
di GERARDO ACIERNO
Era dicembre duemiladiciannove. Domenico Lovallo, detto Mimì, maestro elementare in pensione, stava tornando, in treno, nella sua taciturna terra lucana dalla ‘rossa’ Bologna. In città girava voce di un virus proveniente dalla Cina ma nessuno sembrava preoccuparsi più di tanto.
Comodo e azzimato nella carrozza 11, al posto 3B del Freccia Rossa, Lovallo tirò fuori lo smartphone dalla tasca del suo woolrich e iniziò a digitare parole a caso. Ne eliminò quasi subito un paio di dozzine e con le restanti, mettendole insieme a verbi, virgole, congiunzioni e altri segni, provò a comporre (sua giovanile e mai sopita passione …) qualcosa di senso compiuto.
La donna seduta di fronte a lui vedendolo intento assai nell’operazione e accennando un sorriso, domandò: “Mi scusi, è uno scrittore lei?”. “ No, signora”. “Giornalista?”. “Per niente” rispose sornione, Mimì, giocando a nascondino con quella curiosità tutta femminile. “ E allora ha insegnato!” esclamò la donna convinta di avercela fatta a scardinare quel suo ostinato riserbo. “ Ebbene sì” ammise Mimì con la sua naturale ritrosia. “Scuola media? Liceo?” continuò a crocchiare lei, mezza età, rossa di pelle, nera di capelli, forse lucana come lui. “No. Scuola elementare”. Un lampo di sufficienza mista a delusione balenò negli occhi di lei, come a dire “…bèh,
niente di straordinario.” E, infatti, acida sibilò: “Ah, maestro di scuola?”. “ Sì e allora?” rispose lui con tono di sfida. Lei, temendo il peggio, si riaggiustò nel poggiatesta color giallo canarino e chiuse gli occhi per darsi al sonno.
Lo sguardo tagliente di quella donna, l’arrogante suo arricciare le sopracciglia e la mancata risposta alla sua domanda lo lasciarono nello sconforto. Mimì si girò a guardare la pianura intristita dal grigiore di un fiume che correva verso il mare. C’era un cielo pesante, in lontananza si arrotolavano nuvole minacciose. Si mise a inseguire ricordi. E stranamente furono ricordi di scuola.
Millenovecentosettanta. Mezzo secolo prima. Primo anno d’insegnamento. Nel sud più a sud della Basilicata. Una pluriclasse di quindici bambini, frutto di una comunità abbarbicata su friabili colline, un manipolo di contadini ostinati a coltivare il grano, pascolare pecore, allevare maiali e, grazie al cielo, mandare i propri figli a scuola. L’inverno a rincorrere il vento nella stamberga che fungeva da aula e la primavera a caccia di topi, spavaldi esploratori sulle carte geografiche, tra i ciocchi della legna da ardere nella stufa di ghisa, nelle tasche dei cappotti utili per una stagione ancora umida e piovosa.
Con amarezza ripensò alla visita di controllo dell’Ispettrice scolastica. Arrivò lassù da loro a bordo di una Fiat 600 guidata da un servizievole Direttore Didattico. Mimì ricordava ancora il nome altisonante della nobildonna (Teodolinda De’ Goti – mi raccomando l’apòcope!- lo aveva avvertito, zelante, il suo dirigente), e non aveva dimenticato il maestoso abito nero lutto, la stilografica impugnata da falangi ossute e cadaveriche, il suo silenzio sdegnoso e sdegnato, lo sfregolio dei fogli del Registro di Classe setacciato minuziosamente, il secco colpo di tosse per dire arrivederci senza dire una parola ai bambini.
Il treno scivolò veloce fino a Roma. La donna nemmeno in stazione aprì gli occhi. Mimì prese delle ciambelle e un caffè dal carrello dello steward. Gli venne voglia di fumare. Per allontanare quella tentazione ritornò al telefonino. Iniziò una partita a scacchi con il computer ma al primo sferragliare delle carrozze abbandonò e si rituffò nel mare sempre mosso della memoria.
Periferia potentina. Una distesa di capannoni industriali sorti dopo il terremoto dell’Ottanta, ora, purtroppo quasi tutti in disuso, abbandonati. Classe unica, a tempo pieno, doppio docente, la mensa, la figura spaurita del piccolo Mauro che infila una mano infreddolita tra quelle del suo maestro per farsela riscaldare. Egli comprende e senza parlare, senza chiedere nulla stringe entrambe le mani del piccolo, le riscalda a dovere mentre la scolaresca cantilena: “…maestro, a casa di Mauro non c’è il fuoco … nemmeno i termosifoni … hanno soltanto una stufa elettrica … il papà di Mauro è disoccupato … Mauro sente freddo, maestro!”.
Con occhi gonfi Mimì tornò a guardare di nuovo fuori ma gli schizzi di pioggia ghiacciati che zigzagavano pigri sul vetro del finestrino attirarono per un po’ la sua attenzione. L’inverno si annunciava particolarmente aggressivo – pensò – mentre inconsapevoli brividi gli attraversavano la schiena e tuttavia il caldo della carrozza e la durata del viaggio lo esortarono a ricordare ancora.
Era il giorno di Natale l’anno in cui sua madre ‘volò in cielo’ come disse il prete arrivato a benedire la salma. La nebbia, quella volta, rovistando in giardino s’era fatta gelo sul ramo dei cachi. Intorno, radi segni natalizi, ma sulle rocce e sui tronchi non c’erano tracce di muschio né se ne annusava il profumo. La neve di bambagia usata per scrivere ‘Auguri’ sulle vetrine dei negozi nelle giornate precedenti gli aveva messo addosso tanta tristezza. Invece le campane della notte della Vigilia anche in quei tristi momenti avevano dato forza alla sua fede, solida e inesorabile come la primavera che avanza nelle cortecce.
La sua gente era gente di bottega, con il colore un po’ anemico tipico della categoria. Da essa emanava odore di fatica e di sudore. La madre, sarta nella bottega del papà, gli aveva sempre raccontato che da giovinetta aveva imparato a sagomare tomaie, suole e tacchi nell’officina messa su in paese da una signora scesa giù da Milano vogliosa di fare impresa sulle colline lucane. Le giovani apprendiste e i paesani la chiamavano ‘la signorina Rancilio’, la rispettavano e l’ammiravano. Quando lei fece ritorno in terra padana, la Seconda guerra mondiale era alle porte e nel borgo la fabbrichetta di scarpe ebbe purtroppo poca vita.
Negli anni Sessanta, la mamma aprì un piccolo negozio di generi alimentari. Mimì ricordava bene il guazzabuglio di odori e di sapori che si respirava in quella “dispensa” comune, e i volti sorridenti, amichevoli, confidenziali delle donne che nella bottega entravano con la borsa della spesa in una mano e “la libretta” del credito nell’altra. Quanta fatica per vivere. Quella, però, – aveva sempre pensato Mimì – era fatica che sapeva di serenità e di speranza. Sapeva di pace e di onestà.
A Mimì tornarono in mente altre parole di sua madre, quando, da bambino, gli parlava della casa dove lui era nato. Nel cuore del centro storico del paese. Un posto antico segnato da gradoni di pietra bianca e da portali scolpiti di figure. Il sole a far capolino nella prima mattinata e poi basta. Qui si arrivava sempre col fiatone. Gli raccontava, la mamma, dell’ufficio postale che all’epoca operava in zona, assediato da case basse, da botteghe artigiane e dalla dimora dell’arciprete quotidianamente trasformata in sala d’attesa: si andava in Posta per ritirare i pacchi spediti dai parenti emigrati in USA e si passava da Concettina, la perpetua del monsignore che tutti ospitava e che con tutti s’intratteneva, per lasciare qualcosa – merce o denaro – in segno di rispetto e riconoscenza, senza rinunciare, come da tradizione, a spettegolare con lei di qualunque cosa.
Nello slargo poco distante, donne e bambini del quartiere facevano la fila alla fontanella pubblica con fiaschi e barili da riempire e riportare a casa per dissetarsi e lavarsi. Erano gli anni subito dopo la Guerra. Si tirava avanti grazie agli aiuti americani e alla frugalità lucana. Ci si accontentava di poco ma si era tutti molto fiduciosi in un futuro diverso e migliore.
Di quella loro prima casa, tenuta in affitto per poco tempo, sua madre conservava un buon ricordo. Mille volte gli aveva parlato delle tre stanze pavimentate con mattoni di terracotta rossa; della finestra con gli scuri smaltati di grigio e i vetri sottili, fissati con lo stucco che d’estate si sbriciolava di continuo; della fornacella con le piastrelle di ceramica bianca; dei gradini all’ingresso adornati con vasi di gerani e la ringhiera di ferro battuto a disegnare un metro quadro di pianerottolo. Lungo il muro sbrecciato che portava ad altro fabbricato, c’era una cantina, dove uomini con la coppola e il mantello a ruota, seduti attorno a un tavolo, ammazzavano il tempo sorseggiando bicchieri di vino rosso schiumante. Di fronte, tre palazzi signorili che aprivano i loro massicci portoni soltanto in agosto quando i proprietari arrivavano da Napoli a godersi il fresco della montagna lucana.
Mimì, girovagando, arrivava spesso nei paraggi di quella vecchia casa e se incontrava qualcuno, provava a chiedere a questa persona, uomo o donna che fosse, giovane o avanti nell’età, confidenze, notizie, pareri sul perché l’erba incolta avanzava tra le pietre dell’uscio e il basso davanzale della finestra senza che nessuno facesse qualcosa: –Perché è chiusa? Dove sono finiti i proprietari? Non c’è nessuno che la vuole?- Non otteneva quasi mai risposte convincenti. Allora, intristito, si appoggiava alla ringhiera immaginando l’attimo in cui lui, in una di quelle stanze, era diventato sostanza, il bellissimo momento del suo concepimento. Sperava fosse accaduto di notte. Una notte di primavera avanzata, mite e quieta, il papà alla fine di una serena giornata lavorativa e la mamma più dolce del solito mentre in cielo si accendevano le stelle ‘a cento a cento’, come cantava un’antica melodia paesana.
E ancora la mamma gli aveva detto di lui e del suo primo anno di vita passato a casa della balia, la quale lo allattava dopo aver allattato suo figlio. La donna, tra una poppata e l’altra, piangeva di brutto il marito morto da poco, travolto dal cedimento di un muro in un cantiere di Potenza. Mimì chiamò per sempre quella donna, mamma ‘Ndonia e lei, orgogliosamente, sempre si vantò di avergli dato il suo latte.
La casa di mamma ‘Ndonia si trovava nella parte più bassa del paese, con vista a mezzogiorno, a poche decine di metri da un ricovero di pecore e capre. Di là non passava mai nessuno, non c’erano botteghe e neppure negozi, né mai si era vista una processione, un corteo, una sfilata. C’erano, però, logge, pianerottoli e lunghe scalinate. Automobili nessuna. Di primo mattino e al tramonto, il pastore aiutato dai cani sospingeva il suo gregge in uscita o verso il rientro. Quando questo accadeva la stradina sulla quale la casa si affacciava, si colmava di odore caprino che andava a confondersi con quello dei fagioli in cottura dentro ‘nu pignatieddë’ di terracotta sistemato accanto al tizzone più robusto di un fuoco qualunque. Il bucato steso alle ringhiere con il suo profumo di fiumara contrastava come poteva il sollevarsi del puzzo animale.
Mimì, negli anni, s’inoltrava in quel rione e certe volte (Dio solo sa quante!), gli sembrava di riascoltare quell’antico belare. Rivedeva le donne del pastore indaffarate a intrecciare latticini nei sottani illuminati da fuochi utili e tenuti sempre vivi. Una musica sembrava ridiscendere dall’altro capo del vicolo a confonderlo perché spesso la scambiava con quella dei domenicali pomeriggi della sua adolescenza quando faceva visita a mamma ‘Ndonia. Tutte le domeniche dell’anno.
Di quelle giornate, Mimì ricordava il sole tramontare gigante dietro monti lontanissimi, e dalla ringhiera, come da un palco di teatro, lo spettacolo si poteva ammirare in tutta la sua maestosità. Sui pianerottoli, giovani donne ricamavano corredi. Canticchiavano canzonette in attesa della sera quando, riposti aghi, stoffe e ritagli, si recavano al ballo organizzato da giovanotti impomatati, gli stessi che per ore, tutti i giorni, se ne stavano appostati all’angolo dove il rione incrociava Corso Umberto. Fumavano, fischiettavano, fingevano di litigare e ridevano.
Si ballava quasi sempre a casa di zia Stella, donna d’altri tempi che si portava appresso il profumo della cannella. I ragazzi e le ragazze degli anni Sessanta venivano a ballare qui perché trovavano bicchierini di rosolio, aranciate amare e tanta musica: rumba, valzer e tango a non finire. Il giradischi, piazzato sulla panca fine ottocento, alternava le voci di Neil Sedaka e di Mina, alle trombe dell’orchestra di Ray Conniff. Le ricamatrici, sorridenti e furbe dentro le loro appena accennate minigonne, sedevano in bella posa sulla consumata ottomana dell’ottuagenaria zia Stella, sempre vigile e presente, mentre i maschi, intimiditi, sudavano non poco prima di avvicinarsi per invitarle a ballare. E Mimì c’era.
Si fece buio. Il treno rallentò dolcemente. Un lontano profumo d’agrifoglio richiamò Mimì alla realtà. Era giunto a destinazione. Potenza Inferiore. Un freddo siberiano. Il tassista caricò velocemente il bagaglio e partì sgommando sull’asfalto rigato di brina. Durante il tragitto quella strada, la strada verso casa, sembrò riflettere luci natalizie. Mimì si sentì preso da qualcosa che stava a metà tra la felicità e la serenità. Trovò la famiglia in soggiorno, il televisore spento e un bel fuoco crepitante nel caminetto di pietra con il ripiano di quercia lucidato come si deve.