INDIFFERENTEMENTE

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Dino De AngelisDINO DE ANGELIS

Nel periodo natalizio  succede spesso che le persone abbiano qualche giorno in più per dedicarsi a fare qualche gita fuori porta, e così nelle recenti feste di Natale sono tornati a trovarmi degli amici che non venivano a Potenza da un bel po’ di tempo. L’organizzazione urbana è molto spesso al centro delle attenzioni dei visitatori: qualunque forestiero che visita (oppure ritorni) in un luogo, manifesta  una innata curiosità che spinge a provare a capire come funziona una città che conoscono poco, e come si è evoluta nel tempo. La questione è assai meno spiegabile razionalmente di quel che si crede: succede anche a noi, ogni volta che andiamo in qualche altro posto, di informarci circa il meccanismi che regolano gli spostamenti in città. E in genere, quando parliamo di spostamenti, stiamo parlando di mobilità. Questi amici sono gli stessi che, qualche anno fa, quando gli parlai dei mezzi pubblici cittadini e spiegai loro che non venivano quasi usati dall’utenza nonostante fossero gratuiti, risposero: “certo che voi potentini siete davvero strani”.

Ci sono espressioni davanti alle quali mi sento sempre piuttosto disarmato, perché la ribattuta a tali osservazioni comporterebbe un disagio ancora maggiore della sommaria valutazione ricevuta. Come glielo posso spiegare, ad esempio, che oggi la situazione dei mezzi di trasporto pubblico è cambiata di pochissimo, nonostante stavolta vi sia un biglietto? Come glielo spiego che sono ormai anni che la città non è in grado di soddisfare le elementari richieste di un’utenza che finisce con coincidere al più con la popolazione studentesca e con poche altre categorie sociali che non sono provviste di auto propria?

A volte si ha bisogno di un occhio esterno per giudicare con il giusto aggettivo quello che i nostri occhi non vedono più. E anche in questo caso, mi hanno sollecitato a portarli in giro, per vedere con i loro occhi curiosi, come questa città “funzionasse”. E sono emerse altre due osservazioni collegate alla famosa espressione: “siete strani”.

La prima stranezza ha riguardato quella minuscola strada che da Via Anzio porta su Via Adriatico e poi ritorna su Via Anzio dopo aver girato intorno ai quartiere di Poggio Tre Galli, costeggiando il Parco Mondo. Hanno osservato che quella piccola stradina fosse  assai frequentata di macchine e mi hanno chiesto se non ci fosse una strada più comoda per arrivare al bar dove ci siamo fermati a prendere un caffè. Seduto con calma in quel bar, ho spiegato loro che quel giro era praticamente obbligato poiché l’arteria principale (Via Anzio) in realtà aveva un senso obbligato che non permetteva di tagliare dritto verso Via del Gallitello. Si sono guardati e poi non ce l’hanno fatta proprio a non chiedermi: “E perché?”16128921_10210097227781651_1533855684_n

Dopo l’ennesima mia stretta di spalle, un altro motivo di perplessità si è verificato quando abbiamo attraversato  quel ponticello costruito alla fine della fondovalle che scavalca una rotonda e termina all’inizio di Via Vaccaro. Me lo hanno fatto fare più di una volta, sia imboccandolo direttamente, che percorrendo la strada sottostante in senso opposto (da Via Vaccaro alla Fondovalle),perché cercavano di capire il senso di quell’opera. E quando lo abbiamo fatto più volte, avevo già capito cosa volessero chiedermi: “Si, ok, ma a che serve questo ponticello?” Inutile dire che, come per la questione degli autobus di qualche anno fa e per la stradina di Via Anzio, non ho saputo rispondere. E via con l’alzata di spalle.

Ma magari sono io troppo superficiale per non aver approfondito, sicuramente una logica c’è, soprattutto visto che mai nessuno, in questa città pare abbia sollevato il problema, tutti percorrono queste strade indifferentemente (come una vecchia canzone napoletana). E poi, sinceramente, perché porsi tutti questi problemi?  L’unica cosa che ho potuto fare con questi amici prima che partissero, è stato un impegno ad approfondire  la logica – a me misteriosa – di una città nella quale sembra che sia normale fare l’intero tour di un quartiere prima di sbucare sulla strada principale, e nella quale ci sono cavalcavia costruiti su una rotonda di cui nessuno si chiede la ratio. Una città nella quale i propri cittadini, davanti ad ognuna di queste stranezze, sembrano cantare  quella famosa canzone dell’epoca: “Famme chello che vuò, indifferentemente”.  A quel punto, il ponte di Via Di Giura me lo sono risparmiato! Buono sì, ma fesso no.

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