FEDERICO VALICENTI

In un alone denso di profumi, musicalità e riti propiziatori si susseguono feste dedicate al matrimonio tra la terra e l’uomo attraverso i riti arborei che caratterizzano le tradizioni legate a una millenaria visione simbiotica tra l’uomo e la natura. Studi e letture demo-antropologiche hanno evidenziato come i riti arborei sono caratterizzate dalla mescolanza di sacro e profano, dove l’albero abbattuto diventa simbolo. La comunità attraverso questo rito si sente parte integrante della rigenerazione cosmica, partecipa alla resurrezione implicita nei riti naturali. In tutte queste feste popolari non è raro trovare la celebrazione dell’avvenimento attraverso la manipolazione di un simbolo della vegetazione. Si mostra l’albero, si orna e si porta in giro ritualmente l’uomo si sente integrato, partecipe, manipola i simboli vegetali, ri/congiunge il tronco al ramo, ne celebra le nozze collocandolo nel mezzo della piazza. L’albero del bosco si erge nella piazza come simbolo rigenerativo. Senza dubbio quello che più appassiona è il taglio, nel bosco, dell’albero da sacrificare, dove si consuma il contatto quasi viscerale con la terra, non estirpato dalle sue radici ma tagliato ad un’altezza che gli permetterà di ricrescere. Probabilmente queste antiche manifestazioni rimandano a riti antichi e vengono riempite di racconti, di leggende. Una di quelle più suggestive narra che Sant’Antonio da Padova nel XIII secolo, nei suoi pellegrinaggi amasse dormire, protetto dai lupi, nei boschi della Basilicata. Un giorno di un tredici di giugno, di un anno imprecisato, avvenne che un pastore poco accorto precipitò in un burrone. La notte si avvicinava e i lupi ululavano.
Il pastore, vistosi perduto, invocò disperatamente il nome di Sant’Antonio chiedendo protezione dai lupi e la propria salvezza. Delle tenebre del bosco, all’improvviso, apparve il Santo che lo guidò per un sentiero sconosciuto al pastore mettendolo in salvo. Rientrato al villaggio, il miracolato racconta l’accaduto a tutti gli abitanti del suo villaggio. Udito il fatto e acclarato il miracolo la popolazione del villaggio decise che il 13 di giugno fosse dedicato alla venerazione di Sant’Antonio da Padova innalzando in piazza un albero sottratto al bosco. Così prima del fatidico 13 giugno di ogni anno, una squadra di “ maestri pitaioli” esperti tagliaboschi , si reca nel luogo prescelto per abbattere l’albero ed offrirlo al Santo, coinvolgendo di volta in volta sempre più gente in questo loro gesto. Questa stupenda leggenda che ha incantato generazioni di ragazzi attorno allo scoppiettare dei camini si rivive in provincia di Potenza a Castelsaraceno, Pietrapertosa, Castelmezzano, Viggianello, Terranova di Pollino e Rotonda mentre nella provincia di Matera ad Accettura, Oliveto Lucano, e Gorgoglione. Festeggiamenti itineranti che partono dal mese di maggio e si prolungano fino a settembre. La vita dell’intera comunità dei su citati paesi si concentra in questo periodo sul simbolo che rappresenta la natura, l’albero o un’effigie vegetale, che è mutata e sollecitata ad accogliere le istanze propiziatorie di rinascita. Una volta portato nella piazza e “maritato” il tronco con la “cima” dell’albero, il luogo assume il ruolo dell’Agora greca, fatto di relazioni ma anche di scontri. Si racconta che a volte avvenivano duelli, gare, scene drammatiche tra persone per accaparrarsi, contendersi il privilegio di poter essere parte integrante di questo rito che termina generalmente con la scalata all’albero dove sono stati appesi premi di varia natura.
Anticamente in alcuni paesi come Castelsaraceno, Terranova di Pollino ma anche a Rotonda, partecipava anche una squadra di “fucilieri“ che cercavano di colpire i premi appesi sulla cima. Il coinvolgimento totale della popolazione e l’enorme impegno organizzativo fa diventare il rito arboreo la festa principale per il paese in cui è praticato e la preparazione viene seguita per tutto l’anno. Quasi ovunque, anche se con diverse tecniche, i tronchi vengono trascinati da buoi, laddove si è intelligentemente vietato l’uso di mezzi meccanici, anche se esistono casi, come a Terranova di Pollino, dove il tronco viene trascinato con lunghe pertiche a mano. E come tutte le cose belle finisce a crespelle, tarallucci e vino. La tradizione ha solide e fervide radici nella terra dei boschi della Lucania, nome nativo che sembra che deriva dal greco Lùkos,, per l’appunto bosco!
FOTO DI ANDREA SEMPLICI