LA LOTTA DI CLASSE DI CONFINDUSTRIA

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Marco Di Geronimo

Da giorni Confindustria lavora per ottenere nuove misure di macelleria sociale. Come e più che in passato, gli industriali italiani insistono sulla strada dell’austerity, dei sacrifici (per gli altri) e dei salvataggi a gratis (per loro). Questo approccio degli industriali deve entrare nell’ordine del giorno del dibattito pubblico. Altrimenti continueremo a subire politiche scellerate. Senza un perché.

Carlo Bonomi, nuovo Presidente degli industriali, da mesi martella le televisioni, i giornali e tutti gli attori politici lamentandosi dei provvedimenti del Governo. Assieme a lui una pletora di ricchi a vario titolo insistono con argomenti inconsistenti a chiedere la cancellazione di sussidi e aiuti sociali. L’unico aiuta che conta – dicunt – è il fantasmagorico ‘fondo perduto’. Sì, la panacea di tutti i mali che consente al Paese di ‘ripartire’, premiando ‘chi crea lavoro’.

Stiamo ai fatti. Chi fa impresa ha diritto al profitto. È vero che sono i lavoratori a creare il valore economico col loro lavoro, ammettono tutti. Però non tocca a loro incassarne i ricavi. Quelli vanno al padrone. E la ragione è semplice: chi si cappotta, se l’impresa fallisce? Lui, il padrone. Costui ha diritto ai profitti perché si accolla il rischio d’impresa.

Ciò è senz’altro valido per tanti cittadini che mandano avanti le loro piccole botteghe e fabbrichette. Ma non lo è per molti altri nostri conterranei, assai più abbienti. E non lo è neanche per alcune mele marce dell’impresa italiana, che da sempre galleggiano grazie a sfruttamento e licenziamenti facili. Questo è uno dei punti nevralgici della crisi italiana, perché rapporti di forza sbilanciati tra capitale e lavoro deteriorano la qualità della vita di tutti e allocano il denaro ai truffatori anziché alle persone perbene. Questo dovrebbe essere un punto focale del dibattito. Così non è.

Il Governo giallo-rosso sta mantenendo un certo equilibrio nella gestione della crisi. Certo, sarebbe da disonesti negare difficoltà ed errori che ci sono stati negli ultimi mesi. Ma a parte un inquietante innamoramento per il MES (le cui condizionalità non sono mai scomparse), l’esecutivo si accolla una mole di critiche insensate. Sarà perché non ha ancora voluto spillare sangue ai lavoratori?

Carlo Bonomi ha lanciato una serie di proposte che lasciano sconcertati chi ascolta. Tra queste spicca la sua idea di ridurre il contratto collettivo nazionale a mera cornice. La polpa del diritto del lavoro andrebbe negoziata azienda per azienda, sulla base dei rapporti di forza locali. Un ritorno all’Ottocento, alla contrattazione padrone per padrone. L’obiettivo è chiaro: mettere i lavoratori gli uni contro gli altri e diminuirne il peso politico. La strategia di una parte del tessuto imprenditoriale italiano rimane sempre quella: troppo difficile investire e puntare sulla qualità del prodotto; meglio essere competitivi sul prezzo riducendo i costi (ne parlano i fratelli Fana nel loro Basta salari da fame). Cioè stipendi, congedi, ferie e diritti dei lavoratori. Il contratto aziendale è il modo migliore per riuscirci.

Se guardiamo alla curva dei salari reali in Italia, ci accorgiamo che sono fermi da anni e anni. Se confrontiamo la mole di salari e profitti, ci accorgiamo che i salari sono una parte sempre più piccola e i profitti una sempre più grande del PIL. Il mondo dell’imprenditoria ha tutt’altro che pianto miseria nell’ultima fase storica. È quello che ha patito meno sacrifici di tutti e che ha scaricato il costo della crisi del 2008 sulle fasce più deboli della popolazione.

Ora la grande trovata di parte del mondo degli industriali è la patrimoniale per tutti. Siccome è impossibile tassare i ricchi in Europa (sono sempre pronti a fuggire in un altro Paese per sottrarre la loro ricchezza mobile al fisco) l’unica tassa possibile è quella sul mattone. Ma sia chiaro: non la possono pagare solo i ricchi. Non ci sarebbero soldi con cui finanziare le regalie ai ricchi! È necessario che la paghino tutti. Classe media inclusa. Se possibile anche gli inquilini non proprietari. Poco importa se il cuore palpitante dei consumi italiani sanguina.

Qualcuno sta morendo di fame? Ci dispiace, il reddito di cittadinanza fa male all’impresa. Spinge al rialzo i salari. Che, è bene ricordarlo, devono restare fermi a livelli indegni di un Paese occidentale. Altrimenti poi dovremmo investire in innovazione e abbiamo già da programmare le vacanze alle Hawaii. Troppo faticoso anche rivolgersi al centro per l’impiego, al quale dovremmo dichiarare il contratto che applichiamo e tante altre inutili scartoffie. Che ingenuità! Nessuno vi ha detto che è il nero, il lavoro nero, a essere il vero petrolio d’Italia? Suvvia: le offerte di lavoro si scrivono con i pennarelli sui fogli che appendiamo in vetrina. E non deve esistere sussidio abbastanza alto da toglierci i lavoratori disposti a farsi sfruttare per mangiare, sia in denaro sia in regolamentazione.

La crisi del 2020 è la più drammatica da quasi un secolo. Il suo costo sarà enorme. Dev’essere chiaro che una parte del Paese vuole scaricare tutti i sacrifici su qualcun altro. I più deboli. È un copione già scritto e già visto, ma stiamo assistendo a una versione più feroce e sanguinaria del solito. Che sia Carlo Bonomi – e vari altri – a difendere a spada tratta certe ricette fallimentari, che hanno il solo pregio di trasferire ricchezza e potere verso l’élite, conta poco. Ciò che importa è accorgersi del pericolo e resistere contro il prossimo, ennesimo attacco al welfare.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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