immacolata blescia
Parte I
Stretta fra terra e mare e perfettamente incastonata nell’incavo dello stivale, la Basilicata è uno dei silenziosi ma più efficienti motori della nostra bella Italia.
E una delle peculiarità che la rende unica nel panorama linguistico nazionale è senza ombra di dubbio il suo dialetto o, meglio, i suoi dialetti.
Proprio così: la nostra regione , dal punto di vista linguistico, è una delle più grandi risorse che si possa immaginare.
E’ questo il motivo per cui si è pensato di dare vita a una sorta di rubrica, a cadenza settimanale, nella quale si intende ripercorrere la storia della Basilicata linguistica per capirne tutte le straordinarie sfaccettature.
Ma non si potrebbe affrontare un simile argomento, intriso e imbevuto di passato, senza fare un dovuto salto nel tempo e ripercorrere, anche se a somme linee, la storia della lingua della nostra regione.
Se oggi esistiamo come identità regionale e territoriale, il merito è senza dubbio dei Greci, questo popolo avventuriero che nell’ VIII sec. a. C.sbarca nella parte meridionale della nostra regione e fonda alcune città destinate a diventare ben presto floridi centri della Magna Graecia ( prime fra tutte, Metaponto ed Heraclea, ossia Policoro ).
Non è dunque un caso che il patrimonio linguistico della Basilicata meridionale sia considerevolmente ricco di grecismi ( basti pensare a ciss, edera > kissos, oppure a burrakj, ranocchio > batrakos o ancora a lag’n, lasagne > laganon ).
Nel 198 a. C. però la supremazia greca cede il passo a quella romana: il nostro territorio viene sottomesso dai romani che non mancano di fondare anch’essi importantissime colonie comeForentum ( Forenza ), Venusia ( Venosa ), Grumentum ( Grumento ).
Quest’ultima colonia, Grumentum, è collocata in un punto strategico, ossia all’incrocio delle due più importanti vie di comunicazione romane: la via Herculea e la via Pompilia.
Ragione, questa, per la quale Grumento abbia influito in maniera costante sulla latinizzazione della regione, alimentata essenzialmente dalla via Appia.
Tale via infatti, a partiredal II sec., attraversando la parte superiore della regione, costituisceun importante veicolo di innovazione linguistica ( cuns’ prin, cugino > consobrinus oppure v’narr, avena > avenaria ).
Pertanto, fino a questo momento della storia, la Basilicata risulata essere suddivisa, linguisticamente parlando, in due grandi aree: quella meridionale sotto l’influenza greca e quella settentrionale sotto l’egida latina, che perdurerà ancora per lungo tempo.
A partire dal 1200, invece, la lingua lucana, sempre ricettizia, si arricchisce di nuovi fonemi: nell’Italia meridionale e in Sicilia si trasferiscono grandi numeri di immigrati piemontesi provenienti dal Monferrato e di liguri dell’entroterra savonese. Probabilmente si trattava di gruppi di eretici valdesi in fuga verso terre orograficamnete simili alle proprie.
Vengono accolti benevolmente dall’impareggiabile Federico II che li sottrae così ai tribunali dell’ Inquisizione.
Gli idiomi degli immigrati si sono gradualmente fusi con quelli degli indigenei e hanno dato origine a una nuova parlata, il gallo-italico ( sotto il cui influsso sono Potenza, Picerno, Pignola, Tito e Trecchina ).
Ma la natura ospitale che ci contraddistingue, ha permesso che anche gli albanesi sbarcati nella regione dal XV sec., popolassero i comuni di San Paolo e San Costantino Albanese, di Barile, di Ginestra e di Maschito.
Queste genti, pur divenendo locali e laboriosi sudditi locali, rimasero e sono rimaste albanesi sia etnicammenete che linguisticamente.
Dal quadro storico tracciato, pertanto, si intravede chiaramente quanto la varietà linguistica in una regione territorialmente poco estesa come la nostra, rappresenti una inesauribile fonte di ricchezza e di interesse di studio.
La Basilicata vanta un grandissimo ipersistema linguistico che le permette di parlare ben 131 dialetti ( uno per ogni comune lucano) e ciascuno di essi custodisce peculiarità uniche e inimitabili.
Questo ci permette di far coesistere due sistemi: la parlata locale e la lingua nazionale, realtà che per esempio è sconosciuta alla Toscana, dove le parlate locali si avvicinano molto alla lingua nazionale e dove il tradizionale concetto di “dialetto” non esiste.
Nella speranza di aver suscitato interesse per un argomento che costituisce per tutti noi l’humus imprescindibile del nostro essere lucani, vi do appuntamento alla prossima settimana per fare un altro piccolo viaggio esplorativo nei meandri dei nostri ricchi e straordianari dialetti.
Stacit’ v bbuon!
