Da tanto tempo ormai le Parrocchie sono diventato il punto di riferimento della povertà, quella più vera che si nasconde,si vergogna e esce fuori solo grazie agli amici che si interpongono , facendoli avvicinare ai pochi luoghi di assistenza. Anche se la parte più misera è ufficialmente coperta da un sussidio pubblico, è così disorganizzata la nostra società che non riesce neanche a massimizzare il welfare, creando contemporaneamente e automaticamente una zona free nella scuola, nella mensa scolastica, nella sanità, nei trasporti e via dicendo. Quello che abbiamo di drammatico è l’incapacità sostanziale di agire per mettere insieme, coordinare, operare in gruppo, attivare sinergie, pianificare gli interventi. E’ una continua confusione in cui tanti si muovono come se fossero soli, senza riconoscersi e senza chiedere di coordinarsi. A Potenza c’è bisogno di un punto di riferimento riconoscibile rispetto all’indigenza, che riguardi tutti, i cittadini e anche gli emigranti, quelli – e ce ne sono- che non sono più nei centri di accoglienza; così come c’è bisogno di mura fisiche , di stanze o di locali, per soddisfare quella parte di gente povera che non sa dove dormire o dove mangiare. A Matera non lo so e non sono stato in grado di informarmi. Recentemente il Ministero ha dato ai due capoluoghi rispettivamente 350 mila euro e 150 mila euro per una generica accoglienza di emergenza. Credo proprio che possa essere l’occasione per portare avanti un progetto tutti insieme, Comune, Caritas, volontariato, per un servizio che metta insieme un posto per mangiare e un posto per dormire, per quanti sono nella impossibilità di provvedervi da soli. Sarebbe l’occasione non solo per dare solidarietà ma anche per mettere insieme i tanti fermenti solidaristici che si muovono e si impegnano . Se c’è un assessore al welfare, forse è il momento che si faccia riconoscere. E sarebbe ora che mettessimo da parte un certo atteggiamento di chi lascia agli altri il compito di aiutare, quasi che il volontariato mettesse a posto la coscienza anche di quella parte della città che fa finta di non vedere.Dopo la guerra a Potenza c’erano due mense dei poveri, una per la parte alta della città e l’altra per santa maria. Entrambe erano piene di gente. Oggi non sarà così e le mense sono mense e non più dei poveri ma di quelli in momentanea difficoltà, il menù non sarà più quello a base di fagioli giganti e di formaggio giallo o di farina lattea che arrivava dagli americani; ma , con tutte le accortezze introdotte dalla conquistata qualità organizzativa, di strutture che offrono questo servizio a chi ha bisogno c’è necessità. In tantissime altre città, e non solo nelle metropoli dove il fenomeno è così ampio da doverlo fronteggiare con una organizzazione molto strutturata, questi servizi mensa sono stati attivati, vedi Salerno. E’ ora di guardare in faccia una realtà che si mimetizza. Rocco Rosa
in copertina, immagini della mensa realizzata a Salerno