LA “SPIATA” NELLA LUCANIA FASCISTA

0

di Michele Strazza

Il Fascismo, creando un sistema squisitamente poliziesco, incoraggiò massicciamente la “delazione” come dovere del cittadino e partecipazione alla lotta agli avversari del Duce, sfruttando ampiamente le “segnalazioni”da qualunque parte fossero giunte.

Anche la Lucania fascista non fu immune da questa vera e propria piaga che avvelenò ulteriormente la vita civile delle popolazioni.

Sul “Gagliardetto Lucano” dell’ottobre del 1926 compare un corsivo, a firma del Segretario Federale Francesco D’Alessio, che è un vero e proprio invito alla delazione: “I turbolenti che, fuori del Partito, credono di molestare la tranquillità del lavoro delle nostre organizzazioni, debbono essere inviati all’isola di Pantelleria o a quella di Lipari o Lampedusa. La pace del fascismo e la sicurezza del Regime debbono essere tutelate ad ogni costo. Si deve fin d’ora identificare chi può essere proposto per tale misura curativa. Ormai le avvertenze sono inutili. Passiamo all’azione!”

Vi erano addirittura intere categorie viste come delatori per eccellenza. Pensiamo ai portinai che erano tenuti a riferire all’Autorità di Polizia ogni anomalia venisse riscontrata nello stabile da loro custodito. Anche gli esercenti spacci pubblici erano quasi obbligati a tenere sotto controllo quanto accadeva nei loro locali, pena il rimetterci loro stessi. E’ quanto, ad esempio, accade a Domenico Di Terlizzi, nativo di Ruvo di Puglia ma residente ad Irsina, in Lucania, che, nell’agosto del 1933, si rifiuta di confermare i nomi degli avventori che, nella propria osteria, avevano intonato “bandiera rossa”, dimostrando così “la sua complicità morale con gli arrestati”.

Vi erano, poi, i numerosi casi in cui ad essere denunciati erano insegnanti e professori di una scuola che abituava gli stessi studenti a denunciare gli oppositori. E’ il caso di Nicola Conte, venticinquenne lucano, perito agrario. Il 31 maggio del  1939 viene arrestato, denunciato dai suoi alunni, a Napoli, dove insegna Matematica, perché durante una lezione aveva raccontato agli studenti una barzelletta antifascista. La Commissione Provinciale di Napoli, con ordinanza del 28 luglio, gli  assegna  anni 5 di confino. Il 17 maggio del ’40, dopo la permanenza a Pisticci, viene liberato condizionalmente. Per una barzelletta aveva scontato, tra carcere e confino, 11 mesi e mezzo. Anche Lorenzo Bobbio, di origine romana ma professore di Matematica a Montalbano Jonico, nel 1943 è denunciato ed assegnato al confino per 5 anni per aver pronunciato davanti alla scolaresca frasi oltraggiose nei confronti del Duce. Fortunatamente, dopo la caduta di Mussolini, viene liberato nell’agosto dello stesso anno.

Ma il delatore che le Autorità fasciste preferivano e, in qualche modo, invogliavano era il cosiddetto “delatore occasionale”, colui, cioè, che, trovandosi occasionalmente di fronte ad un comportamento antifascista o comunque pregiudizievole per gli interessi del Regime, ne informava prontamente le forze di polizia per la conseguente repressione e punizione.

In realtà più che da un dovere civico o fascista il delatore era quasi sempre mosso da interessi personali o familiari. I luoghi e le occasioni nelle quali individuare un oppositore da denunciare erano i più vari e le segnalazioni spesso venivano da persone che a volte mangiavano alla stessa tavola. E’ il caso del potentino Gerardo Rosa, di 35 anni, che viene arrestato con l’accusa di oltraggio al Capo del Governo e di aver tentato di generare disordini. La denuncia parte da un suo stesso commensale il quale riferisce alla Polizia che il Rosa, durante una riunione conviviale tra parenti ed amici, aveva rivoltato di faccia al muro un ritratto di Mussolini. L’arrestato pagherà con il confino l’insano gesto: assegnato per 4 anni, poi ridotti a 2, cominciati a scontare a Lampedusa e Lipari, verrà liberato il 9 giugno del 1927, con la commutazione in diffida, a causa delle precarie condizioni di salute ed economiche sue e dei suoi familiari.

Poteva addirittura capitare di parlare nella propria casa o in quella di un parente senza sapere di essere ascoltati da un passante giù in strada. E’ quanto capita ad un calzolaio socialista di Satriano di Lucania, Rocco Nicola Perrone, inviato al confino per un discorso antifascista fatto in casa del cognato. Egli viene denunciato proprio da un passante che l’aveva sentito affermare, in contraddittorio col parente fascista, che in Russia si viveva bene e liberi, mentre in Italia si moriva di fame, esprimendo anche il desiderio di ritornarsene in America, dove aveva vissuto 9 anni, dato che in Italia si dovevano pagare molte tasse.

In ogni momento, dunque, poteva capitare di essere nel mirino di un delatore occasionale e non v’era verso di sfuggire alla sua spiata. Anche un viaggio in treno poteva trasformarsi in una mannaia che si abbatteva sulla testa del malcapitato. E’ quanto accade al famoso “monaco bianco”, quel Luigi Lo perfido che agli inizi del novecento era stato l’organizzatore dello sciopero di Matera.

Diventato pastore della Chiesa Battista materana, il Loperfido, ormai sessantaduenne, stava tranquillamente viaggiando in treno quando qualche sua affermazione era stata captata dal solito delatore che l’aveva riferita alla Polizia con la conclusione, nel 1939, dell’assegnazione di  anni 3 di confino, poi ridotti ad 1, in un paesino dell’Avellinese per avere pronunciato frasi “di propaganda ed apologia antinazionale” sugli esiti dell’imminente guerra mondiale.

Uno dei luoghi più pericolosi per la forte presenza di delatori occasionali erano le mescite pubbliche. Se n’era sicuramente dimenticato Giuseppe Capuano, bracciante nativo di Vietri di Potenza, che il 30 dicembre 1939 viene arrestato per aver fatto in un bar, mentre leggeva il giornale, apprezzamenti disfattisti sulla politica interna ed esterna del Fascismo, compiacendosi perfino delle vittorie franco – inglesi sui tedeschi, meritandosi, così, l’assegnazione di anni 2 di confino.

Un accenno, infine, va fatto alla “spiata” come metodo privilegiato di lotta politica nella regione. Podestà, segretari del fascio, dirigenti di partito, federali, deputati, tutti verranno coinvolti in questo vortice senza fondo dove ogni colpo è ammesso, ogni calunnia consentita, anzi, auspicata. E le autorità vaglieranno attentamente ogni singola accusa, anche la più fantasiosa, occupando allo stremo polizia e carabinieri in estenuanti indagini su cose e persone, con una fittissima corrispondenza di rapporti, più o meno “riservati”, tra forze dell’ordine, questure, prefetture ed organi del Ministero dell’Interno. La stessa segreteria del Duce verrà coinvolta e dovrà, a sua volta, rimettere le questioni agli organi periferici di questa elefantiaca macchina poliziesca.

Il delatore, appartenente spesso ad una delle fazioni in lotta, mascherandosi dietro l’anonimato o persino firmando la denuncia, cercherà di convincere le autorità della coincidenza del proprio interesse personale, fatto di rivalità e desiderio di vendetta, con quello generale dello Stato, non lesinando neanche confidenze “intime” per mettere in cattiva luce un avversario e condurlo sulla strada della rimozione o del confino.

Anche personaggi di una certa elevatura non rimasero estranei a tale gioco. Sembra che, ad esempio, lo stesso Nicola Sansanelli, nome di spicco del fascismo lucano e nazionale, avesse, più volte, fornito informazioni riservate alla Polizia sull’amico Giovanni Preziosi, ex prete avellinese di sentimenti antisemiti, esponente della corrente nazionalista del fascismo.

Un segretario Federale come Francesco Saverio Siniscalchi più volte tenterà, inutilmente, di combattere tale piaga. Così, nel marzo del ’27, in occasione della nomina dei segretari politici e dei reggenti in ben 76 Comuni, comunicherà al direttorio provinciale, che l’approverà “con vivo plauso”, una circolare in cui a “ tener banco” saranno ancora le problematiche delle lotte e delle denunce anonime tra i fascisti: “… Voglio che cessino definitivamente la rissa o il linciaggio a colpi di insinuazioni e di malevolenze. Questo spirito d’insopportazione è di pretta marca egoistica: Talvolta la censura mascherata di finalità politiche riesce non completamente a dissimulare il desiderio di colpire un nemico personale. E’ un malcostume che reprimerò con la necessaria severità”.

Anche nella nuova Provincia di Matera le delazioni fanno da padrone. In un rapporto riservato, datato 27 giugno 1931, si legge, a proposito dell’avvocato Michele Potenza, federale di Matera, che si avvertiva la necessità di far tacere pettegolezzi e denunce anonime che inondavano i tavoli del federale e dei dirigenti del Partito a Roma. Come si vede, era tutto un mondo, quello fascista lucano, dove non si correva certo il rischio di annoiarsi!

 

IN COPERTINA: LUIGI LOPERFIDO

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

Rispondi