Interconnessioni postmoderniste in Julian Barnes (2019)

di antonio lotierzo
Comincerò dalla particolare e magnifica traduttrice, da Daniela Fargione, autrice di (Antroposcenari’ – Il Mulino,2018), specialista di ‘ environmental humanities’ , di quelle interconnessioni fra letteratura, arte e storia sociale, che rendono interessante e brillante questo romanzo-saggio di Julian Barnes (Einaudi,2020), da cui molto si impara, anche, circa quella tensione fra storia e vita, fra finzione romanzesca e personaggi storici della ‘Belle Époque’(1870- 1914) (che goduria di volti in azione: O. Wilde, Sarah Bernhard, Huysmans per quel Signor Des Esseintes, E. De Goncourt, Robert de Montesquiou, J. Lorrain,etc. etc., tutti ripresi nel comportamento d’un’espansione decadentistica e in quel bruciore aristocratico, che la Grande Guerra distruggerà, ponendo in ginocchio anche il regime liberale. E che peccato che C. Baudelaire, il capostipite, non sia potuto invecchiare, fra dandy e ‘squisite’ perversioni o che Mario Praz ( autore de:’La morte, la carne e il diavolo…’ – conosci? -) non possa leggere questo suo ardente rivale, per erudizione e appassionamento, che sarebbe piaciuto anche ad A. Arbasino.

Da Barnes, anche io, ero stato incantato da ‘Il pappagallo di Flaubert’, che, partendo dalla visita alla casa- museo, si inchinava a quel genio apprezzato e forniva quei continui e pertinenti rinvii fra cultura francese e moralità inglese, che costituiscono un costante pendolo osservatorio per Barnes ( lo deve alla cultura dei genitori) e per noi motivo di illuminazione sulle nostre plurime identità europee, tanto il cinismo e l’ironia servono alla comprensione del mondo sociale. Meno avevo capito ed aderito al romanzo, forse postmodernista. Il senso di una fine, in cui dall’adolescenza si scava e si rimugina sui diversi significati dell’esistere e sugli effetti di alcune relazioni, che non smettono di turbarci fino alla vecchiaia. Ma questo ‘L’uomo con la vestaglia rossa’ non è un libro da leggere bensì è quello che avremmo desiderato scrivere (semmai su Napoli o Milano o Roma o…in quegli stessi anni) tanto avviluppa la maestria, da storico delle Annales, di Barnes che parte da quel quadro e da quel medico, che fu Samuel Pozzi, ginecologo, per divertirsi fra tutte quelle biografie, diari, processi, giornali e molte illustrazioni (mai viste quelle decine della Collection F. Potin) per offrirci il vivace ritratto di quell’ epoca, segnata dal caso Dreyfus, che fece scrivere al nostro medico dreyfusiano il motto : “Lo sciovinismo è una forma di ignoranza”, lui che è un campione del razionalismo scientifico, che da Bergerac passa all’alta società parigina, ambizioso e professionale, dalla condotta esemplare, eccetto che in amore e nel matrimonio, anglofilo e traduttore di Darwin, medico rassicurante quanto seduttivo.
Il quadro intitolato ‘Dottor Pozzi a casa’, del 1881, è di John S. Sargent, statunitense, in cui la “mano destra gioca con quello che sembra un alamaro. La mano sinistra aggancia uno dei due cordoni della cintura, un richiamo al cappio della tenda sullo sfondo. L’occhio li segue fino al nodo complicato da cui pende una coppia di folte e morbide nappe, una sovrapposta all’altra. Scendono fin sotto l’altezza dell’inguine, come il fallo di un toro scarlatto” (p.6). La posa nobile (‘dogale’ o come in un A. van Dyck) ed eroica si gioca intorno alle mani del chirurgo; altro diranno le mani e le spalle nude nel dipinto del 1884: “Mme X”, che infervorò il salon (p.118). Chi apprezza l’arte si diletterà nel confrontare questi quadri con quelli del nostro Giovanni Boldini, il cui “Conte Robert de Montesquiou”, nel 1897 (p.16), ritrae il poeta dandy aristocratico in un completo tabacco con guanti bianchi ed, in diagonale, bastoncino con azzurro manico in porcellana, di cui qui si dice quasi tutto, dagli amori omosessuali alla tartaruga con pietre preziose.(p.128) Il conte si definiva ‘ il sovrano delle cose transitorie’ e M. Proust lo soprannominerà ‘il Professore della Bellezza’ (p.69).

Ma questi quadri esprimono qualcosa in più del gusto, del kitsch sentimentale, della dispendiosa esibizione, dell’ipocrisia sociale? Il pittore più grande di tutti ( è J. Barnes a sostenerlo e forse R. Calasso sarebbe d’accordo), Degas, ripeteva che qui “l’arte è uccisa dal gusto” (p.65). Ma intanto Pozzi dov’era? Mentre denaro, sesso, classe e duelli si sprecavano, con l’avvio dell’imperialismo, Pozzi, con la sua mano da pianista, operava e si fece fautore del listerismo, appreso ad Edimburgo, del lavaggio delle mani, dell’uso dell’acido carbolico e del fenolo, introducendo per le suture il budello di gatto al posto del filo di argento. Ecco lo scambio fra Francesi ed Inglesi, su cui Barnes si dilunga più volte, con osservazioni pungenti e spargendo non poco della sua corrosiva ironia. Si giunge al matrimonio con Thérèse e scrive: “Forse lei e Pozzi si erano sposati con un’idea distorta del matrimonio: lui con la romantica illusione (tutta inglese) che amore e matrimonio potevano conciliarsi; lei con la pragmatica illusione (tutta francese), che ‘sistemarsi’ (…) avrebbe significato essere a suo modo felice, indipendentemente dalla persona con la quale si sarebbe sistemata.”(p.74) Rinvio al romanzo per le successive vicende, molte ripercorse con gli occhi della figlia Catherine (di cui Barnes illumina il punto di vista dinamico e le vicende, compresa la relazione con P. Valéry) ed alla società in cui si espande l’orripilante Jean Lorrain, giornalista, cultore del salotto e della strada e su cui si dipanano le cronache pettegole di E. De Goncourt, intrecciate ai tanti duelli che costellavano quest’epoca. E Pozzi, il ragazzo di Bergerac che conquistò l’alta società parigina, seducente uomo sorridente ed amabile, che possedeva l’arte di piacere agli altri, che esibiva modi rassicuranti tanto verso il rustico fante mutilato che verso la contessa ipocondriaca, (p.94) era anche un ateo della scienza, della chirurgia elevata a datrice di vita, con una rapida e sterilizzata laparotomia; un dreyfusardo dichiarato un dongiovanni fra mariti compiacenti. Poi, nel 1890, Pozzi pubblica il suo Trattato di ginecologia clinica e operatoria, con cui la ginecologia, da branca della medicina generale, si trasformò in disciplina a sé stante. (p. 141) Ma non mancava di frenare la smania di operare, di invitare ad esaminare le pazienti evitando di spaventarle o di urtare il loro senso del pudore ed infine, con una notazione alla Nietzsche, concludeva : ‘Per quanto il cielo sopra di noi si sia svuotato, dovremmo sempre essere in grado di riconoscere la divina figura della Pietà’ (p.170), che, rivelatrice della ‘Crisi’, corrisponde al verso leopardiano di G. Pascoli:’ è la pietà che l’uomo all’uom più deve’. Tutto si tiene. (Per la storia tecnica, è nel 1865 che venne inventata la pinza emostatica, per la compressione dei vasi sanguigni). Ed ecco che in queste pagine vibranti si passa dalle descrizioni del Pozzi rubacuori al Pozzi medico dalla curiosità inesauribile, al Pozzi inquieto padre di famiglia (fra place Vendôme e poi in avenue d’Iéna), al Pozzi viaggiatore, al Pozzi razionalista, scienziato, darwinista, modernista. Al Pozzi che non perse mai un amico. ‘Pozzi, un uomo savio in un’epoca folle’. (p.180) Barnes dichiara di essere partito dal quadro di Sargent, da quelle mani che sono la chiave di tutto, come nel ritratto di Ingres: M. Bertin, del 1832. Ma poi Barnes, che non scrive una biografia, complica la scrittura, aggiunge una versione diversa e presenta la tesi di Lucien Freud, per cui il modello serve ad aiutare il vero quadro che è o la vestaglia o la stessa immagine dell’artista che lì rivela sé stesso, in quanto il pittore usa una persona per dipingere un quadro in cui sostituisce la propria persona con una nuova realtà. (p.223). Ogni ritratto, si sostiene, è un ritratto dell’artista e non del modello, in quanto è il pittore a rivelare sé stesso sulla tela dipinta, come sostenne anche Basil Hallward parlando delle relazioni fra Wilde e il ritratto di Dorian Gray, in cui si racconta il graduale decadimento morale del protagonista. (Purtroppo) il tempo è il nemico del dandy, della farfalla, dell’epigramma e di noi. Altrettanto da meditare è una frase di S. Bernhard: ‘La leggenda rimane vittoriosa nonostante la storia’.(p.241) qui riferita alle vicende del Montesquiou, alla sua trasposizione in Proust nel personaggio del barone Charlus. Qui chiudiamo con la nota allegria con cui Pozzi accompagnava le sue giornate, in cui amava dire: ”Potrei invecchiare se volessi” ma certo la Guerra cambiò quel mondo, fece avvertire la sensazione che quella vita e quel gusto fossero finiti (arrivò Picasso e l’art nègre). Altro ‘non è dato sapere’, come il terrore dei maschi all’idea della sessualità femminile, che portava la ‘mentalità’ che le mogli (a letto ricoperte da lunghe camicie con semplice fessura sul davanti, come i mormoni) servissero per assicurarsi dote, figli e status, mentre le amanti o prostitute per il piacere. Su tutto ciò ed altro ci invita a riflettere J. Barnes, pettegolo informato; mentre il dipinto in vestaglia rossa finisce a Los Angeles, e ‘questo non è sbagliato’.
JULIAN BARNES, L’UOMO CON LA VESTAGLIA ROSSA, Einaudi, pp.281,e.22