
LUCIO TUFANO
Nel grande fiume della Storia ogni affluente o rivolo che va ad incrementare il volume degli eventi ne diventa parte integrante. È questa la storia scritta dal basso, con un popolo, una famiglia, un gruppo di individui, un solo individuo, una città o un rione che hanno operato nel veloce transito degli anni, di quegli anni vestiti di nero e ornati di labari, di divise, di berretti e cappelli.
Sono molti quelli che hanno scritto e rappresentato il Fascismo, il Fascismo di città e quello di periferia, ma un Fascismo come quello che ha animato piazze, strade, palazzi, vicoli, e campagne non ha ancora ottenuto una piena, significati va ed autentica esplicazione.
Occorre rilevare come con il Fascismo la città ebbe il suo esordio più pieno per quegli anni, con la piazza, le vie, i caffè, il palazzo della Prefettura, il Teatro Stabile e le chiese sempre assembrati di gente in orbace o ineluttabilmente coinvolta come categorie e come pubblico militante.
Il ruolo della città divenne teatrale quando la città non era ancora del tutto, agglomerato abitativo, ma si prestava con la sua acropoli e la sua angusta: urbanistica, ad essere palcoscenico della politica e degli eventi e perfino la . ruralità,che doveva secondo i dettami del regime essere alveo della economia e della attualità, si camuffava goffamente nei panni, nelle iniziative e nelle cerimonie euforiche della città.
Si verificava una sorta di ritorno alla città arcaica, medievale o rinascimentale come centro di cultura, di culto e di esaltazione ideologica con tutto il fervore di categorie, di gruppi e di settori sociali ed economici. La piazza, che ospitava i luoghi di culto, di riunione, di comunicazione e di potere, era un raccolto e puntuale baricentro di tutta quella commedia civile e politico-militare di cui furono testimoni gli anni trenta.
Si può ben dire che il Fascismo recitò il suo ruolo specie nell’ ambito della piazza e recandovi, per ragioni di propaganda e di consenso, i problemi, le innovazioni e la cultura della campagna.
Oggi la cultura della città come teatro urbano non c’è quasi più. L’uomo è sostituito dal denaro, le case sono state costruite per speculare, le strade e le piazze sono invase dallo straripante traffico delle automobili.
È così che le ripercussioni del macrocosmo, della Urbe fascista, si verificarono in una più sparuta periferia ed in quotidiana proporzione, come a convincersi che il regime architettonico e la romanità littoria potessero trasferirsi nel grottesco periferico, paesano e provinciale.
Ciononostante i personaggi e le sindromi di comando vi si proiettarono in più che fedeli riproduzioni, tant’è che coreografie squallide e povere scenografie osavano tradurvi protagonismi singoli e di massa ingenui e disperati. E ciò per una sorta di pantomima che doveva essere recitata in tutto il paese, in ottemperanza delle circolari, dei telegrammi di Ministri e di prefetti, mobilitazione di podestà, di gerarchi e militari appositamente inviati da Roma o da altre città e di tutto quell’indispensabile armamentario di camicie nere, impiegati, maestre, giovani fascisti, avanguardisti, militi, guardie, consoli, seniori, centurioni e capimanipolo.
Man mano l’immagine del Duce occupa spazi di cielo talmente vasti da incombere nell’universo psicologico e pubblicitario di tutti.
Il suo volto entra nella immaginazione dei giovani, fa parte dei loro sogni, dei loro ragionamenti, è in cima ai loro pensieri. Mussolini è il vertice, il culmine, il padre, è Dio, è l’Italia, è l’Impero. Per fabbricare un capo come Mussolini, il grande artefice ha .dovuto prendere da tutti gli uomini illustri della storia d’Italia le doti, i sentimenti, il coraggo, l’abnegazione, l’intelligenza, la bontà; i poeti, eroi, statisti, santi … ” Le immagini della sua maschia figura a cavallo cinta dall’ elmo, in divisa con le insegne dei gradi militari e con le onorificenze, a torso nudo che torreggia sulle trebbie o che si accinge a sciare, vestito da minatore, con il re, ma ancora più spesso con il Fuhrer” come scrive Luigi Lombardi Satriani in una nota di “Cera una volta il Duce”, il Regime in cartolina a cura di “Giuliano Vittori”, edit. Savelli – saggio introduttivo di Arturo Quintavalle –
spadroneggiavano dappertutto: sui manifesti, sui libri, sui giornali, nei film Luce, nei rotocalchi ..”
Si erige il mito “M” del Fascismo, quello che deve servire a delimitare e a segnalare i campi Dux, la maglie dei giovani, lo stemma del copricapo, fez e bustine, i saggi ginnici, le riviste e i libri, il logos grafico con una emme maiuscola che raffigura graficamente gli archi di trionfo costruiti dalle legioni di Roma e dai suoi imperatori. Ma il mito non è solo una composizione architettonica, abilmente tradotta in micrografia,- ma deve trovare le sue motivazioni nella storia romana, e nella vita, nella personalità dei suoi precursori così come una antologia, dedicata alla “civiltà fascista”riporta nelle sue pagine. E i precursori sono stati individuati in varie epoche e nei loro ruoli, e sono Cavour, Crispi, Carducci, Foscolo, e Dannunzio, i fratelli Bandiera, e Goffredo Manieli, Guglielmo Pepe, Daniele Manin, Gian Galeazzo Visconti Emanuele Filiberto, Gioberti e Oriani, Corridoni e Nino Oxilia …
Mentre il Bolscevistno per la propaganda del Regime dà di sé una orribile immagine con la distruzione, la deportazione, gli sc.ioperi, la desolazione, gli incendi, la svalutazione della lira, la sovversione, il Fascismo è foriero di campi fiorenti, di messi con i falciatori, di campi con i contadini che vi lavorano, di attenzioni continue per l’agricoltura e per il paesaggio agrario, di ordine, di rivalutazione della lira, di treni che vanno in perfetto orario.
Il Fascismo “forte”, pronto alla rappresaglia, pronto alla spedizione, aggressivo e grintoso, adotta come argomenti di persuasione il manganello e l’olio di ricino a conferma della visione escrementi zia ed scatologica ad esso connessa. Il culto romantico e spavaldo della morte, come superamento della paura è simboleggiato nel “covo degli arditi” del rione Santa Maria, dove l’aggressività è rappresentata da pugnali e da rivoltelle su di uno scrittoio, lugubri elementi mortuari come teschio e tibie incrociate, camicie nere
ed elmetto, mitrgliatrice e bombe a mano.
Non ci manca neppure il Fascismo strapaesano, desolato e grottesco, fatto di pantaloni sbilenchi, di “scazzette” a fez o a basco, di divise appena adattate, con capetti e sottocapetti animati dai capi e dai sottocapi delle città capoluogo, dai burocrati in divisa e dalle sparute e pur ossequiose gerarchie, che veniva indicato come una autentica aristocrazia, il fior fiore della razza il fulcro della., tradizione e della spiritualità fascista.