LA PRIMA PAROLA

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La prima parola

Ida Leone

“L’uomo di Neanderthal era in grado di articolare un linguaggio complesso. Lo indica l’analisi ai raggi X condotta nel Centro di ricerche Elettra Sincrotrone di Trieste sul reperto di un osso ioide, ossia l’osso che si trova alla base della lingua e che è cruciale per l’articolazione dei suoni. L’osso apparteneva a un uomo di Neanderthal, rinvenuto nel 1989 nel sito israeliano di Kebara. Dalla ricerca è emerso che dal punto di vista della morfologia esterna, lo ioide dell’Homo Neanderthalensis e quello dell’uomo moderno non presentano sostanziali differenze”.  Fonte: ANSA, dicembre 2013

E’ di nuovo l’alba, sulla prateria.
Il  sole, un enorme disco rosso issato a fatica sull’orizzonte, illumina il verde a perdita d’occhio, il bosco, l’erba alta e folta, le cascate di fiori, le rocce. L’aria è pesante, solforosa, difficile da respirare, in lontananza si sente un rombo continuo. E’ il vulcano. Si vede benissimo, in lontananza, nero, vomita lava e fumo da tempo immemorabile.
Sotto gli alberi, pigri animali feroci giacciono alla ricerca di un po’ di tregua dalla fatica di essere prede e cacciatori. Hanno enormi denti a sciabola, striature vivaci, occhi iniettati di sangue.
Uccelli dalle piume colorate stridono sugli alberi, al sicuro. Nessuno è al sicuro, in realtà. Ogni tanto il brontolio del vulcano si fa più profondo e minaccioso, lampeggia nel semibuio, erutta lapilli incandescenti che incendiano il bosco alle pendici.
La terra trema, ogni tanto.
Il fuoco, la rabbia della natura primeva.

Un gruppo di scimmie si fa avanti, circospetta, fra gli alberi.
Sono scimmie diverse dalle altre. Hanno meno peli, camminano toccando terra solo con le zampe di dietro. Sono coperti di pelli, ma non come le tigri coi denti a sciabola.  E’ pelle di altri animali, quella, ed è la prima volta che la natura assiste ad uno  spettacolo simile.
Le nuove scimmie traggono coraggio dallo stare insieme.
Annusano l’aria che vibra, in cerca dell’odore della preda, e sentono la pioggia, che fra poco arriverà, anche se non ci sono ancora nuvole.
Hanno rami di albero adattati a lance, forniti di schegge di selce in punta, affilate come rasoi. Hanno facce chiare, glabre, gli occhi vivaci affondati sotto cespugliose e sporgenti sopracciglia. Sono in caccia, annusano l’aria, si muovono in gruppo. Non fanno paura, non ancora. Emettono dei grugniti modulati, sommessi, che servono a darsi coraggio.

Uno di loro sembra inquieto, più degli altri.
Si guarda indietro, resta staccato dal gruppo.
I grugniti dei compagni si fanno di un tono più alto, attenti, c’è un pericolo, forse un serpente in mezzo all’erba, o un falco in picchiata.
In un attimo, sono scappati tutti.
L’ominide solitario è rimasto definitivamente solo in mezzo al verde.
Qualcosa si muove davanti a lui, dietro gli alberi.
Un’altra scimmia strana. Più piccola, più magra, più nervosa.
Ha grandi occhi tremolanti, umidi. Una femmina della specie.

Il primo ominide si avvicina, con fare esitante.
Si avvicina tanto da poterla toccare, toccarle i capelli, la schiena, il viso. Non è una femmina come le altre, è proprio lei, proprio quella che lui cercava, che aspettava, quella per cui era in ansia e si era attardato, incurante del pericolo che ha fatto scappare gli altri.
Lei lo lascia fare, emette suoni ronfanti e sommessi, è pronta. La riproduzione è fattore di sopravvivenza, la femmina lo sa.
Lui però non la prende, come dovrebbe, come lei si aspetta.
Accosta la bocca all’orecchio di lei, tende il collo.
Apre la bocca come se gli mancasse il fiato, poi la richiude.

Sembra cercare di fare qualcosa, qualcosa di non minaccioso, qualcosa di nuovo e strano, qualcosa che nessuno ha mai fatto, lo sente dentro come un’urgenza, ma non riesce a dargli forma. Grugnisce, frustrato, triste. Non era questo, che cercava di fare.
Lei è confusa. Sta per allontanarsi, altri aspettano nascosti in fondo alla savana. La riproduzione, come la caccia portata a termine con successo, è fattore di sopravvivenza, non si può perdere neppure un’ora.
Ecco, sta andando.
Caracolla sulle zampe di dietro, è già dietro gli alberi, tra poco svanirà anche il suo odore, l’odore che lui ha inseguito e aspettato, quell’odore e non altri.
Il maschio allora si punta sulle zampe di dietro, si erge in tutta la sua statura, alza le zampe davanti verso il cielo, e aprendo la bocca, sforzando la laringe come mai nessuno dei suoi simili ha fatto, prima di lui, emette un suono. Non il solito grugnito, è proprio un suono, un urlo.

MOOOOEEEEEEEHHHHHHH!!!!!!

Il tono è basso, rauco, ha una nota disperata. L’eco dell’urlo si disperde fra gli alberi prima che lui lo ripeta.
E ancora.
La femmina ha sentito. Esita, si guarda alle spalle, non ha mai udito nulla del genere. Il maschio in un balzo le è addosso.
“MOEH”, ripete, molto più piano adesso, quasi un sospiro.
Lo ripete più volte, accostando la bocca all’orecchio di lei, sempre più piano, prima di trascinarla dietro un alto cespuglio.

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Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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