L’ANIMA DELLE COSE

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di GERARDO ACIERNO

Era l’autunno del duemilaventuno. Un altro anno di pandemia stava finendo. Mimì L. pensionato lucano in buona salute nonostante avesse completato il ciclo vaccinale non si sentiva del tutto al riparo dal virus. Una sera, da solo in casa, fissava la fiamma del fuoco. In paese si diceva che un uomo quando fissa una fiamma sente la propria solitudine.“Sarà per questo motivo – pensò seduto di fronte a quel fuoco vivace – che da qualche tempo  io  e questa cosa qui ci raccontiamo i giorni.” E a quella cosa, quella sera, raccontò la sua propensione a dare anima alle cose.  Fin da bambino Mimì aveva dato un’anima alle sue cose. L’aveva fabbricata all’armadio e lo aveva chiamato Riccardo, il re dal cuore di leone. Imponente, scuro e protettivo il mobile dominava nella sua stanzetta ma di notte scricchiolava: era faticoso indossare l’armatura da re, lo giustificava allora Mimì, prima di addormentarsi e di sognare dame e cavalieri medievali. L’anima l’aveva data anche al suo cuscino diventato il carro dei pionieri texani: nelle sue fantasie pre – sonno lo chiamava ‘la carovana’. E la sua scrivania si era trasformata nella carrozza del marchese di Carabas, quello della favola del gatto con gli stivali. L’aveva invece perduta  l’anima, il suo cappellino di velluto strappatogli dal torrente quella volta che egli scivolò sulla pietra umida  rischiando di annegare. Aveva inoltre animato il pallone di gomma bianca (mozzarella lo soprannominava  quando giocava da solo nel vicolo sotto casa), e la cartella di cartone color ruggine (Morgana) comprata sulla bancarella di un ambulante l’otto settembre, il giorno della fiera paesana. Questa sapeva ben custodire i suoi scolastici segreti, cosicché l’anima ce l’avevano  i suoi quaderni, i colori, la gomma, perfino il sussidiario chiamato ‘nonno Anselmo’:  i nonni  sono  saggi e sanno quasi tutto. Proprio come il sussidiario della scuola. Un giorno Mimì prese coraggio e chiese alla mamma: “ Le cose hanno un’anima?” La mamma gli rispose: “ Il Signore l’anima l’ha soffiata soltanto negli uomini. Siamo noi che diamo l’anima alle cose.”  La pandemia spingeva Mimì a sentire attorno a sé una sorta di dominio dell’imperfezione, un pericoloso declino della vita. Come  se  temesse  una sua inadeguatezza a questa esistenza. Gli sembrava di guardarlo, il mondo, dal buco della serratura e di accontentarsi di una vita sonnacchiosa, vuota, vana. Come se stesse pensando a un ‘altrove’ come luogo di pena, di pietà, di squallore. I suoi stati d’animo durante quei giorni fuori dall’ordinario si presentavano aridi, impauriti e si sentiva sempre più disorientato e confuso. Poi – lampo nell’oscurità – il ricordo di una frase, quasi  una  supplica, comunque una richiesta d’aiuto, indirizzò Mimì verso una meta impensabile: “Resta con noi, Signore, perché si fa sera.” Era sicuro di averla pronunciata qualche volta durante la lunga e disordinata litania dei suoi giorni. Di aver sentito, a volte,  la  necessità di far ricorso a questa invocazione. Sì, ma quando? Non riuscì a ricordarselo.  Fissando il suo fuoco gli venne da chiedere: Quand’è  che torni per restare, Signore? La fiamma del focolare si fece più alta quasi fosse quella la risposta alla sua domanda. Insomma Mimì immaginò anche per il suo fuoco un’anima. E che anima! Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Agli anziani capita facilmente di piangere, si disse Mimì.  Il suo cuore palpitò forte. Sentì uno straordinario bisogno di trovare il prima possibile un pensiero che lo riallacciasse a Lui, al Signore, una sorta di lasciapassare per sperare di ottenere risposte sui mille perché della vita. Si ricordò della preghiera. Della più trascendente delle orazioni. Il Padre nostro. La sussurrò mentre scrosci di pioggia bussavano ai vetri della finestra. Non tralasciò nulla. Nessuna parola di quella preghiera fu dimenticata.  La lontananza nella quale aveva confinato il suo Dio si trasformò in invisibile Sua presenza, in Sua lieve, immateriale carezza: ‘Da  quanto tempo, Signore … Voleva scusarsi, Mimì L., ma voleva anche chiedere, sapere, conoscere. Da Lui, ora che Lo sentiva di nuovo così vicino. Quasi pretendeva risposte. Si alzò a spalancare la finestra. Attanagliato da ritrovata gioia, Mimì respirava male. Sentì Lui come seduto accanto alla sua sedia impagliata. Come se Lui fosse lì a esortarlo a porre ancora domande al fuoco del camino. Lo sentì a lungo con sé e continuò ad avvertirne la presenza fino a quando, dopo aver chinato il capo nell’incavo del braccio poggiato sulla spalliera della sedia, chiuse gli occhi e affrontò un lungo, meraviglioso viaggio accompagnato dalla pioggia che in quel momento sembrava cadere sul paese quieta come l’acqua del Giordano in Terra Santa.

 

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