
FRANCO CACCIATORE
di Franco Cacciatore
Le Costituzioni di Melfi sono tornate di attualità dopo che a Federico II è stato negato monumento con le sue sembianze, come da nostro precedente servizio. Nella celebrazione del millennio delle mura appariva scontato erigere statua all’Imperatore che ha unito il suo nome al Codice promulgato a Melfi.
Al suo posto opera di scuola della transavanguardia che si avvarrà nel titolo dell’appellativo “stupor mundi”, dato a Federico II.
L’occasione è stata utile per approfondire la simbiosi Melfi e le Costituzioni ed ecco venir fuori l’eccezionale. Il Codice federiciano si può ben dire che è made in Melfi. A porre mano alla stesura un vescovo di Melfi, addirittura melfitano. È Richerio, prelato nella città del 1215 al 1251. Dalla lettura del cartiglio del suo stemma, nel salone dell’Episcopio di Melfi con l’araldica dei vescovi che si sono succeduti dal 1037, è ben chiara l’intesa con Federico II. Tra l’altro si legge che unì alle sue doti pastorali “vir doctrina et pietate insignis”, quelle altrettanto elevate della diplomazia con Federico II, “Romanorum et Sicilia Regis”.
Sinora per le Constitutiones, presentate a Melfi nell’agosto del 1231, era noto l’essere state principalmente opera di Pier delle Vigne, coadiuvato dai giuristi Taddeo da Sessa e Riccardo da Venosa. Certamente non era pensabile alla collaborazione di un prelato, per aver suscitato il Codice, il risentimento del Papa, Gregorio IX, che vedeva in quelle leggi l’esclusione della Chiesa.
Eppure questo avvenne da parte di Richerio, vescovo dal 1215 al 1251. Con lui Federico II ebbe un’intensa collaborazione, durante la sua permanenza a Melfi, dal 26 maggio al 19 settembre 1231, per portare a termine il grande progetto delle Costituzioni, anche con l’istituzione di una piccola università, la “Schola humanitatis”, per “addottorare” i dignitari e prepararli alla nuova legislatura. In quanto a Richerio, all’opera dell’Imperatore intervenne attivamente e in tutta la fase preparatoria per essere, oltre che Pastore attento alla sua Diocesi, uomo di cultura elevata, “abile diplomatico e valente militare”. E fu, pur se uomo di chiesa, tra i consiglieri più fidati dell’Imperatore. A confermarlo appunto il cartiglio nel quale si legge anche fu vescovo “pronotarius” (al Soglio Pontificio), eresse un ospedale a S. Nicola sull’Ofanto, operò per il convento di suore benedettine di S. Venere. E non si spese solo per le Costituzioni di Melfi. Fu in Germania nel dicembre 1219 per partecipare alla dieta di Augusta e a lui nel 1221 la guida del “magister iustitiarius“, il tribunale della Magna Curia di Federico II. Tra il 1225 e il 1227 lo rappresentò in Terrasanta e nel 1231-1232 comandò la prima squadra della flotta dell’Imperatore all’attacco di Cipro e all’espugnazione di Beirut. Il vescovo Richerio, a conclusione del suo vasto impegno internazionale, fece ritorno definitivo alla diocesi di Melfi nell’estate del 1232.
La sua intesa collaborazione con Federico II mostra quanto le Constituniones siano parte integrante di Melfi e non solo per la promulgazione, ma come atto strettamente legato alla città ed evidenzia quale priorità occupava il centro lucano negli intendimenti dell’Imperatore, un ruolo di primissimo piano nel suo Regno.
Non erigere, oggi, monumento che raffiguri Federico II e attribuire all’erigenda opera la denominazione di “stupor mundi”, suona come uno sgarbo difficilmente cancellabile, uno sfregio a Melfi e un’offesa alla storia.
Nelle foto: Una visione notturna del Palazzo Vescovile di Melfi. Immagine parziale del Salone degli Stemmi. Lo stemma del vescovo Richerio con il cartiglio, nel quale si legge che unì alla sua opera per la Chiesa, quella diplomatica con Federico II.