L’AMERICA SI SALVA… OPPURE NO?

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Il mondo si sveglia, e il Presidente americano è Joe Biden. La lunga storiaccia che Donald Trump ha piantato per mesi e mesi è finita: un democratico siede alla Casa Bianca ed entrambe le Camere del Congresso sono in mano ai dem. Sembra incredibile eppure è vero: l’America è salva.

Il mondo contemporaneo non sembra capace di produrre una classe dirigente all’altezza dei tempi. La complessità è forse di gran lunga superiore al Novecento stesso – mica bruscolini! – eppure deputati e senatori, da questo e da quel lato dell’Atlantico, arrancano e inseguono le folle sulle strade dei social network. Non è un discorso da vecchiacci scollegati dal reale: è uno dei principali argomenti su cui si interroga la comunità scientifica, che nell’era della disintermediazione si interroga sulle prospettive stesse della democrazia.

Questo è il nocciolo del problema che nel 2016 ha condotto Donald Trump alla poltrona più pesante della Terra. Ci sono state ovviamente delle motivazioni politiche molto profonde che per mesi e mesi abbiamo analizzato tutti insieme. La fluidità dei rapporti sociali, la precarietà dei lavoratori, l’elitarismo delle fazioni progressiste. Tutto verissimo, e sarebbe sbagliato ridurre il trumpismo a un berlusconismo pittoresco, in cui Twitter prende il posto di Mediaset e l’America profonda recita la parte della casalinga di Voghera, subito convertita al Meno male che Silvio c’è. (D’altronde anche il berlusconismo, checché ne dica certa stampa, non è stato il gesto suicida di una Nazione di idioti).

Però il trumpismo ha dimostrato che anche l’opzione politica più sgangherata sul piano intellettuale non solo è capace di vincere le elezioni ma anche di fare egemonia. Se noi guardiamo i dati e i sondaggi degli ultimi giorni ci rendiamo conto che gli Stati Uniti attraversano una fase di polarizzazione degli elettorati senza precedenti. Nonostante l’assalto al Campidoglio, sono moltissimi a sostenere il Presidente Trump – chiaro mandante morale di quell’episodio violento. E un sostegno al suo impeachment (che forse qualche anno fa avremmo dato per scontato) è tutt’altro che unanime nel Paese dai mille sogni.

L’isolamento internazionale, l’arresto degli sforzi per la riconversione ecologica, la contrapposizione razziale (sfociata ormai nella violenza) e anche un drammatico blocco dei diritti sociali hanno drasticamente peggiorato le condizioni dell’America e ne hanno minato l’immagine e la leadership nell’Occidente. Questo percorso ha consolidato – agli occhi statunitensi pericolosamente – il prestigio dell’Unione europea (che nella crisi COVID ha avuto addirittura la forza di emettere eurobond) e perfino della stessa Cina. È evidente che la vittoria dei democratici rappresenta una sorta di salvezza nella prospettiva dell’establishment, e non tanto per le politiche che l’amministrazione Biden porterà avanti (alcune delle quali molto progressiste e questo, forse va ricordato agli ingrati, dipende dai grandi sforzi collettivi della corrente di Sanders). Quanto, piuttosto, perché alla Casa Bianca torna un politico, con un’idea di Paese da tramutare in realtà.

L’America si salva come si salva qualsiasi Paese in tempo di crisi: reinventandosi, ristrutturandosi, avendo la forza di imprimere politiche nuove e ragionate per superare il momento di stress. Questo era chiaramente impossibile con Trump, che semplicemente impersonava politiche nette ma senza una capacità di visione di lungo periodo. Il fatto medesimo che Biden, un moderato, sia chiamato a guidare un’amministrazione che dovrà essere una delle più progressiste di sempre (un po’ come fu Lyndon Johnson dopo la morte di Kennedy) è indicativo della differenza. Il politico, oltre a conquistare voti, sa negoziarli (sa quanto negoziarli) per tramutarli in realtà e per adattare alla realtà la propria azione politica. Lo showman si limita a vendere il prodotto in televisione.

L’America forse si salverà ma un pezzo d’America resterà trumpiano. Allora la domanda che noi ci dobbiamo porre è questa: possiamo permetterci, in tempi tanto difficili, l’assenza di una classe dirigente capace di conquistare i voti che le servono per trasformare in realtà le sue visioni politiche? Possiamo permetterci di vincere le elezioni dopo aver patito il disastro sulla nostra pelle, sempre col rischio di combattere una battaglia impari con un avversario che ha dalla sua l’irrazionale quando parla alla Nazione? I due problemi (politici senza visione e populisti scatenati) si intrecciano a vicenda e non è il momento di esperimenti pericolosi.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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