LA CRISI DELLA MONARCHIA SPAGNOLA A TRAMUTOLA

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VINCENZO PETROCELLI

All’inizio del XVII, a causa delle gravi tasse generali e della pessima amministrazione, quasi tutte le Università del regno di Napoli, si trovarono aggravate di enormi debiti. Il viceré e i suoi aiutanti sono continuamente alla ricerca di nuovi tributi, di riscossione meglio assicurate, di risorse e redditi straordinari, così con due Prammatiche del 26 febbraio 1612 e 26 maggio 1613, regolò il modo di fare i bilanci comunali e le esazioni. Questo modo di procurarsi danaro, da parte della Spagna, era dovuto allo sforzo bellico in Europa, soprattutto con la Francia.
Al tempo di Richelieu, in Francia, il tesoro raddoppia o triplica le sue entrate. La stessa cosa non avviene nel Regno di Napoli ove la difficoltà di controllare i bilanci, le abitudini e le astuzie del popolo del regno, fanno si che il danaro esca solo per finta. Così negli anni 1626 e 1627 il reggente del Consiglio Collaterale, Carlo Tappia, marchese di Belmonte, girò tutto il regno esaminando e imponendo gli opportuni provvedimenti per risanare le finanze. Venuto anche a Tramutola, fu compilata la Provvisiones (1) dalla quale risultava che l’Università aveva questi debiti: cassa militare ducati 5096; Regia Corte per imposte attrassate ducati 5193; con altri creditori ducati 7000, in tutto ducati 17.289, mentre aveva un attivo di 4595 ducati, soltanto.
Il Tappia, come primo provvedimento ordinò che sui frutti e sugli animali si fosse pagato il quinto e non il decimo come sino ad allora si era praticato; poi dichiarò il paese, a causa dei debiti, caduto in Regio Patrimonio il che importava la perdita della giurisdizione criminale, infine mise in vendita i corpi feudali (bagliva, portulania, pesi, zecca, misura, piazzolla de fora, la difesa delle trote e il molino di Caolo). Detti corpi feudali furono acquistati per 4.000 ducati dalla Badia di Montecassino, la quale a sua volta li vendette nell’anno 1628, a Giovanni Palizzolo di Polla, il quale però dichiarò di comperarli per conto di Carlo Fiume di Roccapiemonte. Il Carlo Fiume, a sua volta, li aveva acquistati a nome e per conto del Monastero Cavense da cui aveva ricevuti i 4.000 ducati, come infatti nel 1631, dichiarò al viceré di non avere alcun diritto sui corpi feudali di Tramutola, perché comprati a vantaggio della Badia di Cava(2).
Con tale operazione il Monastero di Cava aveva concentrato nelle sue mani tutti i diritti su Tramutola, non le rimaneva da riscattare altro che la giurisdizione criminale caduta nelle mani della Regia Corte, ma ben presto le si offrì l’occasione propizia.
Il viceré Ferrante Afan di Rivera Duca d;Alcalà (17 aprile 1629-13 maggio 1631) dietro ordine di Madrid, pose in vendita al maggior offerente quei feudi del regno che ancora appartenevano alla Corona. Grazie alle vendite ed alienazione delle sue proprietà la Spagna riesce a resistere ai suoi avversari. Così avvenne che la giurisdizione criminale su Tramutola, messa all’asta il 7 settembre, fu aggiudicata all’abate di Cava per 10.000 ducati. L’otto aprile 1631, si stese il contratto tra il viceré e il Carlo Fiume, il quale versò una metà della somma, obbligandosi a versare l’altra metà non appena fossero giunte da Madrid le ratifiche regali. Quindi nel mentre si consumano liti e vertenze giudiziarie, tra l’abate di Cava che reclama il possesso dell’antico feudo abbaziale di Tramutola e l’Università, che se ne vuole affrancare la giurisdizione criminale, i monaci Cassinesi, congregazione di Montecassino e Badia di Cava, nell’anno 1631, diventano feudatari di Tramutola fino alla legge eversiva della feudalità del 2 agosto 1806(3). L’abate della Badia di Cava, Giulio
Vecchioni (1630-1633), preferì investire un laico di sua fiducia, proprio quel Carlo Fiume, che aveva fatto da tramite per l’acquisto dei corpi feudali e non un monaco, a vicario del feudo abbaziale di Tramutola. Questo rappresenta la baronia totale da parte dell’abate di Cava su Tramutola, fino ad arrivare allo sfruttamento religioso, culturale e anche materiale, perché Tramutola diventa, da paese colonizzato, industria che deve produrre. In definitiva il capitale investito, per non diventare capitale pietrificato deve corrispondere, di fatto, ad un investimento intelligente e produttivo. Tutto questo era avvenuto senza informare l’Università di Tramutola, per cui quando Carlo Fiume, in rappresentanza dell’abate di Cava, prende possesso della giurisdizione criminale ci fu un grande fermento a Tramutola. L’Università il 12 marzo 1632, riunito il parlamento dei capi-famiglia, decise di inviare a Napoli dei procuratori con il mandato di chiedere che Tramutola ritornasse ad essere Regio Demanio e con la promessa di pagare i debiti trascorsi e di pagare essi la giurisdizione criminale affidata all’abate, per 10.000 ducati. Il ricorso dei tramutolesi fu discusso più volte nella Regia Camera della Sommaria, ma fu rigettato. Allora i procuratori dell’Università di Tramutola, si appellarono al viceré. In presenza di questa lite il viceré di Napoli, approfittò per decidere che il Monastero di Cava pagasse gli altri 5.000 ducati, subito, stanti le gravi necessità il 24 marzo 1633. Infatti, il cellerario della Badia di Cava, D. Crisostomo, li pagò subito al viceré Emanuele Zunica Fonseca conte di Monterrey (14 maggio 1631-12 novembre 1637) e cioè tremila con cedola del banco del’;Annunziata e duemila con cedola del banco del Santo Spirito.
Così il 9 agosto 1633, giunse la ratifica reale e la Badia di Cava venne investita anche della giurisdizione criminale su Tramutola. Il privilegio, firmato da Filippo IV, è un grande fascicolo in pergamena di 42 pagine che riferisce tutta la storia e la vicenda della vendita e riconosce al Monastero di Cava tutte le giurisdizioni criminali, civile e mista e i corpi feudali. La tassa del privilegio fu di 1200 ducati, la tassa annuale per il criminale ducati 5, per i corpi feudali ducati 19 e 3 tarì e 10 carlini e mezzo, pagati prima dall’Università. Il privilegio fu registrato a Napoli dal viceré il 20 aprile 1634. Nell’archivio della Badia di Cava sono conservati tutti questi privilegi in una cartella in pelle rossa decorata dello stemma abbaziale e fregi in oro(4). Alla fine chi pagò, in questa operazione, fu il contadino produttore di lana, canapa e lino di Tramutola!
Durante l’anno 1634, l’abate di Cava, Silvestro Civitella (1634-1636), considerato che aumentavano le scorte di produzione, lino e canapa prodotti in Tramutola, chiese ed ottenne dal viceré Emanuele Zunica Fonseca, con privilegio del 3 dicembre 1634, che ogni anno negli otto giorni precedenti la festa della SS. Trinità, si tenesse in Tramutola una grande fiera per poter smaltire la produzione locale e dei paesi vicini. Questo ovviamente consentiva all’abate una enorme entrata di tributi per la piazzolla de fora. La prima fiera di cui si conserva il manifesto a stampa, fu tenuta dal 27 maggio al 3 giugno 1635. L’abate divenuto barone unico di Tramutola, usò da quell’epoca i suoi privilegi per mezzo di ufficiali laici.

I tramutolesi in un parlamento del 1642, decisero di chiedere all’abate che facesse dichiarare Tramutola Camera Riservata, cioè esente dalla Colletta S. Maria, ossia tassa militare, che si pagava invece in sostituzione degli alloggiamenti all’esercito. Il dichiarare Camera Riservata era in potere dei baroni che potevano designare tale uno solo dei loro feudi. L’Università incaricò Giulio Terzo e Giulio Cesario di andare a Cava a trattare con l’abate, Vittorino Scherillo (1642-1646). Durante la trattativa fu deciso che l’abate avrebbe richiesto il privilegio al viceré in ricompensa di un donativo di 1.800 ducati da pagarsi a rate di 120 ducati annui e si obbligarono di rispettare tutti i diritti baronali. L’abate da parte sua dichiarava di diminuire i balzelli (tributi o pedaggio) e prometteva di ;tenere detta Università et homini di detta Terra de Tramutola come veri et amorevoli vassalli et quelli trattare come figli, nè quelli vendere nè alienare per qualsivoglia necessità e di detta promessione farne obligatione;. Il viceré Ramiro Filippo de Guzmàn (13 novembre 1637-6 marzo 1644) il 10 gennaio 1643, elargì l’esecuzione desiderata e dette pure il regio assenso per il donativo
all’abate da pagarsi a rate annuali e, quindi Tramutola, fu definita Camera Riservata del barone, Abate della Badia di Cava(5). 
Un tentativo di staccare Tramutola dalla giurisdizione della Badia di Cava si ha nel 1649, quando il vescovo di Marsico Ciantes, nell’intento di allargare il territorio della diocesi e poter così competere con il feudatario di Marsico, chiede la giurisdizione su Tramutola. Con lo spirito Tridentino il vescovo di Marsico Ciantes si attiva a riorganizzare la diocesi che fu bloccata dalla rivoluzione del 1647-8. Volendo ingrandire la diocesi, chiese alla Santa Sede la giurisdizione su Tramutola, ma non l’ottenne(6). Dopo la peste del 1656, toccò al Pinerio iniziare il non facile lavoro di ricostruzione. Il vescovo Pinerio, dunque cercò di riordinare la diocesi come potè. Difese tenacemente la propria giurisdizione e cercò di estenderla sulla grancia di S. Lorenzo di Saponara e sul feudo abbaziale di Tramutola. E’ probabile che proprio mentre il vescovo Pinerio tentava di
ottenere la giurisdizione su Tramutola successero liti tra l’università tramutolese ed i canonici di Marsico che volevano esigere le decime sul suo territorio. Nello stesso periodo successero liti tra il vescovo ed il governatore di Tramutola(7).
Nell’anno 1631 si verificò l’eruzione del Vesuvio che costrinse l’atterrita popolazione ad abbandonare i paesi circostanti, ma non tutti riescono a mettersi in salvo, infatti, si calcolano almeno 4000 vittime. Come visto innanzi, nella prima metà del ‘600, Napoli era precipitata in una gravissima crisi socio- economica, aggravata dall’assoggettamento alla corona di Spagna che, combattendo guerre sempre più dispendiose, esigeva da Napoli esosi balzelli. Nel 1646 il viceré spagnolo Rodrigo Ponce de Leòn, duca d’Arcos aveva ulteriormente aumentato il carico di tasse applicate, sicché l’anno successivo bastò l’aumento del prezzo della frutta fresca, perché il 7 luglio del 1647, la rivolta scoppiasse in tutta la sua violenza al grido di “Viva il re di Spagna, mora il malgoverno”. Il motto dimostra la gran confusione regnante nel popolo, per il quale il re impersonava ancora la giustizia e i ricchi l’arbitrio. Non fu una rivolta antispagnola, come vorrebbe la storiografia italiana dell’Ottocento, impregnata di retorica nazionalistica, ma un’insurrezione scaturita dalle miserevoli condizioni in cui versava il popolo. Tramutola partecipò attivamente ai moti insurrezionali del 1647-48. L’effimera rivolta di Masaniello e i successivi avvenimenti della Repubblica segnano un periodo critico nella complicata storia del Regno di Napoli. Dopo la rivolta del 1647-48 e la restaurazione della monarchia spagnola, ci fu una svolta nel modo di governare. Ci fu un efficace intervento
assolutistico dello Stato. Venne attuata una politica di repressione del banditismo baronale, una maggiore tutela dell’ordine pubblico, controllo sugli abusi del clero. Ma, la crisi demografica, dopo la peste(8), la crisi agraria e del commercio, la pressione fiscale in aumento in coincidenza delle congiunture belliche, non consentirono ai viceré napoletani della seconda metà del 600, di dar vita a una politica riformatrice (1)

TRAMUTOLA

Cenni Storici ricavati dall’Archivio Cavense di Leone Mattei Cerasoli Badia di Cava – 1932.
(2) Archivio della Badia di Cava CVII n° 56.
(3) Archivio della Badia di Cava CVII N° 111.
(4) TRAMUTOLA Cenni Storici ricavati dall’Archivio Cavense di Leone Mattei Cerasoli Badia di
Cava – 1932.
(5) Archivio della Badia di Cava CVIII n° 120.
(6) La Diocesi di Marsico nei secoli XVI-XVII di Giovanni Antonio Colangelo- Roma 1978
EDIZIONI di STORIA e LETTERATURA.
(7) Archivio Diocesano Salerno, 1665, Il Governatore di Tramutola per riguardo alla giurisdizione
per alcuni omicidi commessi, Fondo Marsico, busta 5.
(8) cfr. articolo sul mio blog ; Il flagello della peste a Tramutola e la devozione a San Rocco;.

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Vincenzo Petrocelli

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