
ROSSELLA VILLANI
L’edificazione della monumentale cattedrale di Acerenza sembra sia iniziata nel 1059, per volere di Roberto il Guiscardo, su una preesistente basilica paleocristiana che conteneva la reliquia del corpo di San Canio, protettore del paese, a sua volta eretta sul luogo dove sorgeva un tempio pagano dedicato ad Ercole Acheruntino. Lo stile architettonico cluniacense è da mettere in relazione con il vescovo Arnaldo (1067), già abate del monastero benedettino di Cluny. Nel 1281 si realizzano la facciata e il deambulatorio su cui si aprono tre cappelle radiali. Il terremoto del 1456 danneggia gravemente la cattedrale che verrà quindi abbandonata. Nel 1524 comincia la ricostruzione della cattedrale, per volere di Giacomo Alfonso Ferrillo, signore di Acerenza, appassionato d’arte e collezionista di antichità che, insieme alla moglie, principessa serba, Maria Balsa, inaugura un periodo di splendore per la città. Oltre al restauro della vecchia cattedrale, i Ferrillo commissionano pure la costruzione della cripta e di due torri campanarie a pianta quadrata, di cui quella di sinistra oggi perduta. Durante il ’900 l’edificio subisce diverse modifiche e, nel 1954, esso viene elevato al rango di Basilica minore. La facciata della cattedrale, di stile romanico normanno, presenta al centro un rosone, al disotto di esso lo stemma della famiglia Ferrillo, poi un bassorilievo raffigurante l’animale mitico detto Basilisco, che era parte dell’antico stemma cittadino e il portale. Quest’ultimo è formato da un protiro mutilo in molte sue parti: alla base delle colonnine di marmo mancano infatti i due leoni (di cui uno è collocato in alto, sullo spigolo sinistro della facciata), mentre dell’arco a tutto sesto che aveva nell’intradosso mezzi busti di figure angeliche, sono rimasti solo due tronconi. Le mensole del portale sono caratterizzate da gruppi scultorei in cui sono raffigurati animali -leoni e scimmie- avvinghiati attorno a due figure umane, presumibilmente un uomo e una donna. Un’altra porta, a sinistra conduce nel museo del duomo. Caratteristica della cattedrale sono le pietre squadrate della parte alta, alleggerite da una cornice di archetti pensili sostenuti da paraste. Il campanile si caratterizza per l’inserimento di parti di sarcofago di epoca romana con volti di defunti e resti di un’ara funeraria. L’interno, con il suo impianto a croce latina, presenta tre navate suddivise da 10 pilastri e copertura a capriate. Il presbiterio è sopraelevato di circa due metri rispetto al livello della chiesa, ed è costituito da una conca absidale profonda contornata da un deambulatorio dove si aprono tre cappelle radiali. Nel transetto si aprono due absidiole, quella di sinistra contiene un Compianto su Cristo morto sormontato da un’Ultima Cena, di ridotte dimensioni nell’arcone dell’edicola, attribuito al pittore potentino Antonio Stabile e databile al 1570, e quella di destra reca il grande polittico, sempre di Antonio Stabile, del 1583, raffigurante la Madonna del Rosario e i quindici misteri entro una ricca intelaiatura lignea, intagliata e dorata, retta da due colonne lavorate sormontate da capitelli corinzi. Antonio Stabile è un pittore lucano attivo tra Campania e Basilicata, tra la metà degli anni sessanta e la fine degli anni Ottanta del Cinquecento. Si forma molto probabilmente a Napoli, dove ha modo di osservare pittori come Roviale e Lama, ed apre, intorno alla metà del Cinquecento, insieme al fratello Costantino, una bottega nella chiesa sconsacrata di San Nicola a Potenza, oggi scomparsa. Una bottega che godeva sicuramente di un’ottima fama dato l’ampio corpus di opere attribuito ai due pittori nell’arco di un trentennio (circa trenta tele, a partire dalle sue due uniche firmate: la pala nella chiesa dei SS. Severino e Sossio a Napoli del 1582 e la pala nella chiesa di Sant’Anna a Lavello) e la produzione su larga scala, testimoniata dall’utilizzo di cartoni preparatori riutilizzati più volte e con piccole varianti, che presuppongono un’attività intensa e florida e che riconducono alla ripetitività dei temi e, quindi, all’efficacia e all’insistenza sugli stessi. Si tratta di una produzione di chiaro stampo manierista che trova posto, per la maggior parte, in chiese e conventi francescani che utilizzavano l’arte come strumento di divulgazione e propaganda della Controriforma. Quest’ultima, attraverso le immagini sacre, completamente scevre da qualsiasi intento estetico, doveva ispirare sentimenti di pietismo devozionale nei fedeli e attirarli sempre più verso la dimensione religiosa. E’in questa temperie culturale che trovano posto le tele di Antonio Stabile, tutte giocate sulla ripetizione iconica e sulla sintesi formale; rappresentazioni di repertorio caratterizzate dai colori brillanti e dalla fissità dell’immagine al fine di favorire l’efficacia e la penetrazione di un preciso messaggio nelle coscienze. Così Il Compianto sul Cristo morto e l’Ultima Cena presentano immagini congelate e astratte, languide e decadenti; stessa stilizzazione e semplificazione delle forme: volti oblunghi, sopracciglia arcuate, mani lunghe e affusolate. Il corpo di Cristo, smagrito ed emaciato, è lo stesso dei Compianti di Roviale; così i personaggi attorno al corpo di Cristo: medesima tipologia, differenziata soltanto per l’atteggiamento. Il nitore e il contrasto luce-ombra sono fiamminghi, come del resto la scarsa padronanza della prospettiva. La pala con la Madonna del Rosario circondata dai quindici misteri fu commissionata dalla Confraternita del Rosario. Essa propone uno schema compositivo nuovo: la tela principale raffigurante la Madonna del Rosario è circondata, non più sormontata, dai dai quindici riquadri contenenti i Misteri.
Nella tela principale la Madonna siede sotto un insolito baldacchino e porge la corona del rosario a San Domenico, ritratto genuflesso ai piedi della Vergine, di fronte all’omologo San Tommaso. In alto due cherubini reggono la corona della Vergine e recano coroncine di rosari; in basso, ai lati dell’edificio scarlatto avanti al quale siede la Madonna, si intravede una folla di fedeli adoranti, i cui volti sono anch’essi prototipi più volte utilizzati. Al di sopra del pannello centrale corre l’iscrizione: DEIPARAE VIRGINI SACRATISSIMI ROSARII IMAGINEM SIC ORNATU DECOR CONFRATR SOCIETAS COM SERE ADDIXIT. La pala si caratterizza per un acceso cromatismo, evidente sia nella tela principale la cui tinta dominante è il rosso, sia nei riquadri di contorno che privilegiano, accanto al rosso, il rosa e l’azzurro. Altro elemento di spicco è l’equilibrio formale dato da un attento studio dei rapporti simmetrici e proporzionali, sia nell’episodio centrale che nei singoli riquadri, dove la narrazione procede sempre a partire da un asse mediano verticale, rappresentato da Cristo o dalla Vergine, da cui si dispiega l’evento. Tutto ciò al fine di rendere più efficace il messaggio veicolato, poichè si pone sempre in piano e si reitera l’immagine sacra.
BIBLIOGRAFIA:
M. Festa, L’edicola in “La cattedrale di Acerenza”, Andria, 1983, p.29;
N. Barbone Pugliese, Contributo alla conoscenza degli Stabile, in Boll. della Biblioteca Provinciale di Matera, V,8, 1984, p.73;
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Grelle Iusco, Arte in Basilicata. Catalogo della mostra. Aggiornamenti all’edizione del 1981. Ristampa anastatica, 2001, p. 94-103;
R. Villani, La pittura dal manierismo all’età moderna, 2006, pp. 67-92.
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