
LUCIO TUFANO
Riprodotti in scala ridotta la lotta di origine antica, la guerra degli elmi, gli alfieri siamesi e i lancieri, i lucidi birilli, i giochi orientali delle feconde vestali, le altalene, le pedagoghe invenzioni di Aristotile e di Platone, la palla colorata e la trottola variegata, il bastone spezzato di Bacone, il diavolo cartesiano, le case di bambola della Sassonia e le damine di porcellana, il cavallo che dondola, le torri sottili con le bandiere, i popolosi paesi delle fiere, i colorati aquiloni manovrati, i piumati cimieri dei campioni, le armi bianche e le bombarde, le picche e le alabarde, i tornei urlanti di strisce con gli scudi dei casati a losanga, a fascia e a croce, col grifo rampante o col liocorno, con l’idra e i leoni, con le cinquefoglie o col giglio, che si scontrano e fracassano le armature scintillanti, i principi vaganti travestiti da cavalieri intriganti, tutti i giochi piccoli o grandi, raccolti nei libroni delle spelonche, delle streghe dei sabba, delle civette e dei gatti dagli occhi di diaspro, dei maghi dagli alambicchi, degli orchi con gli stivali dalle leghe veloci, dei manieri tenebrosi, delle notti da pipistrelli e da fuochi fatui, dei forzieri nascosti nelle ampie stanze a fiori degli agiati palazzi borghesi, ove il privilegio conserva le sue vivide luci da caleidoscopio.
Fuori di essi, col freddo e col sole, la folla che applaude, assorta, estasiata, i chiromanti dei luna park, i cantastorie con i mosaici di tessere dépliant, i giocolieri e i fachiri, i divoratori del fuoco, i giullari delle corti, i girovaghi delle strade, tutti quelli che conoscono le storie tiranne, d’amore e di morte, dalle tremende oligarchie del potere sfuggiti ai ferrigni custodi dalle grandi porte piazzate tra regge e ponti levatoi con cani ringhiosi e draghi mostruosi.
Tra il gioioso mondo dei giochi e il sottomondo dell’immaginazione, riaffiora l’elenco degli squallidi attrezzi, degli scontri all’aperto, le trappole di ruggine e le fionde sfreccianti, la mano a tamburo, il tegame da parata, la mazza di scopa per il galoppo, la carta che vince, il pugno che perde, le dita che stroncano la muta caparra di Hong Kong, tutto ciò che costituisce la nota letteraria della memoria per sapere a chi toccano le parti nella magia delle arti.

Arrivano i trenini di legno rosso e verde, le sorprese coi fiocchi, le pianole, con i Pinocchio e i Pierrot. Traboccano di cioccolatine rossoturchine, di confezioni e di nastri le grandi vetrine. Sostavano le lingue e gli occhi in mucchio, pensando alle calze piene di cose, ai tamburi rullanti delle fucilazioni, alle trombe di ottone per le suonate nel vico Addone.
L’alacre fabbrica di carrozze con i cuscinetti e di “pattinelle” coi freni, lo sterzo, il fanale e la tromba, il sedile sopraelevato, decorate di penne indiane, di bandierine di carta o di girandole colorate.
* * *
Non è ancora lontana la tiepida cantina dei fumi e delle voci, dei vapori, dei pugni sui tavoli, il vecchio gioco gridato dei bicchieri vuotati. La femmina prena che geme alle crudeli velleità del “padrone e sotto”.
I baresi cantano la freschezza dei polipi e la biondina, la dolce uva tunisina da tavola; le gatte partoriscono nelle “sporte” e la menta moriva all’occhiello della festa. Si salutava l’amore delle finestre con una levata di cappello e sulle lapidi profumate di resine si poggiavano le corone di glicini in ferro battuto. Per un pizzico di tabacco da annusare il canonico si fermava a distribuire i cannellini di zucchero.
Passavano col pianto dei fanciulli le ciliege come pietre nel vino: Chiagniti uagliò ca mo’ passano i cirase!!! Si nun chiagnire nun’avire!, e sul sagrato della chiesa la scivolata di ghiaccio alabastro. Uee lu zu dimane è sanda Criscia … e la corsa finiva sui rocchetti e sui cerchi per il giro di Potenza, sui “tùturi” di granone per le guerre di rione. La frustata dello schiaffo sul palmo della mano, il gioco perfido dei chierici. Sotto gli ippocastani delle ville, nelle giberne delle sentinelle, nei cortili delle armi fervevano i sogni tradotti nelle attese.
Indugiavano i tramonti negli spigoli delle case rosse, tra i portoni grigi e i marciapiedi rimbalzano le sciscke, i bottoni metallici delle brache, le effigi bronzee nell’eccidio giacobino delle ghigliottine e il rotolare delle teste. I sanculotti scalzi fanno tinnire la storia col “tozzamuro”.
Si snodano i giochi poveri, come antiche vicende, brevi racconti delle botteghe e delle cantine, che hanno confini di piazzette e di vicoli. Giochi e trucchi inventati nel buio delle prigioni borboniche, malizie cattive e scherzose come lo “sgambetto” e le “piroette” tese da frotte di pizzaculi provetti.
E mentre i mastri raccontavano severi le storie artigiane dei cuoi e dei colori, i garzoni erano pronti a filmare le prospettive di domani. “Da uno sterpo venivano due legnetti in croce, una gruccia per la fionda, un uccello a due becchi per il giuoco delle mazze, uno zufolo e una canna per sparare alle mosche, da noi la palla di pezza da uno straccio, la pupa di pezza da una stoffa, la bandiera nera da una manica di camicia, la raccolta delle “tortoredde” variopinte dei tappi a corona delle bottiglie.

Javèrt, la guardia municipale, spaventava i ragazzi passava il carro col tiro a sei, il cappello a tuba del vetturino ironico nel paese dei balocchi. I soldati andavano in guerra, mangiavano, bevevano e facevano all’amore: si slacciavano le ciocche delle lunghe filastrocche, si sceglievano i colori e le canzoni barocche, le reginelle campagnole ci davano i passi che volevamo.
A ppi ppe ndòne
lille lille Iòne
carta in Francia
carta blè
alla decoltj’
alla befanj’ …
esci fuori garibaldì.

La cantilena vezzosa da rastrellamento, la cantilena delle ragazze contadine a scovare il garibaldino nascosto in qualche rudere di mulino.
C’è un passato di sole nei giochi e nei fuochi, nell’aria d’infanzia. E scorre la vita con gli arnesi di fiaba, di mazze, di scale, di ringhiere, di strofe cantate nel cuore viola delle serate.
Sale da piazza XVIII Agosto un motivo triste di vecchia canzone, l’odore dei cavalli chiusi nelle stalle di via Meridionale. Sospiri di fanciulle catturate nei frigoriferi di cristallo, piccoli gridi di bambini, stridio di rondini negli scorci afosi della estate. Sale da Piazza XVIII Agosto la musica della speranza, il pianeta della fortuna che gira lento il braccio del pianto. La gabbia col pappagallino giallo danza di balcone in balcone: “è tornato l’ambasciatore con la piuma sul cappello …”, il foglietto bucato, cinquanta centesimi di destino. È su tale autenticità, su questa ingenua ammirazione del confine tra prospettive urbane e condizione rurale che cade la voce degli altoparlanti: per la pubblicità del regime; la radio invece inframmezza Biancaneve al Trio Lescano, Alberto Rabagliati a Natalino Otto.
[1] Trattasi di adolescenti discoli, monelli di casa e di strada, in analogia agli “scugnizzi” dei quartieri napoletani, tra giochi, fiaba e realtà.