Lucio Tufano , dopo Raffaele Riviello, è lo storico che meglio ha immortalato la città di Potenza, dandole una identità di centro di una comunità che andava oltre le mura e che era punto di riferimento di un vasto territorio. Solo la pigrizia di una cultura e la miseria di una provincia che non riconosce i meriti di una persona, se non da morto, riesce a negare l’evidenza di un grande narratore che ha saputo coniugare storia e racconto, scrivendo pagine che sembrano quadri d’autore nei quali riesce a cogliere la complessità dei personaggi, la magia di certe storie, la ricchezza di certe usanze. Nei cinque racconti di una Potenza vissuta nel mese di maggio, alla vigilia di un evento che elettrizzava e che portava la gioia dell’estate ( il 30 maggio ci si toglieva la maglietta di lana), sono usciti bozzetti inediti, storie di vita, personaggi che i più avevano dimenticato e che invece erano centrali nella vita di una comunità. Ed è emersa la grande ricchezza di un evento, quello della parata dei Turchi, che è il vero grande attrattore della basilicata e che non è stato mai visto come strumento di sviluppo turistico, ma solo come una mascherata carnevalesca. Oggi finalmente qualcosa si vede in città, a giudicare dal recupero di alcuni personaggi che hanno rappresentato la vera potentinità e dal recupero di alcune schede progettuali, dello stesso Tufano, sui costumi delle guardie turche che esordiranno quest’anno per la prima volta. Ma lo scrittore e storico potentino è andato al di là di una rievocazione storica, producendo un vero lavoro di marketing e di gestione del grande evento, con proposte e suggerimenti che veramente possono contribuire a fare del grande spettacolo potentino una occasione di grande turismo culturale, come il palio di Siena o altri eventi di valenza nazionale. IL SUGGERIMENTO CHE MI PERMETTO DI DARE E’ DI METTERE INSIEME TUTTO QUELLO CHE TUFANO HA SCRITTO SUI TURCHI E SU SAN GERARDO E FARNE UNA CHIAVE PER ENTRARE NEL MONDO MAGICO DI UN EVENTO CHE E’ SENTITO MA NON CAPITO DA TUTTI. E SE DA QUESTO NASCE UN PROGETTO PER IL TURISMO A POTENZA, E’ IL BENVENUTO. ROCCO ROSA
La città antiquaria
Individuare nel centro storico i pezzi e gli angoli più autentici ed antichi e dei quali si possa fare una rassegna antiquaria intessuta di aneddoti, di storie, di racconti, non trascurando nulla di quanto, in monumenti o beni culturali, in vicoli, in case nobiliari, in personaggi, possa costituire motivo di attrazione e curiosità; fare del microcosmo urbano un concentrato di possibili suggestioni necessarie a richiamare i visitatori, ivi compreso il tragitto del sapore nella città delle cantine e dei traini, dei mulattieri, con la descrizione di angoli particolari, di aneddoti ed episodi storici. Si potrebbe pensare all’erezione di un parco storico urbano della città antiquaria, dal Teatro Comunale Stabile, alle piazze ed alle piazzette, alle chiese, alle fontane, ai vicoli che racconti la nostra identità e le nostre radici.
Ecco alcune schede:
La città antiquaria
Individuare nel centro storico i pezzi e gli angoli più autentici ed antichi e dei quali si possa fare una rassegna antiquaria intessuta di aneddoti, di storie, di racconti, non trascurando nulla di quanto, in monumenti o beni culturali, in vicoli, in case nobiliari, in personaggi, possa costituire motivo di attrazione e curiosità; fare del microcosmo urbano un concentrato di possibili suggestioni necessarie a richiamare i visitatori, ivi compreso il tragitto del sapore nella città delle cantine e dei traini, dei mulattieri, con la descrizione di angoli particolari, di aneddoti ed episodi storici. Si potrebbe pensare all’erezione di un parco storico urbano della città antiquaria, dal Teatro Comunale Stabile, alle piazze ed alle piazzette, alle chiese, alle fontane, ai vicoli che racconti la nostra identità e le nostre radici.
- Pubblicità per il Gran Turco
L’idea di introdurre in queste brevi schede un fenomeno di folklore e di manifestazione popolare come quello della “Sfilata dei Turchi”, ci consente di trasferirsi su di un territorio a noi più congeniale, perché quello da noi quotidianamente vissuto, Potenza ed il suo hinterland. Si tratta di una caratteristica importante della città, dove ogni anno si svolge la festa della “maschilità” popolare, con i contadini e i mulattieri dotati di un somatismo selvatico e umorale che sfilano minacciosi e beffardi sui muli, con baffi ispidi, fiaschi di vino e torce resinose. Ebbene questa vocazione, questo desiderio d’oriente, questo spicchio di Casbah dai vicoli umidi e tortuosi, semibui, di grondaie vecchie e ragnatele, ha bisogno di appropriate regie. Non si è mai pensato per esempio a dare il nome di “Gran Turco”, la figura più caratteristica della sfilata, ad un tipico prodotto dolciario, come il “panforte” di Siena, ad una pietanza tipica potentina come una piccante “cuccìa”, grano ed ingredienti, e “trippa e marruche”, ad un “amaro locale”, ad una cantina, un caffè “turco”, un night club situato nel cuore del centro storico, una libreria dell’usato, un bazar od emporio antichi, una struttura per “bagno turco”; una caratteristica maschera della nostra commedia dell’arte, Civuddine, Sarachè, Schiff, Zambaglione, Pezza nera, ecc., dovrebbe essere elevata a maschera ufficiale del nostro cabaret dialettale.
Si sarebbero potuti anche fabbricare i turchi contadini e mulattieri in terracotta ed in peltro, in argento, con smalti appositamente colorati … fabbricare pupazzetti e statuine in terracotta o in stoffa, riproporre le sfilate in miniatura, raffiguranti i turchi contadini, la carrozza, la nave, il Santo in materiali diversi, in legno, ceramica, ecc., gli scacchi e le scacchiere raffiguranti i cristiani ed i saraceni, anche con l’aiuto di brevetti di invenzione industriale ed eventuali marchi di fabbrica. Quale istituto d’arte potrebbe adoperarsi? Quale cooperativa o impresa singola di giovani?
Se vi è una parte del nostro artigianato che sia in grado di produrre questi manufatti, e lo stemma della città, il gonfalone, questa può essere l’occasione buona … i loro vessilli portano code di Yak o di cavallo, i gagliardetti sono delle lance sormontate da teste di lupo dorate o dall’effige di altri animali o sono cavalieri di terzo e quarto ordine, armati di grinta e scimitarre, avendo cura di far apparire dagli indumenti la estrazione contadina e mulattiera e il posticcio della mascherata.
Farne le figurine di un premio come quelle famosissime della Perugina, un teatrino delle marionette: chiodd chiodd, l’uomo tubo, mana rossa, lu zù, zebrone; oppure creare il gioco del Gran Turco (una sorta di gioco dell’oca), con la mappa del tragitto da Oriente a Potenza, attraverso il Basento, per le quattro porte, la partenza e l’arrivo, le soste, i ritorni, le penalità inflitte dal Santo, e le caselle premio.
- Come nasce una maschera del teatro potentino
Il giorno in cui Sarachè entrò nella fiaba potentina, tutto il vicinato gli fece gran festa. Le cinque vecchie gli recarono un vecchio pastrano usato ed un tascapane, la madre, una coppola grigia ed un paio di pantaloni con le toppe, la carbonella per la brace dello scaldino, altri, una manciata di “ossi di morto” ed una ‘nzerta di fichi secchi.
Con tutta quella neve i suoi compagni Calandriedd, Peppelecca e Paccatedda giocavano a paddaroni (palle di neve). I camini accesi nelle case diradavano il buio della sera e del nevischio. Tutti sapevano come “sotto la neve n’c’è lu ppane e ncasa di pezzenti nù mancano stozze”. Il vento gelido, il pulvino, sferzava le porte e le finestre e stalattiti di ghiaccio lungo le grondaie decoravano i muri e le finestre.
Le fontane di ferro barocche erano ghiacciate ed il Carnevale in piazza e nelle vie offriva maccheroni al sugo fumanti, fiaschi di vino rosso e di moscato e coriandoli che davano bagliori colorati ai diversi costumi. Nel turbine di neve e di risate s’intravedeva un palo “cuccagna”. La buffa pattuglia delle maschere percorreva i vicoli al chiasso delle voci, al sonno delle case dal sentore di stalle e di letame, dal tepore di strazzo e di groppe, le botole da granaio il riverbero dei camini accesi.
È da tale gremitissimo mondo che veniva l’esibitoria di mangiare: le maschere della fame elegiaca e della sazietà picaresca, la gioia del pane ai forni dai tepori fragranti, dal filone ottenuto per qualche servizio, alle scodelle di sedano e verze, di patate e ceci, i nostri girovaghi di vicoli e feste. Danza e risate per mortadella di cavallo e pane nero. Una lunga storia di vagabondi e di pitocchi che spesso riusciva a muovere il riso come divertimento o buffonata. Un dramma millenario attinto da un copione di fame e di stenti. Di qui le lunghe tavole grigie e le loro gozzoviglie, le bandiere di stracci, la corte dei miracoli di stamberghe e sottani. Una moltitudine d’infelici sbattuti dal destino sul palcoscenico di un teatro anche crudele. Hanno abitato la città e la campagna, hanno celebrato le cantine, i sensitivi del gusto e del bisogno, con la vorace tensione di deglutire.
Queste le maschere del nostro teatro.
- La guardia Turca
La “guardia Turca” consiste in una piccola guarnigione d’armigeri di stanza nella città. Si tratta di istituire un presidio in costume, come quello degli “svizzeri” in Vaticano, nel rispetto delle opportune e dovute proporzioni, che con specifiche mansioni di vigilanza, di lavoro e di competenze, venga posto alle dipendenze del Sindaco o del Presidente del Consiglio Comunale, o di altri e svolga un ruolo finalizzato alla tutela e alla salvaguardia del centro storico, della tradizione, del dialetto e delle risorse artistiche locali. Naturalmente alla “guardia” possono appartenere anche le donne.
La “guardia Turca” può, se annovera nei suoi ranghi dei musici, svolgere il compito di banda cittadina con tutto un suo repertorio di pezzi musicali. Naturalmente la “marcia” (turca) diventa la “marcia” della città ed il gruppo è da considerarsi pattuglia folk. Il suo ritmo è binario e la forma più comunemente usata è quella ternaria, nella quale due movimenti di marcia inquadrano un tiro di carattere contrastante … Una tale pattuglia provocherebbe, con divise ordinate e brillanti, la leggendaria, popolare e grottesca “banda d’u scattuse”, appositamente curata nella sua immagine. Per ciò che concerne la divisa, il suo repertorio musicale, i servizi da prestare ed altro, appare opportuno coinvolgere esperti ed affidare a bravi compositori potentini la redazione musicale degli spartiti. Il Comune ne dovrà fare apposito regolamento.
- I sigari di Potenza
La tabaccheria più importante della città, con denominazione a proposito, potrà vendere i sigari di Potenza, con la sigla, confezione, etichetta o marchio ispirati ai “Turchi”, al “Gran Turco”, al “Ninc Nanco”, o a “Saravalle”, espressamente ordinati al Monopolio.
Si tratterebbe di “sigari forti”, come quelli toscani con particolare confezione sigillata. La Tabaccheria venderebbe oggetti e pipe di particolare fattura, gli “angeliedd”, in porcellana o in altro materiale, le statuine del Santo, quelle dei “turchi contadini”, la intera gamma degli oggetti e delle figure della sagra, ivi compresi gli elementi che ne fanno tradizionalmente parte.
- Il bazar del Gran Turco
Ci viene di suggerire la apertura di un “bazar bottega turca e antiquaria”, colma di particolari di arredo, con stigli, vetrine e comparti pieni di articoli di abbigliamento e cosmesi, orientali e non, oggetti antiquari, stoffe e percalli, tappeti, sete e vari …
Anche questo potrà costituire occasione di concorso per rilascio d’autorizzazione al commercianti del settore merceologico che ne faranno richiesta.
- Il “Caffè di Costantinopoli”
Locale con denominazione a caratteri turcheschi e luminosi (la mezza luna ed altro), che faccia da locale notturno o night, con prodotti e bevande esotiche, adattato con rinnovo, ambientazione e caratteristiche anche tra quelli già in esercizio. In tale locale si serve una pietanza, dolce-panettone o altro che diventi prodotto di grande e diffuso consumo dedicato al Gran Turco. Il dolce eventuale verrà proposto nella sua fattura tramite una gara-concorso tra esperti pasticcieri o cuochi. Non si esclude anche la distillazione di una acquavite o liquore che si richiami alla ricorrenza.
- “La vecchia”
“La vecchia”, pupazzo a statura e forma umana, preparato con una certa cura, viene bruciata nella piazza. Il fatto-spettacolo ricorda una vicenda avvenuta nella città durante l’epidemia di colera riportato nelle “cronache Potentine” di Raffaele Riviello. Una usanza che ha animato i giochi dei ragazzi degli anni ’30 e ’40 sottoponendo un compagno alla umiliazione di riempire i suoi indumenti di erbe e paglia, senza, naturalmente, proseguire oltre nella punizione.
- I “Turchi” in catene
In rappresentanza di un potere minaccioso, soggiogato e ridotto In catene, i “Turchi” vengono offerti al ludibrio del popolo che li beffeggia e si diverte. Le catene devono essere ben visibili e l’aspetto, ancora truce dei “turchi” deve essere contenuto e frenato dai legami di ferro. Dentro la barca la “ciurma” di “pirati turchi” grida e gesticola facendo il possibile per convincere che grida e gesti sono feroci (Francesco Cappiello).
- Il vino
«Tutti, angeli e turchi, sono convertiti al dolce liquore di Bacco; lo stesso Gran Turco, che sembra arrovellarsi nel fumare una pipaccia enorme … Più si cammina, meglio il vino scorre nel gorgozzulo; e, quando il corteo è a metà strada, i Turchi che dal canto loro mal si reggono sulle gambe, si affaticano a sostenere gli angeli, i quali, più che verso il cielo hanno speciale tendenza a piombar sulla terra».
“Lungo i lati della piazza del Sedile si ponevano i cantieri per l’illuminazione … Alla punta di ogni cantiere si inchiodava una pianta di bruscio (agrifoglio), di fronte un largo ramo di abete, e tra un cantiere e l’altro festoni ed edera, …” un mistico apparato di verde, un abbellimento di gaiezza e di festa.
- La machina
“Il vero aspetto di festa lo dava la machina, raffigurante la prospettiva di alto e maestoso tempio, con balestra, colonne, cornici, attico, cupola e fontane, oppure forma cuspidale, variando in ogni anno il disegno. Si elevava innanzi all’antico Siegg’ (Municipio), edificio pregevole del suo storico arco … Apertasi, verso il 1854, la via del Muraglione, detta oggi Corso Vittorio Emanuele, la Machina veniva innalzata nel sito, ove ora sorge il tempietto col busto di S. Gerardo.
- Fuochi lustrali
Accompagnavano la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, hanno una valenza purificatrice: aiutano il debole sole invernale e procurano luce e calore, cacciano le tenebre, il freddo, le malattie e con la loro funzione lustrale aiutano il tempo buono a ritornare. Con Mircea Eliade, la consumazione del legno attraverso il fuoco è un rito di rigenerazione della vegetazione quindi di rinnovamento dell’anno.
«… Nella vigilia, e sull’ora del vespero, si portavano in città, a suono di pifferi, di tamburi, o di bande, le iaccare (fiaccolate), cioè grandi falò, fatti di cannucce affascinate attorno a una trave sottile e lunghissima, per divozione di qualche bracciale possidente, di proprietario vanitoso, o per incarico dei procuratori della festa.
Molte coppie di contadini giovani e robusti la portano sulle spalle. Sopra vi sta uno, vestito a foggia di buffo o di pagliaccio, che, tenendosi diritto ad un reticolato, o disegno di cannucce, su cui è posta tra foglie e fiori la fiura, o immagine di S. Gerardo, grida, declama, gesticola e dice a sproposito, eccitando la gente a guardare e ridere, per accrescere l’allegrezza della festa.
E la gente si affolla per vedere, fa largo e ride tutta contenta. Di tanto in tanto i portatori si danno la voce per regolare le forze e i passi, si fermano per ripigliare un po’ di lena ed asciugarsi il sudore con una tracannata di vino, giacché vi è sempre chi li accompagna con il fiasco e li aiuta a bere, senza farli muovere di posto.
Così si giunge al luogo ove è il fosso per situare la iaccara, la scena muta per folla di curiosi, rozzo apparato di meccanica e timore di disgrazia. Si attaccano funi, si preparano scale e altri puntelli; ed al comando, chi si affatica di braccia e di schiena, chi adatta scale e grossi pali per leva e sostegno, chi da finestre o balconi tira o tien ferme le funi. E ad ogni comando si raddoppiano gli sforzi, si fa sosta e silenzio, secondo che, nell’alzarsi lentamente la iaccara, il lavoro procede con accordo di forze o presenta difficoltà e pericolo.
… Appena si vede alzata, prorompe un grido di gioia: tamburi e bande suonano a frastuono e la gente con viva compiacenza guarda di quanto la iaccara supera in altezza le case vicine. Le iaccare si alzavano nei luoghi più larghi … Queste grandi fiaccole erano i fari fiammeggianti della festa per farli vedere da lontano. Ardevano la notte … Anzi, nella vigilia a sera, appena cominciava a farsi oscuro, in ogni cuntana, o vico, in ogni larghetto, e lungo tutta la Pretoria si accendevano centinaia di fanoi (falò), cioè ammassi di sarmenti, cannucce, scroppi, e ginestre secche e verdi, in guisa che tutta la città pareva andasse in fumo e fiamme, costituendo ciò la caratteristica e tradizionale illuminazione di quella festa … Qui e là si stava ammuinare (affaccendati) a vestire i Turchi, che poi si radunavano innanzi la Chiesa di S. Gerardo (Duomo) per fare il giro, con la Nave e col Carro, intorno alla città» (da F. Cappiello e Basilicata nel Mondo).
L’anno consacrato alle opere e ai giorni contadini cominciava alla fine dell’inverno, con le avvisaglie del bel tempo e alla fine delle tribolazioni dell’inverno.
«Il fuoco porta la primavera. È il fuoco cosmico, il calore del sole a provocarla. Ma forse nella mentalità tradizionale l’umile fuoco degli uomini serviva, oltre che a celebrare il ritorno della buona stagione e magicamente provocarlo. L’angoscia dell’inverno comportava il ricorso alla magia: se i falò cacciavano l’inverno, dall’altro canto chiamavano la primavera». Oggi la tecnologia possiede la facoltà di produrre bagliori simili al fuoco e riverberi come le fiamme.
- L’aerostato
Si può riprodurre la forma e la figura del Gran Turco come un aerostato per farlo sollevare luminoso e colorato nel cielo della serata, così come lo colse Malpica in “Turchi per aria” nel suo diario di viaggio.
- Pubblicazione di cartolina a colori sui personaggi e sugli oggetti vari della sfilata e della festa.
- carte da gioco napoletane o da poker che riportano le allegorie della sfilata.
- una sorta di carta velata (gioco dell’oca) imperniata sul gioco del Granturco, con caselle vincitrici o di fermo.