
LUCIO TUFANO
Giungono ancora, durante le notti tormentate di pulvino nevoso, di vento gelido, le urla dei nostri cheyennes dai piani del mattino. L’ombra di Crocco incombe da Montocchio e l’eco delle fucilate sale alle finestre. La campagna è infestata da voci: mille voci, portate in groppa allo schioppo del terrore, che si apposta col coltellaccio squartatore al valico di Sellata o nelle balze della Tiera. Gli aliti selvaggi scorazzano al tanfo del lupo e le visiere dei piemontesi montano la guardia alle terrazze. I drappelli dei carabinieri perlustrano le contrade e presidiano le porte di città, in difesa dall’assalto dèi tartari dagli zigomi di cuoio e dai canini sporgenti come sciacalli neri. E in questo scenario asiatico, di paure e silenzi, rotti dalle grida e dalle fucilate, ove, nella cupa omertà delle foreste, si approntano gli agguati e gli eccidi, che si decide di costruire il Teatro Stabile, simulacro e monumento della cultura ufficiale contro la tormenta dei vicoli e la vampa delle aie, la ruggine lamentosa delle canali. Venticinque signori, costituita una società per azioni, apprestano il progetto delle mura. La filantropia dei proprietari sfodera dalle tasche 13.450 ducati, per 25 quote. Cinquecentotrentotto ducati a testa. I biancospini delle siepi giungono fino al palazzo degli uffici governativi. È ancora lontana la stagione delle biciclette: le ceste di amarene salgono da Betlemme col sudore racchiuso nelle mandorle acerbe. La campagna è immensa, profonda e misteriosa. Ci raccoglie nel suo grembo con le case disseminate sulle fiumare e sui lembi di cielo. Potenza è il centro più grosso, sede degli uffici, del tribunale e delle carceri. Nei briganti abbiamo svelato l’agguato ed esploso la rabbia amara degli archibugi. Ancora ne parla la gente: i processi, le trappole approntate a Ninc-Nanc, a Serravalle, le teste rotolate nelle ceste piene di occhi e di capelli, offerte ai piemontesi. Siamo quelli che conoscono i fatti, i luoghi ove si svolsero, testimoni delle colpe dei padri e delle attese dei figli. (La campagna è dentro di noi e conserva la sua anima antica, i lamenti, i festini, la inesorabile fatica, le leggi naturali, i moti del calendario e i significati: le fiere, la festa del patrono, i pellegrinaggi, la semina, il mercato della città. Siamo gli attori di un teatro, un angolo di mondo; viviamo, sulla linea di frontiera, il confine tra città e campagna; paghiamo il dazio sulle derrate, balliamo la tarantella. Nel bicchiere tracannato scorrono le pestilenze, i terremoti, le accese trebbiate, i crepitanti scrosci, le fresche sorgenti occultate al giorno dalle cupole folte delle querce. Il cugno delle brecce racconta una natura aggressiva che penetra dentro le vie. I grilli d’estate giungono fino alla piazza e balzano sui tavoli del caffè Pergola, sui palchi del Teatro Stabile e l’erba cresce negli interstizi dei muri. Tra i molari delle pietre, sugli usci delle porte, il muschio feconda la base degli archi. Così accade ai castelli diroccati con le finestre vuote di cielo e avvolte di corvi. Abbiamo eretto sulla piazza, dove razzolano le galline, giacciono le sporte di cipolle e i sedani a fasci, il nostro Teatro. Affianco, le guardie dallo stemma dorato, le fascine dei mulattieri accatastate ai forni, le contadine sedute, le coniglie intrappolate e i panieri di uova, qualche paglietta di signore sui tavoli del caffè-riposto. Il regale Teatro Stabile, un edificio che fiancheggia quello della Prefettura, sovrasta, con la sua mole, le case e le scarpate, i vicoli che hanno incontri notturni o mattutini con la campagna. È regale il Teatro Stabile, per i custodi in divisa davanti ai suoi cancelli, per i barocchi dei suoi interni, per il velluto delle sue poltrone e dei suoi palchi, per le marionette lustrate, il dò di petto dei suoi tenori e per la beltà delle soprano, per le ballerine pittusciate, per i saloni del circolo lucano, per tutto quello che contiene e che rappresenta. Davanti ad esso, nel quadrato della piazza, il nervoso scalpitare dei cavalli di carrozza che sostano al sole, l’odore del letame che sale dagli antri di case buie e profonde, dalle officine dei maniscalchi, frammisto all’odore di vino e di fumo delle cantine e a quello di tiglio, di erba e di fieno. È la campagna che soffia nelle strade, in ogni atrio della città, nei larghetti, davanti alle botteghe ed ai caffè e che si presenta ossessiva e costante nella ressa dei fustagni la domenica.
Siamo i contadini, i figli dei contadini, i nipoti; tutto ciò che è storia, patrimonio, cultura è in noi, anche se la città indossa i vestiti di panno e i cappelli di feltro. Qui si appronta la nostra leggenda di contadini di città, di quanti vivemmo la frugale storia di maggesi e di stagioni, di maiali trafitti dal pugnale, impiccati alle travi maestre delle navi primordiali. Diverremo i piccoli borghesi del palazzo, impiegati degli uffici, i sottoproletari urbani che indossano, come riscatto, la divisa dei provveditorati e delle sovrintendenze. Nel 1857, si trova un atto 13 settembre per notar Luigi Grippo, in cui si legge, La costruzione del teatro era in questo capoluogo generalmente desiderata, desiderio per altro che non si è mai potuto attuare per essere il comune privo affatto di mezzi. Ora per evitare ulteriori ritardi, dall’ottimo Sig. Intendente della Provincia si è voluto ricorrere ad altro espediente; si è voluto cioè fare appello alla filantropia dei singoli proprietari ecc. Si formarono così trecentocinquantotto azioni da ducati venticinque ognuna, per l’ammontare di ducati tredicimilaquattrocentocinquanta. Il Comune si obbliga di rimborsarne quarantotto ogni anno, dal 1859 in poi. Fra i maggiori azionisti furono i Sigg. : Ginistrelli, Abruzzese, Amati-Jorio, Amati, Addone, Alianelli, Ambrosini, Branca, Berni, Bellinfante, Bartolotti, Biscotti, Castellucci, De cotti, Cantore, Carbonara, Dente, Doti, Ferrara, Fittipaldi, Giuliani, Guerreggiante, Jannelli, Lucia no, Navarra, Pantaleo, Ricotti, Scafarelli, Stabile, Viggiani. Nel 1865 il Prefetto Emilio Veglio sollecitò una riunione del Consiglio Comunale che in sua presenza deliberò di completare l’edificio del teatro le cui fondamenta, già iniziate erano state distrutte
dal terremoto del 17 dicembre 1857.. Pel teatro si procedette a nuovo appalto, e se ne affidò la direzione all’ingegnere Emanuele Bruno, da cui prese nome il nuovo disegno, modifica to di mano in mano ed abbellito di prospettiva severa e monumentale per opera dell’Alvini e del Pisanti, architetti valenti e rinomati. Nel 1866 si deliberò il dipinto del sipario. I lavori furono eseguiti da artisti rinomati, di Napoli e di Milano. Il pittore Luigi De Luise dipinse il plafond, apoteosi di Pitagora, ed il comodino, scuola di Metaponto. La scenografia fu affidata a Corazza e Masi di Milano, le decorazioni furono eseguite da Luigi Cangiano, il macchinario è dovuto a Papa e Spezzaferri. Il periodo di tempo occorso per la costruzione fu assai lungo per tutta una serie di ragioni tra cui fondamentali le spese enormi, considerando il grave indebitamento dell’Amministrazione Comunale, e le continue modificazioni che vi si apportavano. Nel 1872, il Comune, debitore di lire 11.900 verso gli antichi azionisti, aveva deliberato la totale estinzione del debito. Il suo costo superò il mezzo milione di lire. Esso infine fu costruito intorno al 1880. Maestoso e bellissimo, occupava il lato occidentale della Piazza della Regia Prefettura. Nel 1880 Potenza volle dedicare il suo nuovo teatro, bello e regale come un gioiello, a Francesco Stabile. F. Stabile, nacque il 28 agosto 1802, maestro di musica potentino, educato nel Collegio di S. Pietro a Maiella di Napoli, dopo le rappresentazioni date al Teatro S. Carlo e nel Collegio dei lavori Palmira e lo Sposo Alotto da lui composti e insoddisfatto dell’esito delle stesse per l’ ostruzionismo di alcuni suoi avversali, si ritirò a Potenza ove compose anche musica sacra. Fu legato da fraterna amicizia con Vincenzo Bellini e lo Zingarelli gli affidò la direzione del suo Miserere. Molte ore della sua giornata egli le trascorreva nel Convento di S. Maria del Sepolcro, monastero dei Riformati, distante circa mezzo chilometro dalla città. Nel 1830, su pressione dei Monaci di quel Convento con sentimento di fede e di arte, tradusse in note la via della croce; la onde, resa più attraente la pietosa funzione, il popolo vi accorreva in folla a sentire nella melodia del canto la mestizia che inteneriva i cuori ciò egli fece per la festa del Sangue di Cristo che si teneva in quella contrada ogni Giovedì dopo Pasqua. Morì l’11 agosto 1860. Musicò la Coccarda tricolore del Regaldi ed un’altra sua opera Braccio di Montone non vide le scene.