Oltre a poeti, santi e naviganti non può certo dirsi che ci manchino in volontari nel nostro Paese, e per fortuna. La solidarietà è un valore che ci è sempre appartenuto e continua a manifestarsi in tutte le occasioni che ne richiedono dosi massicce, come quelle di questi ultimi mesi, impegnate per fronteggiare l’emergenza post-terremoto nel Centro-Italia.
La storia, poi, ci ricorda che, per gravi fatti occorsi sul nostro territorio e per emergenze all’estero, dall’Italia si sono mosse sempre colonne di persone che, o aggregate in associazioni o a titolo personale hanno contributo in maniera consistente con tutti i mezzi possibili e le risorse umane disponibili. Non meno importante, tuttavia, è quella solidarietà che non necessariamente è legata ad eventi emergenziali di vasta entità, ma si consuma nel quotidiano, a fianco del vicino, tra la gente in difficoltà esistenziali. La solidarietà è sempre meritoria per il solo fatto di stabilire un rapporto tra una parte in difficoltà ed un’altra che si prodiga con i mezzi di cui dispone per fini di mero ausilio e peraltro senza ricevere alcun riconoscimento economico.
Non manca, tuttavia, come qualsiasi fenomeno imputato all’uomo, il vizio, che subentra ad alterare i nobili princìpi che regolano questo “fare” generosità. Non parlo di interessi economici che costituiscono un discorso a parte sul volontariato e sulla solidarietà, ma di atteggiamenti e comportamenti che attengono al desiderio, per alcuni, di ostentare il “fare”, quasi di farsene una medaglia da appendere al petto. Per una azione che dovrebbe muoversi in sordina, con la generosità e la spontaneità di chi si preoccupa delle necessità delle persone in difficoltà, diventa incoerente una pubblicizzazione oltre misura, da marketing societario.? E ancora, escludendo che alcun interesse economico si muova intorno ad una operazione di altruismo verso terzi, perché la necessità di saziare il proprio “io” o “noi” con l’autoreferenzialità e il giudizio verso il generico cittadino che non opera in tal senso? L’unica pubblicità che mi viene da pensare è quella che può aggregare intorno ad una idea, ad un progetto altruista di varia tipologia nuove forze (la solidarietà pesa fisicamente, credetemi) e nuove menti che vi possono contribuire al fine di avvalorare una semplice attività di sostegno rimpinguandola di contenuti di alto valore sociale che attualmente posso ampiamente superare quanto programmato a livello pubblico per la società civile meno abbiente. E questo per la libera circolazione di idee, di sostegni e di iniziativa che non è viziata dalla farraginosità delle istituzioni: i volontari si muovono in maniera più “easy”, attingono alle proprie risorse e non si perdono in chiacchiere sui ruoli, a parte l’organizzazione del “chi fa che cosa” per un coordinamento ottimale delle attività.
La remunerazione emotiva, che è l’unica concessa in questo ambito, molto spesso si scontra con il contenitore delle tessere di adesione ai gruppi di volontariato presenti, da quelli di assistenza al malato a quelli del dog sitter per i cani randagi, passando per le collette alimentari, come se il curriculum del bravo cittadino dipendesse dalla numerosità delle smartpaper e dai punti da scontare davanti al Padreterno. In altre parole , la solidarietà è bella quando è sostenuta da sentimenti puri, non ostentati, e da azioni che dicano, senza parole, che una persona sa stare vicino a chi soffre, senza fare paragoni e senza dare giudizi su chi ha scelto il “non fare” per inedia, indifferenza, egoismo. E chi sia sia, al volontario, al cittadino solidale con l’altro in un momento di calamità, disgrazia non credo possa interessare in quanto e cosa si concretizzi l’interesse di certuni verso una collettività bisognosa di servizi ma anche di sentimenti. Si. Perché il primo gradino della solidarietà è proprio quello del sentimento, della generosità, dell’altruismo, della disponibilità. Essere solidali è innanzitutto questo, prima del latte, dell’aspirina e del cappellino usato della Ferrari.
TERESA LETTIERI