La “fera di li zanghi”[1]

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LUCIO TUFANO

 

«Sul piano del Monte si vedeva tutto lo spazio biancheggiare per raccolta di buoi, di vacche e di vitelli; ed ai fianchi del Monte e nei terreni vicini, sin verso il fondo della vadda (valle) morre innumerevoli di capre e di capretti, di pecore e di agnelli, chiuse da reti, e poi morre di maiali da per tutto, dove lo scavare col muso il terreno non produceva danno.

E poi gente che andava e che veniva, e morre di buoi, di pecore, di capre, di agnelli e di maiali: cavalli, muli e asini lungo le vie nuove e le strade mulattiere, per negozio fatto, o per menarle ad abbeverarle alla iumara (fiumara); sicché l’occhio si stancava a volere scernere i particolari in quella varia ed immensa raccolta d’industria e di ricchezza.

In mezzo a cosiffatta ed innumerevole quantità di animali si aggirava, o stava ferma a contrattare, folla di proprietari, di negozianti, di massari, di pastori e di porcari; gli uni con gli uncini lunghi e sottili per designare con facilità e senza pericolo fra gli animali quello di scelta pel contratto; e gli altri con le grosse magliocche, tanto simili ai bastoni degli antichi capitamburi o dei portinai da livrea, per la custodia della loro partita di animali, e per ogni loro difesa eventuale.

E quindi muggiti di buoi, belati di gregge, grugniti di maiali, nitriti di cavalli, ragli di asini e di muli, zufoli e tofe di pastori e di porcari, campane di vacche, di montoni e di capre, sonagli di muletti, grida di venditori, fischietti per passatempo di fanciulli, e mille altre voci e nomi riempivano confusamente l’aria ed assordavano l’orecchio in guisa che a grande distanza si diffondeva quel caratteristico frastuono di fiera, così piena, così ricca, così varia e pittoresca e meravigliosa per quei tempi.

Tre giorni durava la fiera per negozii di animali; una settimana circa per altre vendite di merci.

La folla animava la città. Ogni famiglia si faceva la provvistola e si comprava lu porc’ (porco) o masciale (maiale) per l’asciament’ (agiamento) della casa nel corso di un anno. I ragazzi vedevansi allegri e saltellanti, se il babbo comprava loro l’agnellino o il capretto, che si riservava per fare festa e pranzo nell’ottobre, quando si spinnillava (spillava) il vino nuovo in onore di Bacco, non ostante che sul tino vi si mettesse la croce, e la fiura di S. Gerardo.

Insomma la fiera era convenio ed emporio di commercio, ed anche movimento ed allegrezza per la città per la venuta di giocolieri, cavadenti, commedianti e per ogni sorta di girovaghi e d’imbroglioni.

E si andava alla fiera per comprare lu scupece, cioè il pesce fritto ed in aceto, portato a vendere da marinesi; per fare la cenetta a lu cirrigl’ e ridere e divertirsi, mangiando una testodda o un pezzo di cazmarr’ fatto con interiora di agnello e di capretto.

Ma il divertimento più curioso era assistere ai contratti ed alle vendite degli zingari, gente tanto maliziosa ed accorta; o farsi indovinare la sorte da una delle loro vecchie, e meglio da qualche loro figliola simpatica e brunetta.

Oltre il loro linguaggio strano, divertiva vederli vestiti nel loro costume con giacche ed arabeschi di velluto, panciotti con filari di lucidi bottoni, calzoni larghi e fascia colorata in cintura; capelli lunghi cadenti a riccioli sulle tempia, orecchini grossi ed a cerchioni, ed anelli di oro alle dita; però andavano spesso scalzi. Le donne poi con riccioni e collane alla gola, orecchini a pendolo e dita cariche di anelli, ma spesso ontuose e sporche, serbando in tutto le usanze ed i caratteri della loro origine, e le impronte di un esodo infelice. Per tal gente un tempo non si aveva registro di stato civile; le loro nascite ed i matrimoni si solennizzavano in taverne e nelle stalle.

Anche questa stirpe è fatta più misera, si assottiglia e va sparendo. La fiera di Agosto era la più ricca ed interessante per noi, e continua ancora ad essere tale; sebbene non così ricca di animali e di concorso, essendo mutati i tempi, e vedendosi anche la città largamente fornita di merci e di negozii.

La fiera di Ottobre, detta fiera di li zanghi (fanghi), ricorrendo in una stagione spesso piovosa, aveva grido d’importanza nelle nostre contrade soprattutto per ricchezza ed abbondanza di maiali, venendo i negozianti di altre provincie a comprare intere morre di porci per provviste e consumo di altri mercati, come quelli di Salerno, di Napoli e delle Puglie».

Questa grandiosa descrizione dell’antica fiera di Ottobre riportata sul noto volume “Ricordi e note su Costumanze, vita e pregiudizi” del sacerdote Raffaele Riviello, è un quadro completo ed a colori di quello che era una delle fiere più importanti della città di Potenza, per il suo significato economico e culturale, quello antropologico. Un documento a sé, ripreso da qualche noto pittore potentino come Michele Giocoli, e dal quale si rileva come nelle occasioni di promiscuità e di festa tutti avevano un preciso ruolo. Il netta pozzi, lo spazzacamino, l’ammula forbici, il trippaio, il venditore di figurine e rosari, lo scarparo, il venditore di zeppole e ciambelle fritte, il fruttarolo, l’ortolano, il venditore e riparatore di vasi, il terracottaio, il venditore di ceramiche, quello delle pagnotte e delle bibite, il cipollaro e l’agliaro, il rigattiere, il venditore di pannocchie bollite o arrostite, il caldarrostaro, quello che cuoceva gli “gnummrielli”, il venditore di mele e pere cotte, l’aggiustatore di ombrelli, il giocatore delle tre carte. Questi gli attori che popolavano la polverosa ribalta del mercato o della fiera nostrani, tra l’assordante frastuono di fischietti ed urla, di zingari ed allevatori, di sensali e mediatori. Labili figure di una cittadina appenninica in adorazione del denaro, del bisogno e in devozione di S. Gerardo o di S. Rocco.

Il pubblico era costituito da compratori e da visitatori, da impiegati e da contadini, boscaioli, da presenze anonime degli abitatori dei vicoli e dei sottani, da nullafacenti e da speranzosi osservanti delle trippe in cottura, dei pezzi di carne vaccina in caldaie al fuoco, lungo il tratto di nitriti, belati e voci cavernose che correva dalle prime bancarelle al “cirriglio”. Frammenti di un microcosmo cittadino nomade ed animato di richiami, gesti, discussioni, prezzi conclamati a voce alta, inni alla qualità del vino e della frutta, alla freschezza delle triglie e dei merluzzi.

Questa era la scena extraurbana che si è ripetuta per moltissimi anni; era questo il laboratorio temporaneo dell’uomo nomade, questa era una sorta di “officina” all’aperto in cui la cultura popolare, il gergo comico e sonoro, gestuale e mimetico, carnevalesco e teatrale trovava il suo naturale e congeniale spazio in un clima di povertà festosa ed anche di ingorda e fugace crapula.

[1] Raffaele Riviello, Ricordi e note su Costumanze, Vita e Pregiudizi … Potenza 1893.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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