LA CULTURA DELL’AVVENTO

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i prodromi del fascismo in BASILICATA- 4

LUCIO TUFANO

La cultura nazionalista prende le sue mosse dal lontano e apprezzato episodio di dura repressione dei moti popolari del 1898 effettuata dal rigido generale Bava Beccaris, dalla filosofia di Crispi sulla borghesia artefice di ogni progresso, da quella di Gaetano Mosca sulle élites politiche, sul loro primato negli ambienti sociali e sul principio di ereditarietà del potere, dalla esaltazione lirica del colonialismo di Giovanni Pascoli (a proposito della guerra di Libia) “La grande proletaria si è mossa”, da quanto aveva scritto Papini nelle pagine della rivista “Lacerba” (1914), “sulla carne da cannone e la carne da macchina”, le teorie sull’assassinio collettivo.
Il tutto feconda puntualmente e pedissequamente nella provincia e viene fedelmente confezionato in declamazioni, in discorsi, in elegie e manifesti di propaganda, dalla piccola borghesia che, senza alcuna identità storica di classe, è sempre eccitata e smaniosa di assurgere a protagonista. I miti del progresso, la pubblicità che coinvolge i gusti e le scelte, le imprese ardimentose, i raid automobilistici hanno creato le condizioni più favorevoli ad alimentare un fenomeno che incomberà funestamente su buona parte del novecento: L’arditismo con le odi alla violenza come ultima musa.
Marinetti aveva osservato di sfuggita “nello stampo delle colline i reggimenti arroventati che si fondono e si liquefano … battaglioni che si schiacciano come pezzi di ghisa”. Le sue facoltà di parapsicologo gli avevano consentito visioni medianiche della grande strage 15/18 alla quale D’Annunzio, dallo scoglio di Quarto, inneggiava con la “morale eroica” e con il “maggio radioso” Sul fronte socio-politico, sulla base delle teorie di Sorel “del socialismo epico e all’insegna di una trascinante violenza”, si effettua l’attacco allo Stato liberale e alla democrazia parlamentare. Il qualunquismo schizoide, la denigrazione a raffica contro i partiti, colpevoli di clientelismo e di notabilato, contro le istituzioni presidiate dalle consuete camarille, l’intolleranza, avevano ottenuto il sopravvento sui pigri, sugli ingordi, sugli agrari meridionali, sui capiclan e persino sugli intellettuali e sui professionisti.
Le componenti freudiane e culturali che si ispirano alla matrice, anche dialettica, della violenza, sono in definitiva quelle che concorrono, intersecandosi, scontrandosi e ricomponendosi in una osmosi di assurda ed irrazionale nevrosi a formare il fascismo di esibizione.
Non di “spirito nuovo” si tratta (l’espressione era stata usata da Mussolini nella relazione ad un disegno di legge sull’ esonero dei pubblici impiegati) – scriverà Chiummiento nel 1925 1 – ma di uno stato d’animo nuovo. La mentalità che Nitti non poté correggere, che Giolitti non comprese, che il Socialismo ciecamente non volle assorbire senza saperla combattere e che il Popolarismo contemplò con benevola curiosità assorbito dalle tre correnti – la dannunziana, la fascista e la nazionalista incamiciata di nero e di azzurro, con l’emblema del littorio, con quello dell’ orsa e con quello dell’ aquila, trovò Roma e l’Italia addormentata all’ombra dei baffi di Facta. Perché la marcia su Roma si svolse soprattutto al grido di “abbasso Nitti”? Perché fu possibile una rappresentanza giolittiana, popolare, liberale e democratica non nittiana nel primo Ministero fascista? Coloro che non avevano compreso la nuova mentalità del dopoguerra erano quelli che l’avevano sfruttata. 
Coloro che l’avevano avversata verbosamente erano gli sconfitti del Fascismo, colui (Nitti) che aveva tentato di correggere questa mentalità nell’interesse della Nazione era stato il bersaglio contro il quale si esercitano le schiere trionfanti tra la più assoluta indifferenza dei fiancheggiatori e degli sconfitti”.
Giuseppe Chiummiento, il giornalista di Acerenza, amico di Nitti con il quale rimase in corrispondenza anche dall’esilio, fa una accurata diagnosi di quanto era accaduto. La dettagliata disamina, quasi inedita fino ad oggi, contiene gli elementi per capire come l’opportunismo, la paura ed il conformismo, sindromi tipiche del provincialismo e della piccola borghesia, approntano in modo repentino ed improvviso la resa senza condizioni al Fascismo. Votati i pieni poteri nel novembre 1922, dopo la resa a discrezione di tutta la Camera creata da Giovanni Giolitti 17 mesi prima, presentate le armi ai 35 deputati fascisti, cominciano le capitolazioni di enti e di individui.
“Chi non ebbe la possibilità. di tesserarsi o pensò di aver convenienza a farIo, non sentì la forza di difendere la verginità dell’ occhiello della propria giacca, non ebbe il coraggio di lasciarlo senza un segno protettore e, quando non potette figurarvi l’aquila d’argento in campo azzurro, ricorse all’elmetto e persino alla fiaccola dei demosociali.
Intanto – scrive ancora Chiummiento – le amministrazioni locali, che non volevano essere sacrificate, formulavano ordini del giorno di plauso, di adesione, di sottomissione, nella speranza di salvarsi e coloro che avevano un municipio da conquistare o, comunque una sconfitta elettorale da vendicare, si davano a costituire Fasci a tutto spiano”.
Come tutti i movimenti, anche quello fascista quindi arriva nei paesini dell’Italia meridionale per opera di rimbalzo e la piccola bega locale è l’origine ed il fine supremo di tanto tardivo accogliffiento del nuovo verbo.
A fine anno 1922, De Mascellis scrive a Fortunato: “Si prevede un avvento fascista in provincia. Di qui il Fascismo ingrossa le sue file, giornalmente. Le  campagne di Avigliano, da San Nicola a Lagopesole, Filiano etc … danno un potente contributo. A Filiano, in tutti i villaggi, vi sono camicie nere. Al Castel Lagopesole, contro la sparuta lega capitanata da quel tal Bochicchio, ex consigliere provinciale, si arrotondano i manganelli. Le leghe di contadini, sorte in Basilicata a tutto vantaggio dei loro presidenti – vibrioni che su di esse mangiucchiavano -, stanno per scomparire ad opera del Fascismo il quale, però, accoglie nelle sue fila i più tristi arnesi della delinquenza paesana.
Il Catalanismo, qui in Potenza, ha assorbito il Ciccottismo. Per le strade, oltre alla canzone Giovinezza, si canta un’altra di oltraggi all’autorevole Nitti, e ben pochi gli son rimasti fedeli. Noi, i nittiani, che dal lavoro traiamo il sostentamento alla vita, siam tenuti d’occhio dalla demenza fascista”.

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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