LA PIAZZETTA DELLE ERBE

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LUCIO TUFANO

 

            A chi scende i pochi gradini per trovarsi in quel piccolo foro di brusii e qualche urlo emesso dai pescivendoli che davano alla “piazzetta delle erbe”, di fronte alla chiesa della Santissima Trinità, denominata Duca della Verdura (in memoria di quell’intendente borbonico) e che per diverso tempo fu anche “piazzetta del pesce”, non sfuggirà il ricordo di quegli odori inconfondibili di menta e basilico.

Era proprio lì che quasi impercettibili respiravano mazzetti di rucola tra le nzerte di aglio, le ceste di lupini, di fave e piselli freschi, di rape cime-cime, con grandi quantità di pomodori posti a mò di rubini tra mazzi di cavoletti, cicorie e zucchini.

Non mancavano i peperoni cruschi, croccanti e di colore rosso bruno, appesi alla porta dello specialista in pesce affumicato, aringhe e acciughe sottosale, o ai paletti appositamente allestiti, per coronare gustosi pezzi di baccalà fritto, mentre lungo il percorso perimetrale dello spazio, i cavolfiori, le scarole, le bietole, le patate, le carote rosse, il tutto destinato alle grandi pignate e ai caccavotti fumanti posti al centro delle rudimentali tavole contadine e popolari, con i lampascioni dal retrogusto amarognolo da lessare e condire con olio o friggere con le uova.

Il baccalà duro o spunzàre aveva la sua bottega con gli stoccafisso e i pezzi di filetto norvegese in mostra, il cugnetto di alici, con costruzioni di barattoli tondi di tonno e salmone e con le scatolette di alici all’olio di oliva.

Le verdure erano ricche di fiocchi broccolati per piatti di maltagliati ed orecchiette fatte in casa.

E le cicorie campestri? La grande famiglia delle cicoriacee, il cui nome proviene da kichòrion, di origine egiziana secondo Plinio che, non gustando l’amarezza delle foglie, ne apprezzava le radici.

Grande storia quella della cicoria, da quella coltivata negli orti che i Greci chiamavano sèris e i latini intuba, da cui indivia. Alla seriola, la cui varietà più apprezzata, più bianca, è la scarola.

Per questo le indivie, dall’amarezza benefica, erano considerate da Virgilio avide di acqua, da Plinio e Columella, “sostenitrici del verno”.

Banci e Filemone forniscono a Mercurio come cibo la intuba e il radicchio – lo dice Ovidio – mentre per Galeno, nel suo trattato di farmacologia, cicoria e indivia, crude o cotte, sono utilissime all’organismo. Orazio le propone, con le olive e la malva emolliente, come simboli della frugalità.

Tra gli alimenti più comuni ed indispensabili per il popolo furono assoggettate a calmiere da Diocleziano nel noto editto del 301 d. C.

E le fave? Nella loro stagione, il tepido maggio, da noi anche qualche giorno più tardi, riempiono la zuppiera, i piatti fondi e con l’urzùlo di vino costituiscono il rito, cotte con le lagane, cipolla cotta, pancetta e sedano. Parenti stretti di Pitagora, lo dice ancora Orazio quando elogia la metempsicosi vegetale.

Ma anche le lumachine erano un arredo essenziale della piazzetta degli odori. fragili odori in verità, tra fili d’erbe e le residue gambe del grano mietuto, le consociate lumache hanno sempre tentato la faticosa scalata alle ristoppie.

Eppure tra le spine dei cardi e le salvie si annidano in attesa delle sporadiche piogge. Le vecchiette, nella strenua ricerca, hanno riempito i fazzoletti e i cesti per venderle a piattini: cinque piattini mezza lira.

Le lumache si disperano, spurgano nelle pentole per riversarsi cotte e fragorose sulle fette di pane nero coricate nel piatto. Peppe Riviezzi le serviva fumanti nella sua chiassosa osteria di San Michele.

Frequenti e popolati gli acquitrini di Policoro, Metaponto, l’Aritiedd, il Pantano, del lago Remno, le rane segnano il passaggio dal pesce al vertebrato, una metamorfosi che si compie nell’acqua melmosa. Catturate al buio, di notte, abbagliate dalle lampade e vendute al mattino ai crocicchi delle strade, davanti alla Trinità e qui nella piazzetta, erano prelibato cibo ed eccellente piatto per mense di alto ceto e di lignaggio. Nel concerto gracidante a pelo d’acqua piomba la luce del fanale, nell’arginello dove i batraci fanno ressa, atterriti e intenti a schivare la mano che li afferra per riporli in un paniere.

Il ranatè diventa venditore, le spella, le priva delle interiora, le infila a dozzine in una stecca di legno come passere. In umido con prezzemolo, aglio e pomodoro, in guazzetto con polenta, leggeri e delicati e dall’azione diuretica. Spolpate e cotte nel sughetto condiscono i deliziosi vermicelli e i tubettini. Impanate e fritte le rane sono più saporite delle cotolette di vitellino; a frittata o “maritate” con uova e formaggio, erano prenotate dagli avventori nelle caliginose cantine dei vicoli.

Nicola Scandurra, Nicola Greco, il fotografo, Ventura ù nero, sin dal primo novecento fino agli anni ’40 con Nicoletto Camera (Ciciolino), Angelo Canon e quelli dal naso paonazzo hanno frequentato i posti più idonei per questa gustosa merce. Più recenti le attività di Paolino Baldelli, Gigino Colicelli e Umberto Benedetti.

Qualcuno faceva il verso giusto per richiamarle e afferrarle con la mano o con la rete. E ancora il vecchio Marganella era dedito, con qualche altro, al pionierismo degli acquitrini più tersi. Si portavano in secchi adeguati grappoli di ranocchie spellate e pulite per la più delicata della nostra cucina, fritte, lessate, al sugo con la pastina di media misura. Infine c’è stato anche Amoruso, “il re delle rane” al Pantano di Pignola.

Non mancavano i funghi, i cardunciell, i porcini che si accompagnavano all’aglio e ai pomodori, i prataioli o chiupptiell, e i musciaroni, i palummell, la gustosa categoria del rischio alimentare, la allegoria del rovescio: “ogni carna magna ogni fonge fusce”.

A zuppa o fritti in tegame emanavano un gratissimo odore lungo il vico Addone a ragione delle cantine-osterie che negli anni trenta operavano in quella zona di confine.

E ai funghi si ispirano i lampascioni o “civuddin”; le melenzane fritte a “fungitielle”, i peperoni imbottiti con mollica di pane, alici e capperi, arrostiti, o spellati a fettine con olio, aceto e aglio.

C’erano panieri pieni di gelsi neri e succulenti, carichi di sciroppo asprodolce e che tingevano le dita, le labbra e la bocca. Colmi canestri delle contadine in costume, poche lire al piattino. Irrigavano le loro foglie raspose di succo rosso. Era quello il sapore profondo e sotterraneo, quello dei gelsi maturi dal sentore gradevole, dolceamaro; privilegi indefiniti e incerti, da far scorrere in bocca con un retrogusto quasi esotico fra voluttà e goffaggine.

Il loro ricordo è legato alla campagna dove ogni casolare aveva un albero fronzuto nei suoi pressi. Il Fascismo ne diffuse la presenza per l’industre allevamento dei bachi da seta.

Allora si vedevano trapungere le siepi ottobrine da brignuoli o atrigne, chicchi dalla polpa dolciastra, da “rattaculi”, dal sapore acre e dai semini pelosi, da “bisciulini” polposi e dolci. Sapori compagni, simboli collegati dei roveti, bacche curiose e acidule, agresti vitamine dall’accorta e audace raccolta, piccole susine selvatiche, i curnali rossi, tra spini e posizioni accidentate.

Fiaba povera dei frutticini in fermento alla fine dell’estate, appesi ai ramuncoli in alto tra gli orli di coste scoscese e ai bordi di “sipale” dai cespugli acuminati, le dolcissime more nell’incetta spericolata ed i corti tralci di uvaspina dal gusto di scoperta.

Ecco ancora i calamari con chiazze di parti nere, e le seppie con le vescichette d’inchiostro, i merluzzi e le triglie, le anguille del Basento, pullulanti alla foce e nel letto del fiume, e il grido rauco dei venditori per i pulpitielli e i cefali, venuti dalle cale odorose di salsedine, dalle città di Puglia, porte spalancate dell’Oriente.

Chissà se i grigi operatori del potere locale potranno e vorranno restituire la gioia dei frutti e degli odori alla “piazzetta” e sconfiggere la mestizia di quell’alibi della “cultura” che non c’è. Forse in quello spicchio della necropoli di giorno, la “piazzetta delle erbe” potrà raccogliere ancora il respiro del basilico e della menta, potrà ritornare ad essere il frugale mercatino delle vecchiette, ormai disperse con i loro prodotti tra San Luca e Portasalza, potrà esprimere la campagna, quella che ci resta. Chissà se potrà essere eretto, al centro, un monumento al sottoproletario impertinente o al “pizzaculo” irriverente.

Come far capire alle “teste numismatiche” della politica al potere, ai poetastri del pianto, specie ai prodighi compratori della cultura altrui e dei suoi buoni o scadenti prodotti come tutto questo è anche parte della nostra cultura, delle nostri radici, i giacimenti del nostro profondo microcosmo, la ricca vena di una delle nostre autentiche risorse.

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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