
Aniello Ertico*
Ci vuole un certo talento, come in un tressette a perdere, nel coltivare la particolare attitudine alla irrilevanza e a saperla poi praticare con assoluta efficacia. Cioè, anche se il mazzo di carte ti restituisce un punto assicurato, bisogna neutralizzarlo in qualche maniera. Ecco, se l’irrilevanza fosse una disciplina olimpica di squadra, una medaglia a noi lucani non ce la toglierebbe nessuno. Dopo tutto siamo allenatissimi da decenni, grazie anche al contributo fondamentale della tanto osannata cultura contadina che ci ha lasciato in dote una gran quantità di pillole di saggezza collettiva. Una sapienza che si ispira a suggerimenti e credenze tipiche dal suono archetipico, perentorio e profetico che ancora echeggia nella educazione dei giovani e che sostiene il pensiero degli adulti.
“Non essere troppo buono che la gente approfitta”, “non ti fidare delle persone che poi la delusione è dietro l’angolo”, “non fare del bene a chi non lo merita”, “chi te lo fa fare?”, “non esporti troppo che ti fai nemici…!”. A titolo esplicativo e manco lontanamente esaustivo, sono queste le fondamenta filosofiche che connotano la gran parte delle regole che impartiamo quale sestante per una navigazione esistenziale, almeno finché non usciamo dal micro-golfo basilisco.
Su, dai, ammettetelo, le frasi sopra riportate le avete sentite tutti, sin da quando eravate bambini. Sono le frasi delle nonne, poi dette dalle madri e imparate a memoria dai cuccioli. Ora, caspita, dico proprio le madri, intendo dire quelle che in natura tra i mammiferi dovrebbero essere le leonesse, quelle con il fuoco negli occhi e la fierezza nella postura e che invece qui insegnano il gioco a perdere.
Facendo una breve valutazione di senso, e seguendo l’ordine:
“non essere troppo buono che poi…”, equivale a insegnare che la bontà va pesata. Cioè, bisogna essere buoni il giusto. Qual è il giusto? Chi ha la bilancia? E se sono buono di indole sono quindi spacciato? Che significa approfittare della bontà? Cioè, se si è buoni lo si è gratis, ci si dona, mica si può essere truffati nel dono! Però, tant’è, ci insegano e insegniamo questa roba. “non ti fidare delle persone che poi….”, equivale a dire che la fiducia nelle relazioni è un problema. Ossia bisogna essere diffidenti e soprattutto strategici. Quindi, costruire le relazioni sociali senza fiducia; che poi è come andare al mare in Val di Susa portandosi pure la canna da pesca. Ma che consiglio è? Esiste una relazione sociale non fiduciaria? E no, come non esiste il mare in montagna. Ci insegnano e insegniamo a non avere relazioni sociali autentiche! “non fare del bene a chi non lo merita…”, equivale a iscriversi di diritto alla schiera di chi fa del bene e non a quella di chi lo riceve. Sommessamente, così, ricordo a me stesso di aver ricevuto molto più bene di quanto non abbia saputo corrisponderne. Solo che non saprei neppure lontanamente recuperare alla memoria un mio qualche specifico merito. Tant’è, tuttavia, il dettame è chiaro: corrispondere del bene solo a chi te ne ha già dato almeno il doppio di quello di cui tu disponi. E che bene sarebbe? Una specie di vantaggio di cambio valutario sul modello lira/marco quando i migranti tedeschi mandavano al paese la busta che valeva il doppio appena varcata la frontiera? Ecco, quelli si che se lo meritavano il bene!
“Chi te lo fa fare…”, che consiste nel supremo monito affinché ci si ricordi che nessun impegno è legittimo se non finalizzato ad una utilità personale. Ora, attenzione, per utilità si intende una qualunque, anche la più miserrima, purché sia decifrabile e quantificabile. Le leonesse ci hanno insegnato a farci i c…i nostri sempre e comunque. Ora capisco perché è colpa del Comune se davanti casa mia, da tre giorni, c’è una cacca di cane ma dato che la strada è pubblica non ci penso nemmeno a toglierla! Anzi, invece di toglierla la fotografo e la metto “sopra a fessbucc” così gli faccio vedere io al sindaco!
E poi la più iconica, decisiva e operosamente condizionante di tutte: “Non esporti troppo che ti fai nemici…!”. Qui la cosa si fa interessante. Esporti sta semplicemente per essere come sei, dire quello che pensi, agire in ragione dei propri valori e delle proprie personali convinzioni fermo il diritto di poter cambiare idea. No! Non si fa! Non si deve dichiarare dissenso, non si deve manifestare un proprio presunto o reale talento, neppure evidenziare una qualche inadeguatezza nel sistema perché altrimenti il sistema diventa avversario e ti punisce. Ti punisce anche se per caso coniughi correttamente tre congiuntivi di seguito, magari senza volerlo, perché ormai è una cosa automatica, non certo perché volevi mettere in difficoltà l’interlocutore che manco a farlo a posta è un sistemista e ti crede presuntuoso. Le scuse non basterebbero, troppo tardi, il danno è già consumato. Saper star zitti, semi invisibili, come prede più che come predatori, è la strategia migliore.
Raccogliendo in ordine sparso le deduzioni di tale impostazione socio-culturale, mi pare che la pseudo educazione dominante a cui siamo stati sottoposti e a cui sottoponiamo i cuccioli innocenti abbia come esito finale l’istruzione alla ignavia, alla codardia, alla furberia, quella che si consuma all’ombra. Tanto per mettere un cappello di senso, se questo è, per mantenere l’equilibrio conseguito bisogna anche diventare e restare irrilevanti. Essere irrilevanti è infatti il presupposto della invisibilità: non quella dei super eroi, ma di quelli che devono nascondersi perché, sotto sotto, sanno di non poter andar fieri delle proprie cosette. E chi scrive non vuole esentarsi per il sol fatto di scrivere.
E così, se ci sentiamo scoperti, diventiamo suscettibili, assai suscettibili e ricordandoci residualmente di essere dei sapiens in grado reagire con rabbia, ci agitiamo e finiamo per mordere l’aria.
Capita, per esempio, che un ex Ministro della Repubblica, vagando in barca sulla costa tirrenica, approdi per caso e comunque senza alcuna intenzione di permanenza, nel porto di una località turistica lucana. Capita anche che sul proprio profilo di un social network, il passante si esprima sottolineando l’inadeguatezza della ricettività in porto sconsigliandone l’approdo ad eventuali avventori. Così abituati come siamo alla irrilevanza, questa roba diventa un caso politico, con tanto di levata di scudi a difesa
della nostra “perla”. Immaginate se una città come Firenze dovesse preoccuparsi delle centinaia di migliaia
di critiche che ogni anno pervengono dai social dai milioni di turisti e da vip di primo e secondo piano (letteralmente spennati e senza alcun servizio degno di tal nome)! Ora, dico io, ma se proprio siamo così convinti d’essere “i più bellissimi”, ma chi se ne frega di una critica sui social di un ex ministro in vacanza! Se invece un qualche dubbio circa la perfettibilità di quel che offriamo dovesse sovvenire a seguito di un feedback negativo, non si farebbe meglio a porre semplicemente e silenziosamente rimedio?
E poi, per uno che sta navigando, risalendo la costa tirrenica, siamo certi che abbia un senso approdare in una striscia di mare chiedendosi se è ancora in Calabria o se non è già approdato in Campania e scoprendo poi che si trova giusto giusto nel mezzo dei soli 30 km di costa lucana e così maturar l’istinto di una critica a gratis a carico delle lucane genti? A me pare un’altra supercazzola. Ossia, se è presumibile e probabile che il
Fioravanti non sapesse nulla circa Maratea quando era Ministro, perché dovrebbe avere per lui una qualche rilevanza geo-politica un posto in cui mette piede da turista? E soprattutto, ripeto, chi se ne frega davvero?
Quel che rileva è invece l’altro e ultimo mantra culturale trasmessoci dalle nostre culture arcaiche e che volutamente ho omesso di citare in precedenza. L’eco matriarcale dice questo: “non ti far mettere i piedi in testa da nessuno”. Il che equivale a dire che se mi attacchi io ti massacro.
Ecco, mettiamola così, siamo educati alla irrilevanza e se nessuno parla di noi va tutto bene. Se parlano bene (cosa rara nell’irrilevanza), ci beiamo anche un po’ increduli con proclami esorbitanti. Se scappa la critica manifestiamo il furore di chi si sente scoperto. E così generiamo il caso: la difesa di Maratea, onestamente non necessaria vista la sua chiara vocazione e bellezza, ha pubblicizzato a livelli decuplicati le critiche dell’ex ministro in versione sailor. Poi, un ex ministro che si preoccupa di tutelare gli amanti della navigazione usando gli strumenti degli influencer per recensire porti, dichiara da sé la propria innocenza perché il fatto non costituisce argomento.
Chi glielo doveva dire che il suo nome sarebbe tornato su la Repubblica!!! Regalino da Maratea. Certo, alla fine, anche questo del tutto irrilevante!
*Neuropsicologo-Sociologo -Vicepresidente nazionale Associazione sociologi italiani