IO SO CHE ALLA SERA … “

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di  GERARDO  ACIERNO

È stato detto che la Memoria è la gioventù dei vecchi. Forse è vero. Essa combatte contro le leggi del Tempo che inesorabile scorre e spinge a non voltarci indietro. Soprattutto in questa nostra epoca tiranneggiata dal presente e ossessionata dal futuro. Certo, per dirla con don Abbondio, “uno non se la può dare” eppure in essa tutto si accumula e tutto resta.

     In uno di questi incerti pomeriggi d’ottobre, crepuscolari e un tanto malinconici, con i casi di contagio da Covid in aumento anche da noi in Basilicata e con la dannata voglia di rinserrarmi come in primavera nelle quattro mura di casa, m’imbatto nella pagina di uno scrittore grandissimo e terribile, in un passo davvero illuminante. Così scrive Dostoevskij: “Sappiate che non vi è niente di più alto, di più forte, di più sano, di più utile per l’avvenire della vita di un buon ricordo, e tanto più se esso appartiene all’infanzia, alle cose di casa.”

Inoltre, e chissà poi perché, mi sovvengono i versi di Jammes che ho usato in esergo a uno dei miei primi scritti: “Dicono: E se non ci fosse?/ Che importa; io so che alla sera,/ nel villaggio, la mia chiesa/ è tanto grigia e tanto dolce.

      Ecco che, mixando le mirabili parole del grande romanziere russo con quelle del devoto poeta francese, volo, con la Memoria, appunto, nella chiesa del mio paese nel tempo della mia infanzia. Qui, all’ora del vespro, il sagrestano (lo chiamavamo cumpa Saverio) dava inizio a una sorta di concerto. Lo scampanio raggiungeva sia il contadino curvo sui solchi a lu dav sia il boscaiolo vigile al fuoco dû catuozz a la Buffta. Nella stessa ora le donne, solitamente vestite di nero, lasciavano le case e, sistemato il tizzone accanto a la pignata dî fasul raggiungevano la chiesa per vicoli e stradine, da li Chiagg e dalla Prscnia, da lu Dumanie e da lu Uaddò.

        Il rituale era sempre lo stesso: si raccontavano le novità del proprio cnanz, le rispostacce delle nuore, gli amori e le liti dei vicini, le monellerie dei figli, i guai di salute. Tra i banchi lucidi che sulle spalliere avevano scolpiti i nomi dei benefattori, il Santo Rosario veniva recitato a mezza voce. Il fumo dei ceri si alzava sottile verso la volta penetrata dalla luce soffusa del tramonto e tra colpi di tosse e sospiri prolungati un campanello dalla sagrestia invitava a cantare il ‘Tantum ergo’.

      A celebrazione conclusa il sagrestano ritornava; spegneva le candele con una lunga canna incappucciata da un coppino di lamiera; accompagnava con un sorriso e un borbottio le pie donne all’uscita e chiudeva il grande portone di legno massiccio.

     Calata la sera la mia chiesa affrontava la notte in compagnia di case intimidite ai suoi piedi. Intorno pulsava l’infinito almanacco degli umani sentimenti e quando la luce viva del primo sole in risalita dai monti di Rifreddo tornava a illuminare il suo tetto rosso, il parroco già armeggiava all’organo in attesa di celebrare la prima Messa.    

      La mia chiesa, quella chiesa, la chiesa di quel mio tempo infantile segnava il ritmo della vita del paese. Lo faceva con la sua campana forgiata da antichi artigiani pignolesi famosi in tutta la nazione. E se un dubbio avesse mai  attraversato il mio animo, ferito la mia fede, (.. e se non ci fosse?) ho sempre saputo che la dolcezza di quella mia chiesa mi avrebbe ogni volta ricondotto da Lui.

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(Riflessione volutamente arricchita di vocaboli, espressioni e assonanze dialettali in omaggio al Progetto ALBA del Centro di Dialettologia)

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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