I cambiamenti geopolitici che stanno interessando il mondo intero sono piuttosto significativi ed importanti. Il neopresidente degli Stati Uniti dopo pochissimi giorni dal suo giuramento ha firmato due decreti, bloccando il programma di accoglienza per i profughi e bloccando gli ingressi per libici, iraniani, iracheni, somali, sudanesi e yemeniti. Stesso trattamento riceveranno i siriani che, fino ad ulteriore comunicazione non potranno essere accolti negli States, al contempo Trump ha chiesto al Pentagono un piano per creare ‘safe zone’ in Siria o nelle zone circostanti.
Lo scorso 24 gennaio abbiamo visto l’inizio della conferenza di Astana per la pacificazione della Siria che ha visto la partecipazione di Russia, Turchia, Iran, i rappresentanti del regime di Assad e i gruppi dei ribelli escluso l’Isis e alcuni gruppi legati a Al-Qaeda. Nessun rappresentante dell’Unione Europea e nessuno che faccia le parti dei regimi sunniti come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che di fatto hanno finanziato la rivolta anti Assad. Al contempo Israele cerca di rinsaldare i legami con la Russia con contratti a cadenza settimanale favoriti dai tanti ebrei russi emigrati in Israele negli anni ’90. Non da ultimo il dichiarato apprezzamento del presidente Trump per l’esito referendario britannico che ha decretato l’uscita dall’Europa del Regno Unito e posto le basi per una relazione ancor più salda tra i due paesi, di fatto affidano all’Europa un ruolo marginale nella scena politica internazionale.
Dall’altra, il 26 Gennaio c’è stato un vertice dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea sull’immigrazione, uno degli obiettivi è l’interruzione del flusso dei migranti dalla Libia tramite un finanziamento della guardia costiera libica, che creerà una linea di protezione per impedire ai gommoni di partire. Si punta inoltre a sostenere i programmi di rimpatrio volontario nei paesi di origine, anche dalla Libia.
Sembrerebbe che tutto prenda una direzione di chiusura, dopo decenni di libertà e progresso sociale ed economico, pare stia calando il sipario e sommessamente ci si ritiri dietro le quinte a curare i propri affari, ad occuparsi solamente del proprio. Certo, potrebbero essere letti come cicli storici che arrivano e poi piano piano si distendono, ma chissà se in questo clima di paura ci sarà ancora posto per l’altro per la cooperazione intesa come valore ed accrescimento per ciascuno.
La situazione catastrofica del Medioriente pare interessi agli Stati Uniti che, come sopradetto, con altri paesi cerca quanto meno di costruire un tavolo diplomatico attorno al quale discutere, finalmente, di una situazione penosa. Riguardo alle problematiche nord africane, alcune successive alle primavere arabe, le quali sono state di fatto supportate da qualche paese progredito, pare che gli Stati Uniti non se ne vogliano interessare, pare che la politica del neopresidente sarà quella di placare, assieme ad altri paesi, la zona del Medioriente e richiudersi esclusivamente negli affari interni. Eppure le rivoluzioni e i capovolgimenti delle coste prossime all’Europa sono state causate anche dalla politica estera degli Stati Uniti mentre il flusso di migranti è stato gestito dall’Europa ed in particolare dall’Italia. Inoltre attaccare pubblicamente un’ Unione di stati che faticosamente sta cercando la sua direzione, bilanciando ed equilibrando gli interessi interni di ciascun paese e che alla base è stata generata da valori come l’apertura e la libertà e che potrebbe essere per lo più un alleato e non un nemico, sembrerebbe un tantino fuori luogo e forse anche ‘useless’. Paradossalmente dopo la Brexit, assistiamo ad una piena consapevolezza dell’importanza dell’Europa, avvalorata da una politica estera statunitense che sembrerebbe lasciare spazi d’azione soprattutto sul Nord Africa. Tale situazione potrebbe essere vantaggiosa per l’Europa, ma più di tutti per l’Italia che potrebbe riprendersi un ruolo cruciale e di mediatore con i paesi del Nord Africa. Ruolo adatto al nostro Paese, ancor di più a seguito di alcune scelte di politica estera di alcuni Paesi europei che non potrebbero riproporsi nuovamente come pacificatori o mediatori, dopo aver, in alcuni casi, destabilizzato solamente. Ruolo assegnato al nostro Paese da un’affinità culturale e sociale, oltre che da una posizione geografica che favorisce lo scambio e i rapporti di varia natura con paesi che distano in alcuni casi una manciata di chilometri dalle nostre coste (tra la Tunisia e Lampedusa ci sono solo 60 km di mare). Per concludere, dopo aver sostenuto il più possibile l’arrivo dei migranti, aver dato loro assistenza (certamente non senza qualche pecca), aver fornito assistenza sanitaria, logistica e legale, adesso che sembrerebbe un’altra la direzione intrapresa dal mondo politico, forse sarebbe utile mettere a disposizione le professionalità e le conoscenze acquisite in questi anni di accoglienza e le relazioni nate, per intessere rapporti sociali, culturali ed economici con questi paesi che di fatto il nostro Paese non ha mai abbandonato.
