
Lidia Lavecchia
Cresce la preoccupazione in Basilicata per le implicazioni del Disegno di Legge approvato il 28 febbraio scorso, che delega il Governo a legiferare in materia di energia nucleare “sostenibile”. Il provvedimento, attualmente al vaglio della Conferenza Unificata Stato-Regioni, apre la strada alla costruzione di nuove centrali nucleari (da 100 a 300 MW), impianti per il trattamento del combustibile, depositi temporanei e persino strutture definitive per i rifiuti radioattivi.
Un’ipotesi che ha allarmato numerosi esponenti istituzionali, associazioni e cittadini, soprattutto in una regione come la Basilicata, già segnata dalla presenza dell’impianto nucleare della Trisaia di Rotondella e da un lungo e complesso processo di bonifica mai del tutto concluso. La paura è concreta: che la Basilicata venga designata come uno dei siti privilegiati per lo smaltimento nazionale delle scorie radioattive.
I dati parlano chiaro. Uno studio pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) indica che i nuovi reattori nucleari di piccola taglia produrrebbero fino a 30 volte più rifiuti radioattivi rispetto a quelli di vecchia generazione. E anche sul piano economico, la sostenibilità appare dubbia: secondo il World Energy Outlook 2024 dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, il costo medio del nucleare in Europa si attesta sui 170 dollari/MWh, contro i 50 del solare fotovoltaico, i 60 dell’eolico onshore e i 70 dell’eolico offshore.
Parlare di ‘nucleare sostenibile’ è fuorviante: è una tecnologia costosa, lenta da realizzare, potenzialmente pericolosa e ancora oggi priva di soluzioni definitive per lo smaltimento delle scorie.
A pesare ulteriormente è il ritorno dell’ipotesi del deposito geologico nazionale, citata di recente dal Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin come possibile soluzione allo stoccaggio dei rifiuti radioattivi. Una proposta che in Basilicata evoca il ricordo della marcia dei centomila del 2003 a Scanzano Jonico, quando la regione si sollevò compatta per dire no al nucleare.
Oggi, come allora, si torna a ribadire un rifiuto fermo e trasversale. In un momento storico in cui il mondo è chiamato a una decisa transizione ecologica, appare anacronistico puntare su una tecnologia rischiosa e poco competitiva.
La Basilicata è una terra che ha già contribuito, e continua a contribuire, con le sue risorse – dal petrolio all’acqua, fino alle infrastrutture per l’energia. Ma oggi cresce la consapevolezza che valore non significa solo estrazione, ma creazione e redistribuzione per il bene comune.
Riusciranno le Istituzioni a farsi promotrici di un modello energetico 100% rinnovabile, basato su innovazione, ricerca, comunità energetiche e rispetto del territorio?
Il messaggio è forte e non lascia spazio ad ambiguità: la salute dei cittadini, il futuro delle generazioni e la vocazione naturale della Basilicata non sono in vendita.