
PIETRO SIMONETTI
L’universita’della Basilicata ha perso negli ultimi anni oltre 1500 iscritti. Buona parte degli studenti sono fuori corso. L’organico dei professori, ricercatori, amministrativi e ausiliari si attesta attorno alle 700 unità. Il patrimonio immobiliare è cosi vasto che tanti siti sono inutilizzati : persino un rudere, a fianco dell’inutilizzato plesso nell’area di Rossellino, prima ingegneria poi Centro di alta formazione, è divorato dall’edera e dal tempo.
Anche le prime serre istallate al Francioso, che dovevano essere sostituite da un centro servizi regolarmente finanziato, sono preda dell’incuria e della ruggine oltre che ricovero di qualche gatto senza padrone. Così come è andato perduto il finanziamento di una struttura per l’accoglienza degli studenti in via Cavour a Potenza.
Adesso, tutti a crogiolarsi di illusioni e speranze sul nuovo corso di laurea in medicina, dimenticando che esso non risolve i problemi ma contribuisce ad aggravarli.
Tutto questo mentre le mentre le Università contermini crescono come dimostra quella di Salerno, decentrata a Fisciano, nata con la stessa legge 219 per la ricostruzione delle aree terremotate, ma che ha saputo camminare sulle proprie gambe . Secondo me è sbagliato dare la colpa solo alla dimensione demografica che da quindici anni ormai si attesta in Basilicata su numeri esigui. C’entrano invece l’incapacità di mettersi in discussione, di ammettere gli errori, di inventarsi un futuro di relazioni su basi più ampie che vadano oltre l’angustia del territorio , faccia alleanze, trovi sinergie. La cosidetta fuga dei cervelli è una favola raccontata per nascondere il vuoto di iniziative rispetto ad una realtà che cambia e che va analizzata e presa di petto. Ci sono 70mila tra giovani e adulti, in possesso di licenza elementare e media che sono disoccupati o che lavorano in nero e rispetto ai quali una Istituzione dovrebbe porsi il tema di una nuova alfabetizzazione, come avvenne col piano UNLLA negli anni cinquanta. E ci sono da trentamila a cinquantamila immigrati comunitari ed extra che, volenti o nolenti, contribuiscono a mantenere stabile la forza lavoro calcolata in 220mila e rispetto ai quali non si riesce ad attivare neanche un coso di lingua. Che c’entra l’Università?. C’entra se si fa carico di guidare, di coordinare, di promuovere la crescita di queste persone , che hanno colmato e colmano il divario demografico e che comunque nei territori lucani e circostanti raggiungono la ragguardevole cifra di 270 mila persone. Il problema è che questo tema di come assecondare la crescita e, con essa, la qualità del lavoro e la qualità di vita, è un argomento tabù in questo momento storico e anche le Istituzioni che dovrebbero essere equidistanti dalla politica assecondano il potere che le sovvenziona.
Andiamo al fatto: quale è l’offerta formativa che si prepara per questa platea, a parte informatica e altri corsi di laurea? In che cosa consiste l’alta formazione che i più non riescono a vedere? Quali sono gli accordi di partenariato con altre Universita’, Regioni e Paesi. Certo, qualche protocollo oggi non si nega a nessuno, ma la sostanza è assente..
L’ultimo dato registrato è di 47stranieri iscritti. Una inezia rispetto alle altre università del Sud che lavorano anche con i Paesi dell’area mediterranea e dell’America latina.
E dunque, per concludere sulla sollecitazione fatta da Talenti Lucani ad aprire un dibattito sul tema di un futuro da immaginare per l’Ateneo, bisogna prima di tutto far uscire dal letargo un gruppo dirigente che non ama agire ed osare sui terreni della innovazione, un terreno che è largo perché, nonostante tutto, abbiamo settori produttivi in via di ristrutturazione, un agroalimentare in forte sviluppo, una capitale della cultura e giacimenti storici a cielo aperto da curare.
Manca la voglia di uscire dall’abulia e di mettere competenze e conoscenze al servizio di una missione più generale, che era quella immaginata nell’immediato dopoterremoto.