L’AMBIENTE PALUSTRE COME SPAZIO RELIGIOSO 2)

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ANGELA MARIA GUMA

L’uomo antico nutriva un profondo rispetto per la natura. Infatti ogni albero, sorgente, ruscello o ogni altro elemento del paesaggio naturale si riteneva avesse un proprio genius loci, e prima di recidere un albero, sfruttare una miniera o fare una diga, si rendeva necessario prima placarne lo spirito dominante. Un simile approccio nei confronti dell’ambiente naturale si considera ancora appartenente al mito più che alla storia. Questo conferma la tesi ormai appurata dell’esistenza di una diversa tipologia di percezione che gli antichi avevano rispetto ai moderni dell’ambiente naturale.[1] A tale proposito è più corretto considerare la presenza di una evoluzione nella tipologia di percezione.

In questa evoluzione di pensiero è possibile individuare un atteggiamento di conquista umana che scaturisce da un’originaria ansia di sopravvivenza in un ambiente ostile e selvaggio. Una valida testimonianza la si ritrova in Virgilio (Virg., Georg. 2, 35-8) nelle cui espressioni si evidenzia la necessità di sostituire un ambiente “ferus”, selvaggio con un paesaggio in grado di sopperire ad ogni necessità o bisogno di progresso umano. Questo causava all’uomo la soddisfazione di aver sconfitto un paesaggio incolto che era diventato più gradito proprio perché era diventato più redditizio.     

Quindi la più valida testimonianza dell’atteggiamento assunto dagli antichi e dai Romani in particolare nei confronti dell’ambiente naturale è fornita dalla letteratura, dalla poesia in particolare in cui l’esaltazione del paesaggio naturale si coglie nell’idealizzazione dello stesso attraverso la valenza antitetica del locus amoenus/locus horridus. Tale opposizione è possibile cogliere anche nella considerazione dello spazio palustre: da una parte si trova l’helos, inteso come habitat naturale che riveste un ruolo importante nella tradizione del locus amoenus, mentre dall’altro si ritrova il fango e la limne palus che vengono descritti come lo spazio ostile, locus horridus.

        

                            Locus amoenus                                                                                    Locus horrridus        

Entrambe le immagini vantano antiche tradizioni: la prima impera nella tradizione ellenistica  e trova un efficace riscontro nelle arti figurative. In essa i paesaggi palustri acquisiscono la connotazione di quadri di genere dove l’immagine della palude finisce con il richiamare i paesaggi deltizi diffusi in tutto il Mediterraneo intorno al I sec. a.C. La tradizione bucolica persiste nell’Helos di Filostrato dove la palude viene descritta come habitat naturale e quindi come helos: Fil., Im. 1.9).

Nell’analisi del precedente passo appare dunque evidente come Filostrato abbia inteso in questa sua ekphrasis effigiare un quadro ricolmo di immagini floreali, animali ed uomini e li abbi pertanto inseriti in un tipico paesaggio idealizzato dove la palude acquisisce la connotazione di un luogo gradevole e non scomposta.  

Filostrato presenta pertanto il carattere idealizzato della palude che appare ben diverso da quello presentato nelle descrizioni di Stazio e Seneca che furono pur composte nella stessa epoca del quadro di Filostrato.

Un elemento significativo è rappresentato dal fatto che una diversa definizione dello spazio palustre è possibile ritrovarla solo intorno al II-III sec. d.C. quando l’elemento palustre acquista connotati più realistici, conformemente alla nuova visione del paesaggio. Quindi è solo in età romana che è possibile ritrovare la definizione dello spazio palustre antitetica all’helos. Essa si ritrova frequentemente nella poesia latina a partire da Virgilio nella cui opera gli epiteti della palude acquistano una connotazione negativa e si caricano di una forza icastica. Quest’ultima si ritrova particolarmente nelle tragedie di Seneca e poi ancora nella poesia di Claudiano dove appare ratificata l’immagine orrida dell’acquitrino. I toni negativi adottati dai poeti latini riprendono luoghi comuni che si ritroveranno in tutta l’imagerie della letteratura cristiana sia latina che greca con l’unica eccezione della letteratura bucolica dove la palude continua ad essere descritta come habitat naturale e quindi come helos.

   Solo la tarda antichità apporterà una nuova e contraddittoria visione, contrapponendo una mentalità aperta ai problemi del paesaggio. Un valido esempio è offerto dai resoconti delle campagne militari dove si assiste alla graduale penetrazione dei romani all’acquitrino inteso non più come elemento infido ma come campo in cui si poteva meglio dimostrare il proprio valore militare come parte integrante del teatro di guerra.

 

BIBLIOGRAFIA di riferimento

  1. FEDELI, La natura violata. Ecologia e mondo romano, Sellerio Ed. Palermo, 1990.

M.S. SPUUR, Percezioni della natura nel mondo romano, in “Aufidus”, 22, 1994, pp. 37-56.

IN COPERTINA ANPUS MARTIUS PRIMA DELLA NASCITA DI ROMA..
..UN’ ENORME PALUDE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] SPUUR 1994, pp. 37-56.

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