IN PAESE SI RITORNAVA AD AGOSTO

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gerardo acierno

(il racconto del solleone )

 

Erano gli anni Cinquanta del secolo scorso. Era l’Italia del Miracolo economico (il boom!), della ricchezza (si diceva, esaltandosi) mai conosciuta prima, della sempre più accattivante TV, delle prime lavatrici, delle Vespe e delle Lambrette, del sogno di buona parte del popolo di acquistare l’automobile  (mi son fatta la Seicento!), dell’Autostrada del Sole in rapida costruzione, delle domeniche al mare.

     Ai primi d’Agosto, Vito Russo lasciava Bologna e  ritornava in Basilicata, a Torretta, il paese dei nonni materni. Qui, dove non c’era il mare e l’autostrada scivolava a chilometri di distanza, egli trascorreva le mattinate estive in buona e numerosa compagnia.  Sulla riva del torrente, lo stesso che ancora scorre, aggrovigliato, in fondo alla gravina. Le acque impetuose e gelide; due piattaforme di cemento dalle quali spuntavano quattro piloni di legno scuro a sostegno di una malferma mulattiera; e loro, ragazzini di dieci anni o poco più, con le gambe rinserrate tra le braccia, nudi, intimiditi dal ‘pisello’ arrogante tenuto orgogliosamente in mostra dall’amico più dotato, dopo il bagno si lasciavano asciugare da un sole sempre incerto. I loro vestiti, stesi su larghe foglie senza profumo, prede di lavandaie guardone e accaldate alle pietre insaponate, somigliavano a vele di barche faticosamente approdate.

    In zona non mancavano i sassi.  A portata di mano erano utilizzati per zittire i fringuelli nelle siepi o a gareggiare nel farli rimbalzare il più possibile sul pelo dell’acqua. A Vito piaceva sfiorare quella che Adriano, il figlio del dottore, un giorno aveva chiamato con espressione poetica ‘la schiena del torrente’. Quel carezzevole scorrere dell’acqua gli ricordava la delicatezza dei capelli di Luciana, la ragazzina più simpatica del vicolo di casa.

    Il vicolo. Come le altre cento ‘cundane’ dell’abitato anche quel minuscolo tratto di pietre e umanità che era il vicolo di casa sua sfociava nella piazza, il ‘cuore’ del paese.

    In capo a tutto c’era il negozietto di frutta e alimentari : tre cassette di verdura, una manciata di mele, un sacchetto di noci, un grappolo di fichi secchi, spaghetti e bucatini ammassati in lunghi cassettoni e il banchetto sotto al quale il braciere, anche d’estate, riscaldava i ginocchi rinsecchiti dell’anziano padre della bottegaia. Pochi metri quadri e una diffusa penombra perché il sole là dentro s’infilava soltanto di sghimbescio. E sul selciato sempre  umido si rincorrevano nugoli di bambini e di sera calavano le lucciole dalla collina sovrastante mentre i trepidi richiami delle mamme scandivano le ore vissute da famiglie affollate.

    Due porte dopo di quella della frutta armeggiava il ciabattino in un altro buco di bottega. I colpi felpati del martelletto sulle tomaie, sui tacchi e sulle suole facevano da controtempo al battito secco e affilato dello scalpello del marmista imbiancato, baffi e barba, curvo, nella stanza di fronte a intagliare bassorilievi per lapidi.

    E poi: la cantina e l’odore del vino acre, i canti scurrili dei clienti avvinazzati, le liti per un gesto incompreso, per una carta mal giocata, per un contratto non rispettato, per un terreno confinante, per un matrimonio non concluso. 

    E ancora: case basse, due piani al  massimo, lucide scalinate esterne occupate da donne impegnate a sferruzzare e a bisbigliarsi pettegolezzi sulle suocere, panni stesi a finestrelle dirimpettaie, radio tenute ad alto volume, profumo di ragù, di gerani, di paglia e di basilico.

    E la stamberga abitata dalla prostituta da tutti conosciuta come ‘la Cinquelire’ per via della somma che prendeva per le sue prestazioni e  il vento che tutto spazzava e che ogni tanto riportava il sentore  del  bosco poco lontano insieme al gorgoglio del torrente, laggiù, nella gravina infiorata.

    Sulla sponda ciottolosa di quel torrente Vito consumava il resto del suo tempo a disturbare formiche rosse appesantite da chicchi di grano e fili d’erba mentre faticavano da un buco all’altro dell’assolato territorio a far provviste per l’inverno. A mezzogiorno, nei paraggi si accampavano i taglialegna. Il fresco della fiumara e l’ombra diffusa aiutavano a riprendere fiato, asciugavano il sudore, si poteva, finalmente, mangiare un boccone. Vito si faceva trovare seduto, pronto per condividere la sua merenda con quella ruvida gente: pane e mortadella in cambio di proverbi, motti e stornelli dialettali ma anche golosamente disposto a raschiare dalle loro gavette di zinco scrostato un paio di saporite cucchiaiate di polenta e fagioli.

     Il pomeriggio della domenica, facendo felice la mamma, Vito andava in Canonica. Seguiva di malavoglia le languide lezioni del parroco e quando don Luca si allontanava, egli rallegrava i compagni imitando sia la voce distesa del radiocronista sportivo dal nome nobile (Nicolò) sia quella roca, napoletana di Gennaro, il venditore di stoffe, sfibrata dal continuo richiamare le donne intorno al suo coloratissimo furgoncino: robbabbella! robbabbella..!” (con tutte le doppie possibili).

     Ricordare. Vito lo fa di continuo, ora, nell’ombra dei giardini bolognesi, con il sole che si ostina a infuocare una contorta stagione della sua vita. Lo fa in solitudine,  senza trascurare, di quelle vicende, il minimo dettaglio, la più piccola sfumatura. Che poi, quest’operazione per lui significa non soltanto non dimenticare ma provare a risalire le pareti impervie del Tempo per rinchiudersi tra le fantastiche parentesi esistenziali dell’infanzia e della gioventù sperando, così, di ritrovare scaglie di serenità perduta.

   Tempo, quello, senza grinze, – conclude Vito – durante il  quale gli era sembrato che piovesse sempre troppo ma nel quale aveva sempre trovato il modo e il luogo dove ripararsi; e sempre aveva avuto la sensazione di poter attraversare quella pioggia, tra una goccia e l’altra, senza bagnarsi. 

    Straordinario quel suo ritornare, anno dopo anno, in Agosto a Torretta, in terra di Basilicata, la terra dei suoi.

     Tanto tempo fa.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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