La Basilicata è in trappola? La maledizione delle risorse naturali e della cattiva governance

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MARCO CUCCARESE

Nel saggio “L’ultimo miliardo”, Paul Collier identifica e razionalizza le ragioni per le quali, attualmente un miliardo di persone vive in paesi poveri, che non hanno imboccato la strada della crescita economica e per i quali addirittura la  situazione economica è in continuo declino. Sebbene si tratti “solo” di un miliardo di persone, questo è chiaramente un problema che riguarda tutti i paesi del mondo e non solo sotto l’aspetto umano, che basterebbe a giustificare un interesse nei loro confronti. Questi paesi sono incubatori di estremismi e governati, delle volte, da leader psicopatici impadronitisi del potere con le armi e che spesso controllano il traffico del mercato nero e data l’interconnessione creata dalla globalizzazione, è un problema che riguarda anche governi di Stati che si trovano all’altro capo del mondo. I tassi di crescita di questi paesi si attestano ad un valore inferiore rispetto ai paesi in via di sviluppo che va tra i tre e i cinque punti percentuali, un tasso di crescita che spesso assume valore negativi per questi paesi. Se il divario economico tra l’ultimo miliardo ed il resto del mondo continua a crescere, la possibilità di inclusione diventa sempre più complicata. Collier imputa la situazione di stallo o declino economico in cui essi si trovano a quattro trappole che impediscono di uscire dalle condizioni di povertà: trappola del conflitto, delle risorse naturali, della mancanza di accessi diretti al mare unita alla presenza di vicini poco raccomandabili ed infine la trappola della cattiva governance in un paese piccolo. Due di queste quattro trappole che impediscono lo sviluppo di un paese, sono facilmente ritrovabili anche nella nostra Regione, rimasta indietro rispetto alla maggior parte delle altre regioni italiane, permettendo quindi di fare un ragionevole parallelismo tra Basilicata e i paesi più poveri del mondo rimasti invischiati in queste trappole. Una è la presenza di risorse naturali particolarmente appetibili presenti nella nostra terra, acqua e petrolio, l’altra è invece una cattiva governance che ha segnato la nostra recente storia politica. 

Entriamo nel dettaglio delle due trappole che limitano la crescita di un paese, delineate da Collier, che più accomunano la nostra regione ai paesi più poveri del mondo. La prima, come detto, è la presenza di risorse naturali, che potrebbe essere un limite per la crescita di un paese. Noto in ambito economico è infatti il fenomeno denominato “malattia olandese”, con il quale si cerca di spiegare la trappola delle risorse naturali con il calo della differenziazione delle esportazioni, favorendo quella delle risorse naturali a bassa intensità di manodopera a sfavore di attività e servizi ad alta intensità con potenziale di crescita rapida. Non è questa però la sola spiegazione che gli economisti attribuiscono a questa maledizione. Essi identificano infatti anche nella volatilità dei prezzi delle risorse naturali che producono quindi un reddito volatile che provoca situazioni di crisi una ragione. Oltre questi due aspetti economici, i politologi hanno cercato di spiegare la trappola delle risorse naturali tenendo in considerazione aspetti socioculturali. Alcuni esperti studiosi, tra cui Jeffrey Sachs, sostengono che gli utili derivati dalle risorse peggiorano la capacità di governo, favorendo il malfunzionamento della democrazia. Questo aspetto socioculturale evidenziato dai politologi merita un necessario approfondimento e risulta complementare alla trappola della cattiva governance, secondo aspetto che accomuna la nostra regione ai paesi dell’ultimo miliardo. Collier, per verificare queste teorie avanzate dai politologi, in uno studio ha deciso di verificare se ci fosse una correlazione tra l’eccedenza delle rendite petrolifere di uno Stato e la forma di governo dello stesso. Il risultato osservato è davvero sorprendente, infatti, in assenza di eccedenze le democrazie prevalgono sui regimi autoritari, ma quando è vero il contrario, le autocrazie prevalgono sulle democrazie. La cosa ancora più sorprendente è che, ad esempio, nel caso in cui il 20% delle rendite di uno stato derivi dalle risorse naturali, il passaggio da autocrazia a democrazia ridurrebbe il tasso di crescita del paese del 3%, in assenza di strumenti regolatori del potere (descritti in seguito). I regimi autocratici permettono un migliore sfruttamento delle rendite derivanti dalle risorse naturali. Come si spiega questo dato così sorprendente? Per trovare una spiegazione a tale fenomeno, nel corso di questo stesso studio è stata analizzata la spesa pubblica degli stati con elevate rendite petrolifere. È stato quindi verificato che i regimi autocratici, non dovendosi preoccupare di elezioni da vincere e seguire quindi i sondaggi e la percezione dell’opinione pubblica, utilizzano grosse quantità delle proprie rendite su investimenti che daranno i loro frutti sul lungo periodo aumentando il reddito del paese, mentre i regimi democratici utilizzano tali risorse su progetti costosi e inutili, ma con effetti che si vedono nel breve termine, come ad esempio potrebbe essere una card bonus idrocarburi da 100 euro l’anno con la quale poter rifornire la propria autovettura, specchietti per allodole nei confronti della cittadinanza. L’abbondanza di rendite generate dalle risorse naturali spiana la strada al clientelismo, con il quale i partiti politici cercano di costruire il proprio consenso corrompendo i cittadini col denaro pubblico invece che con una buona politica fatta ad esempio da investimenti in infrastrutture che generano reddito a lungo termine, minando lo strumento di controllo di potere delle elezioni.  Questa appropriazione indebita di denaro pubblico per alimentare un sistema clientelare può essere però ostacolata obbligando i partiti ad una buona politica al servizio dei cittadini. In presenza infatti di strumenti di regolazione del potere, come ad esempio la libertà di stampa, è dimostrato che la pianificazione politica è nettamente migliore, con aumento della redditività degli investimenti. Una stampa libera dai giochi di potere politico accoppiata a cittadini consapevoli, informati e capaci di giudicare le azioni politiche dei propri amministratori, possono annullare il sistema clientelare e spingere la politica nella direzione della lungimiranza e pianificazione politica per guadagnarsi la stima dell’elettorato. Istituire una banca dati per verificare dove e come vengono utilizzate le rendite ottenute dai proventi delle risorse naturali dovrebbe essere una prassi comune per dare modo a cittadini e stampa di avere contezza. Non basta dire, ad esempio, che 25 milioni derivanti da royalties saranno destinati a progetti di sviluppo sostenibile se poi questi soldi non sono tracciabili e non sappiamo dove effettivamente finiscono. Esempio emblematico è quello del Ciad, riportato in uno studio di Collier, in cui solo l’1% delle risorse destinate a finanziare gli ospedali pubblici (aiuti internazionali come sostegno al bilancio) è arrivato a destinazione ed il restante 99% non è dato sapere che fine abbia fatto (data l’alta corruzione della classe politica del paese è immaginabile).  Una società a basso reddito, ricca di risorse naturali e governata da una democrazia distorta rischia di essere quindi incapace di sfruttare le proprie risorse. Un governo impeccabile e politica economica eccellente contribuiscono alla crescita di un paese con una velocità però minore rispetto a quanto essa decresce in caso di governo e politica economica pessimi.  In presenza di risorse naturali come il petrolio o aiuti esterni, il governo deve trasformare il denaro in servizi pubblici e la corruzione o il clientelismo possono ostacolare lo sviluppo.

Per fortuna si può imparare dagli errori e le società intere possono migliorare, ma poiché i leader politici non ci rimettono quasi mai da scelte politiche sbagliate, è necessario che la spinta riformatrice venga dagli elettori. Da non confondere però tale spinta riformatrice dal basso con il bieco populismo che sta assediando l’Europa, l’Italia e la Basilicata negli ultimi anni. Dagli studi emerge che la spinta riformatrice è più probabile tanto più è popoloso il territorio in esame e tanto più è alto il grado di istruzione della popolazione. La ragione associata al secondo elemento è abbastanza ovvia, ma accoppiata al primo dimostra quanto la Basilicata stia correndo il rischio di non uscire da questa impasse di malgoverno in quanto la nostra terra si sta svuotando di giovani e non, con alto grado di istruzione o competenze professionali, diventando meno popolosa.

È chiaro come il benessere di una popolazione non possa essere misurato meramente su indici economici asettici e per questo si parla ora come non mai di crescita sostenibile, ma togliete alla gente la speranza che i propri figli vivranno in una società al passo con il mondo e le persone intelligenti utilizzeranno le proprie energie non per contribuire allo sviluppo delle loro società ma per fuggire.

Riuscirà la Basilicata ad uscire da queste trappole che limitano la crescita economica? Ci saranno degli eroi che riusciranno ad attuare una spinta riformatrice con l’aiuto di una cittadinanza attiva consapevole ed informata? È ora di agire o la probabilità di uscire da questo declino sarà nulla.

 

 

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Sull' Autore

Dottore in chimica con lode, attualmente Ph.D. student in Metodi e Tecnologie per il monitoraggio e la tutela ambientale presso l’Università degli Studi della Basilicata e Visiting Student presso l’Università di Gent. La tutela dell’ambiente non è per me solo lavoro ma sta diventando passione e senso di dovere. Sono ora impegnato in progetti di ricerca focalizzati su metodi di bonifica di acque contaminate da macro e microinquinanti mediante adsorbimento su materiali di natura grafitica. Durante la passata attività di ricerca effettuata presso l’istituto Charles Sadron di Strasburgo, un metodo innovativo one-pot di produzione di biosensori per monitoraggio in continuo di diverse classi di analiti è stato brevettato.

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