TERESA LETTIERI
La chiamarono campagna di sensibilizzazione sociale e lo slogan recitava “Vuoi il mio posto? Prenditi anche la mia disabilità! Se l‘intento era quello di sensibilizzare in merito alle difficoltà dei diversamente abili con l’intento di garantire le medesime opportunità a tutti attraverso la collaborazione ed il buon senso di tutti, mai formula è stata così inappropriata alla mission perseguita. Trovarla affissa sotto la segnaletica che indica un parcheggio per disabili, prevalentemente negli spazi delle attività private, a mio dire, tutto induce nell’animo fuorchè suscitare attenzione verso un disagio. Certo, a sentire chi si è speso per arrivare a questa composizione pare non ci siano state alternative pur riconoscendone la bruttura, sebbene sia fermamente convinta che i modi per comunicare, trasmettere e condividere un contesto come un sentimento o una emozione siano innumerevoli, ognuno di noi saprebbe esprimersi a suo modo, e non mi si dica che quelle parole inneggino al rispetto e alla solidarietà. La maniera per diffondere la cultura della diversità, soprattutto se afferisce ad un handicap, non è di certo quella di suggerirla in prova, seppur simbolicamente attraverso un messaggio, per beneficiare poi di una utilità, cosa ben peggiore. Probabilmente perché il mio concetto di condivisione di uno status, difficile o agevole che sia, non si risolve nei termini suggeriti dallo slogan ma si diparte da una condizione di empatia verso l’altro, ovvero di capacità di mettersi nei panni di chi si trova in una determinata condizione senza necessariamente viverla. Orbene, è pur vero che noi cittadini in fatto di altruismo non siamo affatto campioni e la possibilità per un disabile di reperire un posto auto viene regolarmente disattesa nonostante il Codice della Strada sanzioni la sosta in parcheggi
o riservato alle persone portatrici di handicap. Recentemente, anche questi spazi sono diventati luoghi in cui si consumano i peggiori conflitti di cui l’uomo è capace, considerato il disagio e la precarietà che l’handicap porta con sé. Perché non è sufficiente appropriarsi di un spazio riservato, che già la dice lunga sui costumi adoperati, bisogna anche scagliarsi contro chi per legge ha diritto a quello spazio. Accade a Milano, dove una fuoriserie è stata disturbata nella sosta a cavallo di ben due parcheggi per disabili da una macchina che tentava di parcheggiare, ed il cui proprietario si è sentito in diritto di assalire il conducente, padre di un ragazzo disabile in visita al centro città, che aveva semplicemente chiesto di indietreggiare. L’aggressione, peraltro sotto gli occhi del figlio, ha richiesto l’intervento delle forze dell’ordine che si sono premurate di tranquillizzare i due malcapitati e ricercare l’autovettura in fuga. Accade all’ esterno di un centro commerciale, sempre nel milanese, dove la contravvenzione di 60 euro a chi aveva parcheggiato in zona riservata ha scatenato l’ira del multato che si è preoccupato di scrivere addirittura un cartello di offese verso il presunto disabile. Nelle ingiurie anche il plauso per quell’handicap, la soddisfazione per quel disagio quasi meritato, l’ostentazione beffarda della propria normalità, se di normalità si può parlare a questo punto. Ma accade anche dalle nostre parti, dove la titolare di una attività comm
erciale potentina, in proprietà privata, ha dovuto assistere nonostante i suoi richiami alla indifferenza di un aitante palestrato che per beneficiare della sua ora di wellness (solo il suo a quanto pare) aveva occupato il posto di un disabile senza preoccuparsene. E’ evidente, come più spesso osservato che il livello di umanità, più che di civiltà, sia in caduta libera, e che questo fatto poco importi, perché se la civiltà si costruisce anche nei conflitti che si creano all’interno della collettività, l’umanità dovrebbe rappresentare il corredo posseduto affinché pure i conflitti possano essere gestiti in maniera adeguata al profilo di una società di individui, regolata da criteri diversi e distinti che ne consentono il distinguo da qualsiasi altra forma di aggregazione. Se poi ricordassimo che il linguaggio funziona in entrata e in uscita e che i messaggi che quotidianamente ci bombardano vanno a costituire un magazzino di informazioni da selezionare all’occorrenza (sperando che nel frattempo non siano rimasti a giacere per essere utilizzati a caso) ci renderemmo più facilmente conto che leggere uno slogan come “Prenditi anche la mia disabilità” non ha nulla di solidale, ma classifica, sottolinea un disagio attraverso una pacata maledizione, non apre al rispetto ma alla sfida. E dalla sfida all’aggressione è un attimo, proprio quell’attimo che separa “Prenditi anche la mia disabilità” e… “sono contento che ti sia capitata questa disgrazia!”