LA SINOSSI LETTERARIA DI FELICE SCARDACCIONE

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LUCIO TUFANO

 

Ritratto d’hidalgo[1]

Don Felipe

 

Sembrava un albero, invece era un cavaliere.

A Felipe nessun vento contrappose un mulino.

Per ergersi sulle spalle arruolava archibugi e le palle di una guerra sultanina.

Hidalgo di madre anglosassone, con le braccia remava nel mare dei comizi.

Prima del grande esodo aveva tentato di sbaragliare i turchi, i corsari del veliero, di tagliare i reticolati di Al Alamein.

Era un leader e invece le preture lo tennero serrato nelle botti letterarie, nelle pareti dei fascicoli – il casellario delle cause – nelle cantine di ragnatele, nella provincia delle angustie, la letalcova di marito.

Ritornava stanco a cavallo della Calabro-Lucana da S. Mauro Forte dopo aver

fustigato le facce idiote dei sagrestani e Sant’Arcangelo fronteggiava la legione dei dèmoni.

Per un supplizio inflittogli dal potere, amava i tiranni e li temeva. Ardentemente bramava capeggiare orde, eserciti e folle.

Le cosce da samurai “forte e generoso” divaricate sui torrenti ad uccidere i nemici nel guado. Di nuovo c’ero io quando leniva la socio-tristezza dei peones in una ressa di sombreros e di aguardiente.

Il San Sebastiano ha parole in frantumi, fiumi di frecce da sventagliare agli arcieri della città – lo vidi sanguinare. I suoi dardi andarono lontano per un bersaglio di frontiera.

Bagliori di memoria e madido di ricordi fino ai capelli, bagnante di sabbia calda, sa che basta inchiodare la felicità al muro della gloria, aprirsi la camicia, farsi carico della idea e dei fratelli.

Lo ha fatto anche per noi.

Non dorme quasi più per paura di venire depredato dei sogni, di quelli che cadono nelle bisacce profonde della storia e che trapelano dalle piaghe delle righe. Ha dimenticato l’autore e delira sulle

cose che fece e che non fece.

Ufficiale degli Ussari, ha le bandiere sulla testa come idre convulse, glossario delle guerre e delle rivoluzioni, una testa piena di patrie, scarmigliata.

Lo vidi portare una rivolta contro la marea rientrante del dopoguerra, leader indiscusso di elmetti in protesta.

Ancora entra ed esce dall’involucro putrefatto della storia come un bruco mai sazio, tra drappi sdruciti e pagine gialle.

Una sera per mano mi portò, ulisside di sventura, a visitare i luoghi dove lo avevano tumulato, disseminati in tutti i cimiteri del mondo e della notte.

Soffriva il pesante destino di primeggiare. Ma ancora lo afferra la voglia di rivivere i fatti e le vicende. insomma eroe del tramonto.

Quando lo prendono i diavoli della memoria: No!, non è possibile precipitare come una meteora e brillare, e perdere il senso della gravitazione. Racconta di quando tuonava più delle spingarde, sedeva sulle tolde dei panzer, correva sulle selve di baionette inastate ai fucili di ottobre.

Senza volerlo lo avevo acciuffato per i capelli come se stesse affogando, lo presi per i pensieri, nella voglia disperata di vivere, di non lasciarsi inghiottire dal vortice, da un mare senza fondo in cui sono impigliati i fili della vita.

Il corpo, lo spettro leggero, avventuroso, svolazza – come un aquilone legato a fili invisibili – sullo stomaco la “braculama” lo opprime, migliaia di frenetici genietti. Anche lui aveva sentito il nostro grido, di nuovo si era prestato all’insulto degli scriba nel catalogo disegnato degli insuccessi.

 

 

 

Lettera ad un amico conosciuto da tanto[2]

Le nebbie, le distanze, il gioco perverso degli specchi, le ombre – quel tratto insieme percorso – Ma dove? Ma quando? Si era nel quaran­ta, no? nel millenovecento … macchè era tanto che ti conoscevo.

Noi ci incontrammo nello scacchiere più impervio, in vicende di grandi transizioni, operazioni da documentario.

Non ricordo bene gli eventi: se nel quadro di precipitose disfatte o nelle brezze originate dal fragore segnato nel registro delle glorie.

Eppure non ci crederai, ma giuro di averti già visto.

Non ricorderai, ma ricorderò.

Sono le angustie che addensano foschie sulle intraviste geografie, già sentite, già vissute.

Non vi sono fotografie.

Fidati allora delle telepatie riscontrate nelle mappe, nei fogli, nelle tappe, nei frammenti scombinati, nei segmenti discontinui. 

È questo andar per fisionomie, per tentoni, questa inerte ricerca di reperti impalpabili, vividi bagliori, obiettivi, flash catturati, spezzoni ri­trovati, diapositive inconsistenti, abbacinanti, intermittenti: fluire infini­to che imperversa, magnetizza, diluisce o mnemorizza i tempi, il comune denominatore dei millenni.

A Berlino? A Torino? Ufficiali della Wermacht? A Dublino nei cap­potti del trentotto? Presso gli Ugonotti, dove? Come? Tra i reticolati, i campi minati … nella baia di Abukir … nella neve e nel sole, corpi, om­bre … frastuoni, nubi di suoni. Già lo so, pensi di rimanere frastornato, una pellicola di azioni, una successione di istantanee posizioni, una serie di partenze, riflessioni.

Gradiresti ritornare con me, per tutte le stazioni, che sono la storia che si sta per compiere.

Appartieni a quel cast che ha interessato le generazioni. 

Hai dentro di tè quel certo non so ché, che in termini di prova e controprova, di figura e contro figura, ci da il significato generale della presenza che caratterizza la vicenda, storia di vite e storia madre.

Ancora tra le raffiche il tuo lamento, cadono i sentieri, gli anni di ieri.

Stop! My friend, we have understand.

 

la sinossi letteraria di Felice Scardaccione[3]

Ciò che Felice Scardaccione scrisse nel suo zibaldone-romanzo, consiste in un brogliaccio dai mille componimenti di storia e di cultura generale, di spunti per documentario, una sorta di colossal di ironia e di humour, un’opera semibuffa, una smorfia, un monito, un allegorico messaggio cifrato di episodi.

Amuleto, oggetto esoterico da esorcizzare, libro dalle profezie geo-gnomiche? “Tananai” esce nelle librerie qualche giorno prima del grande sisma del 23 novembre 1980.

Un libro di messaggi, simbologie, significati esistenziali, in cui la cupezza del male pervade la trama del racconto ispirato al fato meridionale, fato di massa, inesorabile come quello greco, dall’ideologia del pessimismo che grava sui fatti naturali e umani.

Smarrimento e sgomento delle riprese di guerra e di pace; le smemoratezze del protagonista che, come un marinaio privo di passaporto, perde i requisiti della sua nazionalità e migra di porto in porto, perdendo la memoria di sé al cospetto delle autorità consolari.

L’autobiografismo permea il romanzo nei temi e nelle vicende, oltre che nei personaggi. Felice è il regista di sé, per il culto che ha della sua dinamica esistenziale, capace di fare di tutte le esperienze vissute, gli errori, le delusioni, le sconfitte, i lirismi, un racconto diaristico, filosofia che attinge perfino ai miti omerici. Un libro diverso dai tanti.

Il Cassandrismo che permea le sue pagine è il sintomo di una straordinaria sensibilità che, pur vivendo una sola vita, nei personaggi descritti e nelle vicende, si fa carico di più vite e della loro pena.

La volontà assoluta infierisce su un destino medianico: sullo schermo le pieghe e i rebus, dentro invece l’aspetto naif del dolore e dell’angoscia.

Operazione singolare quella di Felice Scardaccione, operazione da intellettuale insoddisfatto e pur tuttavia fecondo, che ha reso visibile non ciò che è nascosto, cioè la spiegazione raziocinante della trama, quella tradizionale che componeva le didattiche del buon leggere, la spiegazione ragionata dello accadimento nella famiglia, nella scuola, nella vita militare, nella vita civile, nell’amore, nel lavoro, nell’ostracismo, ma paradossalmente «l’inspiegabile» che è davanti agli occhi di tutti, in tutta la sua irrazionalità: il patema neoromantico ed esistenziale, la ineluttabile «poena immanens», lo scapigliato e bohemien contegno, la disfatta degli affetti, le sconfitte, i valichi di morte dei rapporti tra individui e le brame, le illusioni, i desideri, ma soprattutto l’ossessiva ricerca dell’io dentro di sé, nel labirinto proprio di sentimenti e di ripulse, come tenace tentativo di esorcizzare gli agguati della realtà, i banali «impedimenta» all’ottenimento di esiti efficaci. Ma soprattutto ricerca di qualcosa che possa rendere accettabile, almeno per frammenti, l’evento reale della propria esistenza, della propria morte, del discontinuo noioso intercalare di noia e angoscia, della propria affermazione di soggetto principale nella dimensione di teatro piccolo/borghese.

Il progetto di Felice consiste insomma nel presentare proprio ciò che si constata, la difficoltà di diventare adulti nella provincia, di nascere e maturare, nel mondo della ragione, sia quando la ragione si organizza in alleanza fedele e in servizio leale dello Stato, sia quando si organizza nella cupa, umorale mania di predicare la morbosa, impellente esigenza della rivoluzione.

Le fedeltà incoerenti e discontinue alle ideologie di Stato e di rivoluzione ostentano la mistificazione insita nel sistema dei partiti, un regime planetario, delle dittature plurime, contrasto e omertà tra conformismi, utopie comuni e accomandamenti tra ragione di Stato, ragione rivoluzionaria e ragione di gruppo, quasi sempre ragione personale e privatistica.

Di là, la amara quanto scontata scoperta, l’inscaltrimento della politica, l’astuzia come scienza dei fini per chi opera lucido in quel frammento di mondo che non si legittima più con la ragione, la morale, né con il diritto, né con l’etica politica o religiosa. Così la conclusione, la remota distanza dal buon senso, rende visibile una condizione in bilico tra l’intelligenza di una catastrofe irreparabile per l’individuo e il suo mondo e la salvezza.

Infatti nel messaggio Kierkegaardiano, riportato in “Tananai”, il problema non è né quello di far progredire sistematicamente il mondo della ragione, del buon senso, né quello di rimpiangere una delle sue fasi, bensì quello di oltrepassarlo, cioè di sconcluderne la dialettica.

In “Tananai” e nel suo autore si fa strada la filosofia dell’assurdo. La crisi epocale rompe un’epoca, esaurisce la sua sintesi. In questo senso è ineluttabilmente anche fine della politica: «se la politica è lo strumento dell’emancipazione dell’uomo, con la crisi dell’uomo ne consegue che anche la politica non ha più ragione di essere».

Ci chiediamo quindi se Felice Scardaccione non sia stato uno dei «moralisti autori» della fine.

L’assunzione del disordine è la strada che passa tra la catastrofe e la salvezza. Il senso poliedrico del disordine è nascosto nel rapporto tra l’idea e le maschere-personaggio. Ma la salvezza non c’è, né vi è la speranza di un mondo rinnovato, diverso e migliore. Essa si pone davanti a ciò che è morto, irrimediabilmente sconfitto, senza potere, perduto.

Stato di diritto e stato di eccezione, rapporto tra governanti e governati, ordine dell’onirico e ordine del reale, non giungono a una sintesi nemmeno nei sentimenti dilaniati e laceranti, nemmeno nelle frustrazioni, nella furia dei tempi e delle avversità che soffiano la bora del destino sui protagonisti.

Un Lawrence d’Arabia toccato dal frastuono della storia, memoria del sole e del deserto? Un mistico della realtà-divenire, dell’utopia (ha desiderato di fare a 15 anni il monaco tibetano). Dal quel periodo ereditò la rinuncia, come rifugio a ogni svolta delicata e importante. Sosteneva di avere evitato il potere. È infatti una sua constatazione quella di aver impersonato, nell’immediato dopoguerra, l’uomo politico di maggior consistenza e che più dava dignità e significato a quei ruoli.

Ma in seguito al suo rifiuto sono venuti gli altri. Col potere forse avrebbe gestito un sentimento umano diverso. Oggi i giovani gli vorrebbero bene, non è stato un fariseo, e si è sempre ricollegato alla scuola pitagorica come principio esistenziale e come concezione (il numero come armonia).

È nel segno dei pesci il suo ascetismo; il mare è lo specchio che rifrange la luce del sole, la solarità, il deserto, come fatti ascetici.

La prima visione la ebbe da bambino, quando seppe della tragedia del dirigibile «Italia», con il generale Nobile, a sette anni. Il polo, i ghiacciai gli apparivano come nubi nella solitudine fredda e bianca, rispetto a quella rovente e solare del tropico-africano. Un’apolide del Nord che sposa la causa del deserto.

Egli sosteneva di essere un personaggio strano, una personalità complessa.

Felice ha amato la vita ed è per questo che indagava su di essa. Ne era curioso, la osservava assorto e sfiduciato per quella sorta di nesso che è il destino che la irreggimenta e la governa, e le organizza fatti ostili. Piagnucolava ritentando di rientrare in pista, di sedere di nuovo al tavolo delle poste, così come scrive Lee Masters, in Antologia di Spoon River.

Quale dunque il metro del successo, di questo accadimento dei fatti, che fanno di un uomo il massimo comune denominatore del privilegio, del denaro, della celebrità e di un altro, il destinatario della persecuzione, della sfortuna, delle sciagure? Al cospetto di tutti, nella gerarchia dei valori piccolo-borghesi, in cima alla scala delle grandi fortune c’è l’imperatore di gesso, il più fortunato, il potente. Felice sapeva di essere agli antipodi, il contrario del successo, negato a questa gratificazione che la società riserva solo ad alcuni suoi componenti, pur se dotato di una natura e di una indole predisposte e vocate al successo, inteso come protagonismo, come esponentismo, come celebrità, (il Sud, la provincia, la congiura di tutti).

Vocazione tradita dunque – predisposizione e natura esasperate, perché non soddisfatte e non pienamente impiegate …

Ma ogni sconfitta, ogni morte, ogni scomparsa, sono un graffio alla tela dipinta del Dorian Gray, alla geografia di ferite dovute alle mille piaghe, alle mille unghie che dilaniano la sua anima inchiodata lì a subire gli sfregi, il lucido volere assoluto del Leviathan, il dolore, la resa senza condizione, il suo epigono.

Tutti i megafoni, i microfoni, parlano di Tizio, Caio, Sempronio, in questa moderna baldoria dei mass-media, in questo infierire di superficiale arroganze e presunzioni.

E Felice era il giovane Werther, era Catilina, lotta dura contro il potere, perseguitato e discriminato dagli omuncoli; e i mass-media lo hanno ignorato, per via degli uomini o degli eventi.

La rivolta allora è contro Giove che ha influito, ha elargito, ha fatto piovere ori e folgori.

Ma egli sapeva come tutti gli dei amministrassero male, quelli di destra e quelli di sinistra. E Felice aveva i penati, i numi della sua casa, che erano di destra e di sinistra, e li ha invocati in tempi alterni e successivi.

La sua rabbia era inevitabile per gli dei che gestiscono gli affari di tutti in maniera faziosa e non obiettiva, quasi distratta, col cinismo della lottizzazione.

Che cosa in definitiva non ha funzionato?

Occasioni perdute, appuntamenti o bivii mancati, per lui la congiura fu approntata appositamente. Ma di lui io avrei voluto parlare come di uno di quelli ai quali tutto corre liscio e per i quali è sempre pronta l’erogazione di eventi propizi, di quelli che crescono e hanno potere, di quelli che sono spinti dal grande fiume degli eventi.

E perché no, io parlo di Felice come soggetto, perché vi scorgo più mistero e maggiore interesse che non nell’uomo di potere: cariatide grigia che regge la grande impalcatura, il sistema, carisma imperturbabile, levigato, indisturbato, irreprensibile, impassibile, impeccabile.

E ora finalmente la pausa che si deve imporre sul successo dell’uomo nel suo tempo, sul consigliere mancato di Hitler o di Stalin, sulle ambigue diagonali della storia, un diagramma casuale, fiume che travolge magnetismi e gravitazioni di destini vittoriosi, di bandiere sventolanti. Egli era l’attore, pronto a interpretare ruoli e finzioni dell’immenso scenario.

Eroe del «finimondo», interprete dei messaggi arcani, in possesso del senso trascendente delle cose. Aveva percezioni ultrasensoriali, la voluptas di morte, vivendo e coabitando con lei, in un rapporto unilaterale non ricettivo, un monologo-dialogo giuocato agli scacchi, come nel «Settimo sigillo» di Bergman. Qualcuno ha azzardato un confronto: un Don Chisciotte moderno? Ma non si tratta di un eroe di terra, perché Felice era un cavaliere dell’Apocalisse, il cavaliere che non c’è, che viene dopo, e si accomunavano in lui la memoria e la profezia.

Esorcizzava i fantasmi che hanno impannato l’uomo: l’esaltazione ideologica, l’eroismo, la patria, l’amore, il potere, come le streghe di Machbet. Apparteneva a questo stormo: il protosisma, il pre-cataclisma.

Felice è un ritratto in cornice, un guerriero che viene dalle nubi e che ha una finestra nel petto. In essa si scorgono i campi di battaglia, i cannoni e il fumo della storia, uno schermo su cui scorrono i fatti di massa, guerra e pace, che trafiggono il cuore dell’uomo.

Ho approfittato di queste ossa, di questa pelle, per erigervi l’immenso grido di rivolta delle creature umane: Felice rinasce per subire un processo, che sarà sempre un errore giudiziario, e viene fucilato ogni volta che gli tocca l’avventura di vivere.

[1] Lucio Tufano – I pittori ed il volto della città – sett. 1998, Potenza (dedicato a Felice Scardaccione).

[2] Lucio Tufano – da “Ricordo di Bianca Capriolo Scardaccione”.

[3] Felice Scardaccione. Tananai. Ediz. Abete. Potenza, 1987.

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Sull'Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa
Online dal 22 Gennaio 2016
Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall’agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line ” talenti lucani”, una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell’opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.


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