L’Assemblea Costituente era illegale, l’olocausto no.
Negli ultimi giorni ho avuto modo di leggere numerose interviste all’interno delle quali il referendum per l’indipendenza catalana è stato – più o meno unanimemente – bollato come “illegale”.
Niente di più vero, che dire. Un’affermazione così chiara e semplice non dovrebbe essere messa in discussione o sottoposta ad un ulteriore sindacato.
Ciò che mi ha lasciato perplesso, tuttavia, è stato l’uso strumentale e violento della parola “illegale”. La volontà, cioè, di suggestionare un’opinione pubblica priva di quelle indispensabili chiavi di interpretazione giuridica che non le consentono di comprendere fino in fondo il significato del concetto stesso di legittimità.
Dire che il referendum catalano è “illegale”, pur essendo vero, non è propriamente corretto. Sarebbe corretto, ad esempio, dire che il referendum catalano è “illegale” così come lo era il referendum monarchia-repubblica o, ancora, che il referendum catalano è “illegale” tanto quanto “illegale” era l’operare dell’Assemblea Costituente. Il filo conduttore che lega tutti questi fenomeni “illegali” è uno soltanto: quelli di essere tutti, nessuno escluso, degli atti rivoluzionari. E gli atti rivoluzionari, per loro stessa natura, sfuggono alle tradizionali categorie giuridiche di legittimità ed illegalità. Sono degli atti dirompenti, traumatici, totalmente innovativi, che rompono lo status quo ante e ne creano uno completamente nuovo, arrivando perfino a ridefinire l’idea di legalità di un Paese e, alle volte, di un intero Continente.
L’unico modo per giudicare un atto rivoluzionario, dunque, è quello di farlo con dei parametri politici. Tanto che i commenti degli illustri opinionisti di cui sopra mi hanno lasciato interdetto non tanto per la loro parzialità, quanto piuttosto perché dietro i loro ragionamenti nascondono ed assecondano una ben più grave tendenza. La tendenza, cioè, della politica ad utilizzare il diritto come scusante quando si sono terminate le argomentazioni o quando si teme di non essere in grado di spiegare le proprie ragioni.
Per rendere l’idea in maniera ancora più chiara e far comprendere quanto sia inadeguata la categoria della legalità/illegalità per commentare quanto sta accadendo in Catalogna è bene ricorrere ad un paradosso.
Utilizzando un parametro esclusivamente giuridico, l’Olocausto – la più grande tragedia del secolo scorso – dovrebbe essere unanimemente ritenuto perfettamente legale. Nessuna legge costituzionale impediva lo sterminio degli ebrei ed anzi, un tale eccidio, era perfettamente disciplinato ed incoraggiato, oltre che dalle leggi ordinarie, da un intero sistema legale. Ciò che sarebbe stato “illegale” nella Germania nazista, per assurdo, sarebbe stato il rifiutarsi di deportare un ebreo, non il contrario.
Capite bene, allora, come non ci si possa affidare al solo diritto e come sia sbagliato lasciarsi suggestionare con definizioni e categorie semplicemente inappropriate a determinati contesti. Questo accade perché il diritto è uno strumento neutrale, il quale non deve essere caricato di significati ulteriori rispetto a quelli suoi propri. E dunque, coloro che per perorare le proprie tesi sfruttano l’equivoco (o meglio la fallacia di ragionamento) – comune all’opinione di molti – del considerare necessariamente giusto ciò che è legale, compiono un gesto che si pone al di fuori del campo dell’onesta intellettuale.
Ciò che non si ha il coraggio di dire con riferimento alla questione Catalana è che quanto sta accadendo a Barcellona è l’inevitabile conseguenza di un’infinita serie di errori politici commessi dal governo centrale spagnolo. Dell’incapacità di Madrid di ascoltare le istanze provenienti dalla “periferia” iberica, dell’incapacità di abbracciarle, dell’incapacità di farle proprie allo stesso tempo, e per ciò stesso, mitigandole.
Solo travalicando il campo del diritto è possibile analizzare con ragionevolezza i fenomeni che si sono susseguiti nelle ultime settimane e, per fare ciò, occorre innanzitutto declinare il discorso su di un piano storico-sociale.
Un’analisi seria della situazione, inoltre, abbisogna di una premessa.
Se si vogliono veramente comprendere le ragioni che hanno portato la regione catalana sull’orlo della secessione, si deve evitare di cadere nella trappola del guardare a quanto è accaduto il primo ottobre con uno sguardo contaminato dal quadro di riferimento italiano.
A tal proposito devo riconoscere che nemmeno gli opinionisti più arditi sono caduti nella tentazione dell’assumere “facili” similitudini fra il regionalismo spagnolo e quello nostrano. Allo stesso tempo, però, non ritengo che l’argomento sia stato spiegato ai più in maniera sufficientemente chiara, dato che ho avuto modo io stesso di constatare – i.e., molto banalmente, ascoltando delle semplici chiacchiere da bar – tale e quanta sia la confusione dei non addetti ai lavori in merito.
La Catalogna non è la Lombardia, né tantomeno il Veneto.
Questo deve essere sottolineato in maniera inequivocabile. In Italia, cioè, non esistono istanze centrifughe nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che da secoli dilaniano la penisola iberica. Ciò perché in Italia il comune sentimento nazionale – il sentirsi italiani – è un dato di fatto pacificamente accettato.
In Catalogna (o, per fare un altro esempio, nei Paesi Baschi), invece, così non è.
Molti catalani, non si sentono spagnoli e, anzi, si professano convintamente anti-castigliani. Tale fatto è dovuto prevalentemente a delle ragioni storico-sociali. Ragioni, queste ultime, non solo remote e sepolte in un lontano passato – per ben due volte il Regno d’Aragona si è rivoltato contro quello Spagnolo appoggiando un sovrano straniero, prima durante la cosiddetta guerra dels segadors (1640-1659) e, poi, durante la guerra di successione (1701-1715) – ma anche più recenti. Si pensi a tal proposito a come, durante la guerra civil (1936-1939), la Generalidad avesse scelto di appoggiare la fazione repubblicana – a scapito di quella monarchica – ed alla successiva e conseguente repressione franchista.
Inoltre, tanto nella recente, quanto nella meno recente storia spagnola – ed a differenza che nella storia italiana – non vi sono stati dei movimenti artistici e politici che abbiano lasciato il segno al punto di creare un autentico sentimento nazionale. Il Rinascimento nella penisola iberica, ad esempio, non ha avuto la portata di quello italiano. Né tantomeno gli spagnoli hanno conosciuto qualcosa di anche solo lontanamente paragonabile al nostro Risorgimento.
Per essere ancor più chiari, dunque, non sarebbe azzardato affermare che – a differenza di quanto avvenuto in Italia – in Spagna non si sia mai sedimentato un vero senso di identità culturale nazionale.
A tal proposito basti pensare a come, durante ogni partita giocata dal Barça al Nou Camp, al minuto 17.14 tutto lo stadio levi a gran voce il grido “independencia” (ed a quanto sarebbe surreale anche solo immaginare una situazione simile nel nostro Paese, magari durante una partita del Milan o dell’Inter).
È per queste ragioni che l’atteggiamento del governo di Madrid è stato politicamente ingiustificabile.
L’aver revocato le maggiori autonomie concesse ai catalani (appena quattro anni prima) in un momento non solo di grave instabilità economica globale, ma di altrettanto grave instabilità politica locale (mai la Corona spagnola, travolta dagli scandali, ha vissuto una crisi di consensi come quella degli ultimi anni) ha risvegliato in una comunità, che già prima del 2010 si riconosceva la dignità di Popolo, degli istinti ancestrali e primordiali i quali, una volta innescati, sono davvero ardui da sopire.
L’indipendenza catalana, insomma, è tutta qui: istinto contro ragione, cuore contro intelletto. Non si tratta dell’ennesimo clasico fra Madrid e Barcellona – in cui ognuno di noi sarebbe stato libero di scegliere la sua fazione ed iniziare ad urlare – ma di un disastro prevedibile che poteva e doveva essere evitato. BY GHINO DI TACCO JR
