha avuto un partito popolare di stampo tradizionale. Cioè un ampio partito conservatore capace di coprire anche le posizioni reazionarie. Se Vox le esproprierà al PP, potrebbe stabilizzarsi su questo risultato. Nel caso in cui i popolari invece si rilanciassero, potrebbero riassorbire i neofranchisti. (O viceversa…).

Non si può non segnalare il dato dell’alta affluenza. Certo, non ci si deve far ingannare dal confronto col 2016. Le ultime elezioni si tennero dopo una legislatura sprint, andata a vuoto dopo l’incapacità di Sanchez di formare un Governo. Il che scontentò ampie fasce della popolazione (e penalizzò Podemos, che cercava di rilanciarsi in coalizione con Izquierda Unida e invece non si scostò di molto dal risultato del dicembre 2015). Ma senz’altro un ruolo ce l’ha avuto anche la presenza di Vox sul palcoscenico. Presenza ingombrante in un Paese che negli ultimi quarant’anni ha sempre preferito Governi di centrosinistra, e che parla la stessa lingua dell’America Latina.

In conclusione, le elezioni del 28 aprile hanno consegnato delle sinistre solide e delle destre confuse. Al fronte progressista mancano pochi gettoni per far partire il nuovo Governo. A quello conservatore servirà del tempo per strutturare una strategia alternativa alla coalizione di maggioranza. Anche perché, se a sinistra le dinamiche sono chiare (PSOE e Podemos sono destinati a girarsi voti nel medio periodo), nel centrodestra sono ancora tutti da scrivere. Perché i tre partiti d’opposizione devono ancora decidere cosa vogliono diventare da grandi.

Condividi

Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

Lascia un Commento