INTERVISTA A PEPPE BARRA – LA CULTURA POPOLARE E I DIALETTI

0

NICOLA SILEO

Si è svolta, a Potenza, nell’ambito della Settimana Internazionale dei Dialetti, organizzata dal Centro Interuniversitario di ricerca in Dialettologia (CID) dell’Università degli Studi della Basilicata, nella sede di Via Nazario Sauro, la lezione-concerto di Peppe Barra.

Il maestro, classe 1944, è un personaggio autentico della cultura napoletana, impegnato da sempre nella valorizzazione e nella protezione delle più antiche tradizioni, avendo alle spalle una lunga carriera teatrale e musicale, che lo ha visto impegnato in progetti di grande portata come i migliori lavori della Nuova Compagnia di Canto Popolare negli anni settanta e in rappresentazioni teatrali storiche come la sua celebre “Cantata dei Pastori”. Barra si è esibito, al termine della premiazione del concorso di poesia dialettale bandito dal CID, in uno spettacolo di canzoni, monologhi e aneddoti, ripercorrendo i momenti più importanti del suo percorso artistico, da gioielli della musica napoletana più tradizionale agli elementi essenziali della sua discografia solista, riservando un posto notevole anche a tributi, in dialetto napoletano, a grandi cantautori italiani come “Lo Shampoo” di Gaber; conclude, poi, il concerto con la sua famosissima versione della “Tammurriata Nera” che dedica alla violenza sulle donne. Al centro della serata, ovviamente, il dialetto e la cultura popolare.

Il nome di Peppe Barra è da sempre associato a grandi titoli teatrali e a situazioni musicali in cui il mondo popolare è sempre stato esclusivo protagonista. Alla luce di un grande revival, negli ultimi anni, della musica “popolare”, che forse sarebbe meglio chiamare “etnica”, qual è oggi, secondo lei, il ruolo di chi si avvicina o si dedica alla musica e alla cultura etnica? Si può parlare, in un certo senso, di una innovazione anche in contesti tanto tradizionali?

Io penso che, oggi come oggi, il mondo popolare, quello che avete visto e amato nei lavori della Nuova Compagnia di Canto Popolare, quel mondo etnico – perché è proprio “etnico” la parola giusta, soprattutto in questo periodo – non si viva più, non esista più. Esiste, però, il cuore dei giovani che amano le proprie radici e continuano a proteggere queste tradizioni. Tutto ciò che era rimasto, già a quei tempi, del cosiddetto mondo popolare, è stato recuperato e espresso grazie a grandi studiosi di antropologia come Alan Lomax, Diego Carpitella, Annabella Rossi, la NCCP, Roberto De Simone e poi basta. Non c’è più nulla. Ciò nonostante bisogna amarlo e proteggerlo, continuare a raccogliere e ad immaginare un mondo popolare vivo, anche se non lo è più.

Parlando di dialetti, io penso che in una realtà come quella napoletana sia molto più facile vedere e di conseguenza raccogliere i frutti della valorizzazione delle tradizioni e dunque anche dei linguaggi. In una realtà come quella lucana ciò è sicuramente più difficile, ma eventi come quelli di oggi e di questa settimana dimostrano che questo tipo di valorizzazione è possibile, ma soprattutto efficace. Secondo lei oggi è possibile la piena realizzazione del dialetto nell’arte, anche in un contesto diverso da quello napoletano?

In realtà, come fatto paradossale, io penso che la stessa lingua napoletana che noi abbiamo amato, condiviso e protetto fino a questo momento, stia scomparendo. Perché? – forse dico una cosa banale – Guarda Gomorra: il film, soprattutto. Gomorra è un film documentario, che denuncia una situazione terribile: quella della camorra, della delinquenza, della violenza, della brutalità. Pensateci: perché ci sono le didascalie? Noi molti anni prima avevamo visto “C’era una volta” (film del 1967, ndr) con la regia di Francesco Rosi, con Sophia Loren e Omar Sharif. Era un racconto tratto dall’opera di Giovan Battista Basile. Non c’erano mica le didascalie, non c’era la traduzione! La Loren recitava in puteolano: insomma, sempre in lingua napoletana. Ma non c’erano le traduzioni. Perché? Io non me lo spiegavo, ma ora riesco a spiegarmelo. Gomorra è la denuncia, la comunicazione del male. Quella di Rosi era, invece, una proposta di cultura. C’è un abisso tra cultura e denuncia. Gomorra è denuncia della brutalità, che fino a pochi anni fa noi tenevamo nascosta, per paura. Adesso invece sia Garrone col film, sia la serie, hanno detto agli italiani la verità. Non hanno potuto chiamarla “camorra”, bensì “Gomorra”, con un riferimento biblico, uno strano miscuglio di linguaggi, anche rituali, secondo me, con un titolo scaramantico, se vogliamo. Ecco perché il linguaggio sta scomparendo. Ciò che vediamo in Gomorra la serie non è più dialetto napoletano: i personaggi parlano con suoni gutturali intraducibili, mentre il napoletano è una lingua vera e propria, con la sua grammatica e le sue regole! Così il dialetto, così tutto il mondo popolare.

Se in alcune realtà le ultime generazioni stravolgono il dialetto, in altre questo viene percepito dai giovani addirittura come una lingua morta, ormai. È un destino irrimediabile, dunque, quello delle tradizioni e dei dialetti?

La verità è che il dialetto sta morendo: ora però bisogna studiarlo, dedicandovi soprattutto dei corsi nelle università. E, guarda, ti dirò di più. Noi stiamo attraversando un brutto momento culturale, politico – soprattutto politico. Il linguaggio dialettale scompare perché non c’è più protezione. Bisogna insegnare il linguaggio dialettale. Esiste, però, un grave handicap, poiché nemmeno nella cultura delle famiglie è rimasto l’amore per il linguaggio. I bambini non lo parlano più. Quando provano a parlare in dialetto sembrano stranieri, degli svedesi che tentano di parlare napoletano! Questo accade perché i genitori si vergognano di far parlare dialetto ai loro figli. Il bambino utilizza, dunque, soltanto quel linguaggio e la lingua regredisce fino a scomparire. È questa la fine a cui sono destinati i dialetti se non si interviene. Purtroppo secondo me è così. E i mass media e i social networks incidono molto su questo: i gusti cambiano, ma in peggio. Il linguaggio si uniforma, con la televisione che diffonde il cattivo gusto. Dappertutto vedo volgarità. Poco fa sono stato a Madrid, una città attentissima alla cultura. Dovremmo prendere esempio. Tra l’altro Napoli somiglia molto a Madrid: è piena di Carlo III! Appena abbiamo detto che siamo di Napoli ci hanno accolti molto calorosamente. Lì si che c’è la fratellanza. I social, invece, diffondono la solitudine. Sono strumenti che aiutano ad essere soli. Servono comunque, ma vanno usati con moderazione. Questa deriva dovete fermarla voi, che siete giovani. Non posso mica farlo io! (ride)

(Fotografie di Lorena Vaccaro)

 

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

Lascia un Commento