LUCIO TUFANO

 

«Sul piano del Monte si vedeva tutto lo spazio biancheggiare per raccolta di buoi, di vacche e di vitelli; ed ai fianchi del Monte e nei terreni vicini, sin verso il fondo della vadda (valle) morre innumerevoli di capre e di capretti, di pecore e di agnelli, chiuse da reti, e poi morre di maiali da per tutto, dove lo scavare col muso il terreno non produceva danno.

E poi gente che andava e che veniva, e morre di buoi, di pecore, di capre, di agnelli e di maiali: cavalli, muli e asini lungo le vie nuove e le strade mulattiere, per negozio fatto, o per menarle ad abbeverarle alla iumara (fiumara); sicché l’occhio si stancava a volere scernere i particolari in quella varia ed immensa raccolta d’industria e di ricchezza.

In mezzo a cosiffatta ed innumerevole quantità di animali si aggirava, o stava ferma a contrattare, folla di proprietari, di negozianti, di massari, di pastori e di porcari; gli uni con gli uncini lunghi e sottili per designare con facilità e senza pericolo fra gli animali quello di scelta pel contratto; e gli altri con le grosse magliocche, tanto simili ai bastoni degli antichi capitamburi o dei portinai da livrea, per la custodia della loro partita di animali, e per ogni loro difesa eventuale.

E quindi muggiti di buoi, belati di gregge, grugniti di maiali, nitriti di cavalli, ragli di asini e di muli, zufoli e tofe di pastori e di porcari, campane di vacche, di montoni e di capre, sonagli di muletti, grida di venditori, fischietti per passatempo di fanciulli, e mille altre voci e nomi riempivano confusamente l’aria ed assordavano l’orecchio in guisa che a grande distanza si diffondeva quel caratteristico frastuono di fiera, così piena, così ricca, così varia e pittoresca e meravigliosa per quei tempi.

Tre giorni durava la fiera per negozii di animali; una settimana circa per altre vendite di merci.

La folla animava la città. Ogni famiglia si faceva la provvistola e si comprava lu porc’ (porco) o masciale (maiale) per l’asciament’ (agiamento) della casa nel corso di un anno. I ragazzi vedevansi allegri e saltellanti, se il babbo comprava loro l’agnellino o il capretto, che si riservava per fare festa e pranzo nell’ottobre, quando si spinnillava (spillava) il vino nuovo in onore di Bacco, non ostante che sul tino vi si mettesse la croce, e la fiura di S. Gerardo.

Insomma la fiera era convenio ed emporio di commercio, ed anche movimento ed allegrezza per la città per la venuta di giocolieri, cavadenti, commedianti e per ogni sorta di girovaghi e d’imbroglioni.

E si andava alla fiera per comprare lu scupece, cioè il pesce fritto ed in aceto, portato a vendere da marinesi; per fare la cenetta a lu cirrigl’ e ridere e divertirsi, mangiando una testodda o un pezzo di cazmarr’ fatto con interiora di agnello e di capretto.

Ma il divertimento più curioso era assistere ai contratti ed alle vendite degli zingari, gente tanto maliziosa ed accorta; o farsi indovinare la sorte da una delle loro vecchie, e meglio da qualche loro figliola simpatica e brunetta.

Oltre il loro linguaggio strano, divertiva vederli vestiti nel loro costume con giacche ed arabeschi di velluto, panciotti con filari di lucidi bottoni, calzoni larghi e fascia colorata in cintura; capelli lunghi cadenti a riccioli sulle tempia, orecchini grossi ed a cerchioni, ed anelli di oro alle dita; però andavano spesso scalzi. Le donne poi con riccioni e collane alla gola, orecchini a pendolo e dita cariche di anelli, ma spesso ontuose e sporche, serbando in tutto le usanze ed i caratteri della loro origine, e le impronte di un esodo infelice. Per tal gente un tempo non si aveva registro di stato civile; le loro nascite ed i matrimoni si solennizzavano in taverne e nelle stalle.

Anche questa stirpe è fatta più misera, si assottiglia e va sparendo. La fiera di Agosto era la più ricca ed interessante per noi, e continua ancora ad essere tale; sebbene non così ricca di animali e di concorso, essendo mutati i tempi, e vedendosi anche la città largamente fornita di merci e di negozii.

La fiera di Ottobre, detta fiera di li zanghi (fanghi), ricorrendo in una stagione spesso piovosa, aveva grido d’importanza nelle nostre contrade soprattutto per ricchezza ed abbondanza di maiali, venendo i negozianti di altre provincie a comprare intere morre di porci per provviste e consumo di altri mercati, come quelli di Salerno, di Napoli e delle Puglie».

Questa grandiosa descrizione dell’antica fiera di Ottobre riportata sul noto volume “Ricordi e note su Costumanze, vita e pregiudizi” del sacerdote Raffaele Riviello, è un quadro completo ed a colori di quello che era una delle fiere più importanti della città di Potenza, per il suo significato economico e culturale, quello antropologico. Un documento a sé, ripreso da qualche noto pittore potentino come Michele Giocoli, e dal quale si rileva come nelle occasioni di promiscuità e di festa tutti avevano un preciso ruolo. Il netta pozzi, lo spazzacamino, l’ammula forbici, il trippaio, il venditore di figurine e rosari, lo scarparo, il venditore di zeppole e ciambelle fritte, il fruttarolo, l’ortolano, il venditore e riparatore di vasi, il terracottaio, il venditore di ceramiche, quello delle pagnotte e delle bibite, il cipollaro e l’agliaro, il rigattiere, il venditore di pannocchie bollite o arrostite, il caldarrostaro, quello che cuoceva gli “gnummrielli”, il venditore di mele e pere cotte, l’aggiustatore di ombrelli, il giocatore delle tre carte. Questi gli attori che popolavano la polverosa ribalta del mercato o della fiera nostrani, tra l’assordante frastuono di fischietti ed urla, di zingari ed allevatori, di sensali e mediatori. Labili figure di una cittadina appenninica in adorazione del denaro, del bisogno e in devozione di S. Gerardo o di S. Rocco.

Il pubblico era costituito da compratori e da visitatori, da impiegati e da contadini, boscaioli, da presenze anonime degli abitatori dei vicoli e dei sottani, da nullafacenti e da speranzosi osservanti delle trippe in cottura, dei pezzi di carne vaccina in caldaie al fuoco, lungo il tratto di nitriti, belati e voci cavernose che correva dalle prime bancarelle al “cirriglio”. Frammenti di un microcosmo cittadino nomade ed animato di richiami, gesti, discussioni, prezzi conclamati a voce alta, inni alla qualità del vino e della frutta, alla freschezza delle triglie e dei merluzzi.

Questa era la scena extraurbana che si è ripetuta per moltissimi anni; era questo il laboratorio temporaneo dell’uomo nomade, questa era una sorta di “officina” all’aperto in cui la cultura popolare, il gergo comico e sonoro, gestuale e mimetico, carnevalesco e teatrale trovava il suo naturale e congeniale spazio in un clima di povertà festosa ed anche di ingorda e fugace crapula.

[1] Raffaele Riviello, Ricordi e note su Costumanze, Vita e Pregiudizi … Potenza 1893.