di Michele Strazza

Nella chiesetta di S. Lucia presso il cimitero di Atella, attualmente chiusa al culto ed al pubblico, è contenuto un singolare affresco del Quattrocento con l’immagine della “Madonna Riparatrice” (o “Madonna della Misericordia” come la chiama Anna Grelle Iusco) che, in piedi, ripara sotto il proprio mantello, steso sopra le braccia in croce, la folla di devoti inginocchiati e raffigurati in grandezza più piccola rispetto alla figura della Vergine, difendendoli dalle frecce scagliate dal Padre Eterno, ritratto in alto a mezzo corpo e col volto sdegnato, che prende da due angeli librati in aria e che già hanno ferito qualche fedele. Interessante anche la “carta” che un putto presenta alla Madonna e che reca le iniziali A.M.M.G.L.N.C.A. così interpretate da Giacomo Paci nella sua ricostruzione degli eventi del terremoto del 1851: Ave Maria Mater Gratiarum Libera Nostram Civitatem Atellae (o Libera Nos Cives Atellae).
La pittura a fresco, di cui si occupò anche Emile Bertaux, membro dell’Ecole de Roma e docente all’Università di Lione nonché conservatore del Museo Jacque-Mart-Andrè di Parigi e direttore della “Gazette des Reaux Arts”, occupava l’abside della chiesa antica rovinata dal terremoto del 1694. Il sisma non provocò danni all’abside ma i frati Agostiniani, possessori della chiesa, nel fabbricare un edificio nuovo sui ruderi dell’antico, la chiusero con un leggero muro nascondendo così la stessa pittura.
Fu un altro terremoto, quello del 1851, a riportare alla luce l’affresco facendo cadere il muricciolo e mostrando alla vista di quanti accorsero la bellissima immagine della madre di Gesù. L’evento colpì anche il re Ferdinando II che, nel suo viaggio nei paesi disastrati del Vulture, volle osservare “il dipinto a fresco della Vergine Santissima scoverto in una chiesa di quel comune crollata per il tremuoto”, dando poi incarico al regio disegnatore di Pompei di trarne un disegno e disponendo “di ricostruirsi colla maggiore solerzia la diruta Chiesa”.
La stessa regina Maria Teresa accettò l’omaggio di una “erudita illustrazione” pubblicata da Stanislao d’Aloe dal titolo “La Madonna d’Atella nello scisma d’Italia” (Napoli 1853), contenente anche un’incisione accurata del disegno eseguito dal prof. Giuseppe Abate.
L’Aloe azzardò una ipotesi interpretativa ritenuta non esatta dal Bertaux e dagli altri studiosi che successivamente si sono occupati dell’affresco. Tra la folla dei devoti protetti dalla Madonna vi sono un re, una regina e dei vescovi e questo avrebbe richiamato, allegoricamente, quella “Madonna delle divine grazie” alla quale il papa Urbano VI si rivolse durante lo scisma d’Italia, istituendo in suo onore la festa della Visitazione.
Di qui, dunque, secondo l’Aloe, la data precisa della pittura del 1389 e l’individuazione in essa delle figure di Urbano VI, del cardinale Francesco de’ Tebaldeschi, di Carlo III di Durazzo, di Margherita d’Angiò, del ministro Nicolò Spinelli e di altri ancora.
La spiegazione forse più esatta ci è data sempre dal Bertaux quando richiama il fatto che il motivo della Madonna protettrice, che copre col mantello la folla dei suoi figli colpevoli e miserabili, è presente in altre opere d’arte. Il papa, il re e la regina sono personaggi puramente astratti, ritratti soltanto per significare che tutti, dal capo della Chiesa e dello Stato fino all’ultimo suddito, devono mettersi sotto la protezione della Vergine per ottenere riparo. O forse il tema dell’affresco richiamerebbe episodi della storia della cittadina angioina della Valle di Vitalba, rimandando alla protezione da un flagello locale come un epidemia o come il terremoto del 1456. E su questa linea si pose anche il Paci interpretando, come già detto, la scritta consegnata alla Vergine e ritenendo la pittura fatta forse “in caso di simile sciagura”.
Anche Anna Grelle Iusco richiama il terremoto del 1456 nella sua ipotesi di datazione dell’affresco dopo tale sisma. La stessa studiosa afferma che l’immagine, “affrescata con vivacità decorativa e levigate campiture”, mostra “sedimentate assimilazioni” di esperienze veneto-marchigiane “filtrate forse dalla bottega pugliese di Giovanni di Francia”. Allo stesso pittore sarebbero attribuibili le immagini di S. Chiara e di S. Antonio, forse parti residuali di un originario polittico francescano, della chiesa del Sacro Cuore a Genzano.
Tali dipinti, sempre secondo la Grelle, avrebbero una “incorniciatura coeva” analoga a quella della “Madonna col Bambino” della chiesa madre di Atella. E proprio tale tavola rimanderebbe non solo a Giovanni di Francia ma anche a quell’ignoto maestro napoletano-marchigiano, attivo a Galatina, riconosciuto quale autore della “Madonna della Porta” nella chiesa dell’Immacolata di Scilla.

Émile Bertaux
Diversi i richiami fatti alla fine dell’800 da Bertaux il quale ritiene che la pittura risalga a prima del 1420. Le figure tonde e rosee, “che non sentono più del giottesco”, la testa bonaria del “Dio delle Vendette” farebbero pensare, da lontano, agli affreschi di San Giovanni a Carbonara, mentre i costumi delle donne richiamerebbero quelli della “Cappella Caracciolo”.
Ma al di là delle diverse interpretazioni e richiami una cosa resta innegabile ed è la singolarità dell’affresco di Atella e della sua storia.