LA POCHEZZA DELLA POLITICA ITALIANA

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MICHELE PETRUZZO

Chi è partito e si è perso e chi ha perso il partito”, non è soltanto il passo di una celebre canzone di Brunori Sas, ma forse anche la miglior sintesi della situazione politica italiana a ridosso di queste elezioni. Le liste sono state presentate e la campagna elettorale è pronta a partire. Non un bello spettacolo quello a cui abbiamo dovuto assistere in questa recente e complicata fase, in Basilicata e non solo. Siamo davanti a una sfida politica che sembra consumarsi attraverso i tweet e le polemiche social, che abbassano il livello del dibattito e fanno emergere i risentimenti personali, che infettano la partecipazione democratica. Esattamente ciò che occorreva evitare. Sia chiaro, non è una novità: il periodo che precede il voto è sempre quello più caldo e concitato. Tuttavia, ciò non giustifica l’indegno spettacolo degli ultimi giorni: scontri sui nomi dei candidati, emorragie dai partiti e passaggi da una forza politica all’altra, come se nulla fosse, come se il posizionamento politico non contasse alcunché, come se i partiti e le coalizioni fossero soltanto dei mezzi di trasporto con destinazione “Roma”. A pagare il conto di questo pranzo indigesto saranno senza dubbio gli elettori. Ancora una volta, si tratterà di una campagna elettorale che non avrà al centro i temi, ma i nomi, non il destino collettivo di una nazione, ma quello personale dei singoli aspiranti parlamentari. La politica italiana riuscirà mai a imparare dagli errori del passato? La domanda sorge spontanea e sembra trovare sempre la stessa risposta negativa. Non basta buttare nel calderone le solite parole chiave, da campagna elettorale, puntualmente scongelate prima delle urne: “lavoro”, “giovani”, “futuro”; una pratica trasversale e diffusa, a cui si prestano i vari partiti, poco preoccupati dei contenuti e molto più interessati alla forma. Non basta definirsi portatori del cambiamento nella teoria, se nella pratica si riproducono sempre le stesse dinamiche. Perché le parole rimangono vuote se non trovano un seguito nei fatti. E questa volta, dopo più di due anni di pandemia, la politica italiana era chiamata a uno sforzo maggiore, in termini di serietà e concretezza. Era una buona occasione per provare a far cambiare idea agli elettori, per provare a dimostrare che la politica può essere anche diversa. E invece siamo punto e a capo. Soltanto grandi proclami, ma pochi, pochissimi segnali di reale cambiamento. Negli ultimi anni in molti si sono proposti come grandi innovatori e si sono poi rivelati ben altro: conservatori, nello specifico del proprio seggio. “Nasci da incendiario, muori da pompiere”, recita un’altra nota canzone, per restare in ambito musicale. Forse sarebbe meglio buttarla sulla musica, ammesso che qualcuno abbia ancora voglia di cantare.

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Sull' Autore

Nato a Potenza in una calda notte di agosto del 1994. Storico, appassionato di politica e tifoso della Roma. Ho studiato a Bologna, dove ho conseguito la laurea magistrale in Scienze storiche con una tesi in “Storia delle donne e dell'identità di genere”. Ho frequentato la Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso e ho collaborato con “Il Manifesto”. Adoro la letteratura e il mare.

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