
di MICHELE STRAZZA
Durante la campagna elettorale del 1921 anche la Basilicata è attraversata dalla violenza delle prime squadre organizzate fasciste. Il 14 aprile, annunciate da manifesti che tappezzano i muri della città, giungono a Potenza squadre fasciste comandate da Decio Canzio Garibaldi, seguite, dopo qualche giorno, da quelle di Cesare Palopoli, un capitano degli arditi. Il gruppo di Garibaldi e del tenente Spano, formato da circa trenta militi dei fasci di Roma e Napoli, appena giunto dichiara apertamente il proprio obiettivo di combattere con ogni mezzo Nitti, non esclusa la lotta con le armi. Alle 20,00 primo comizio anti nittiano dei nuovi arrivati in Piazza Prefettura. Parlano il tenente Spano, l’Avv. Giulio De Rosa e Canzio Garibaldi ma non si registrano incidenti.
Alla fine i fascisti si dirigono alla volta di Piazza Sedile ma, giunti presso l’Hotel Lombardo, alcuni di essi, riconoscendo che era quello l’albergo in cui tengono stanza i maggiorenti del partito nittiano, si fermano dando vita ad un tafferuglio, con conseguente lancio di sassi contro i vetri della porta d’albergo. L’Hotel anche in seguito venne preso di mira dai fascisti di Canzio Garibaldi, le cui squadre spadroneggiarono in città per tutta la campagna elettorale, raccogliendo intorno a sé anche giovani studenti potentini armati di “nodosi randelli”.
Tutte le squadre fasciste presenti a Potenza sono apertamente appoggiate dalla Prefettura nei cui locali hanno libero accesso: è ormai chiaro a tutti che gli ambienti governativi consentono la violenza squadristica in piena campagna elettorale. E le violenze continuano in tutta la regione. Anche nel melfese si registrano intimidazioni, tanto che il sindaco di Melfi telegrafa addirittura al Re per protestare contro i “gravissimi fatti” che accadono “nella patriottica Basilicata contro Lista Nitti gloria della regione”, a causa dell’accecata passione di Giolitti per distruggere Nitti. Di qui violenze ed aggressioni contro i candidati, “calpestando leggi e statuto fondamentale”. Il 24 aprile “Il Risveglio”, giornale potentino diretto da Giovanni Riviello, denuncia il vile attentato subito dal proprio direttore, bastonato dai fascisti nella centralissima via Pretoria, puntualizzando che alla provocazione ed alla violenza si opporrà la legittima difesa della civiltà e della libertà: “le idee non si uccidono col pugnale e la grandezza di un uomo non si annulla con le vociferazioni balorde di una masnada di venduti”. Il giornale definisce l’aggressione opera di “agenti provocatori che scorazzano impunemente per le vie di Potenza sotto lo sguardo benevolo degli agenti dell’ordine” e leva alta la voce per la difesa della libertà di stampa contro ogni violenza ed ogni connivenza delle autorità: “La violenza odierna supera ogni passata provocazione. Non vi è dissenso politico, non vi è nobiltà di motivi ideali che possa giustificare la violenza consumata sulle persone dei giornalisti, il cui mandato dovrebbe essere tutelato presso popoli civili. Il contegno delle autorità politiche è semplicemente nauseabondo. […] La parola “fascismo” è l’odierno brevetto di infermità con cui si ricoprono e si giustificano le peggiori deformità morali. […] A nulla valgono le proteste ed i richiami alle autorità, sembra che una sola legge debba imperare, quella della violenza contro ogni senso elementare di civiltà. Questo è l’ambiente in cui oggi si vive”. Riviello riesce ad individuare i propri aggressori i quali hanno portato a termine il loro crimine senza che i carabinieri, a breve distanza, siano intervenuti. Ma la denuncia del giornalista non ha alcun seguito. Gli stessi militari dell’Arma affermano di non aver riconosciuto nessuno dei cinque aggressori ed escludono, comunque, che siano quelli indicati dal Riviello. I magistrati credono ai carabinieri e il prefetto, al quale si è rivolto il Riviello per avere giustizia, invita il direttore del “Risveglio” a desistere da ogni azione per evitare un processo per calunnia. Il gesto perpetrato resta gravissimo nel panorama della stampa locale ed è un chiaro segnale a tutti quei giornali che si sono schierati contro il fascismo. Ma è il 4 maggio che si verifica un episodio rivelatore del clima ormai esistente nella lotta politica. Mentre il senatore Giuseppe De Lorenzo, insigne scienziato lucano, tornava da Melfi, dove aveva accompagnato Francesco Saverio Nitti, contro la sua auto venivano esplosi diversi colpi di arma da fuoco. La vicenda rende bene la gravità della situazione e partono immediate le proteste verso Roma. Il giorno, dopo, infatti due telegrammi arrivano sul tavolo di Giolitti. Nel primo Nitti in persona segnala che le violenze, protette dalle stesse autorità, raggiungono ormai in tutta la regione vere e proprie forme delittuose, mentre la prefettura di Potenza ed il sottoprefetto di Matera proteggono i colpevoli. Molti sindaci sostenitori della lista nittiana – lamenta l’uomo politico – subiscono continue intimidazioni, mentre si susseguono le nomine di commissari prefettizi e la prefettura si è ormai trasformata in “Agenzia violenza”. Il riferimento al gravissimo episodio desta la preoccupazione di Nitti: “alcuni individui familiari prefettura”, vestiti da arditi, hanno tentato, presso Rionero, di fermare l’automobile di De Lorenzo con due colpi di pistola. Il fatto è ricostruito con maggiore precisione nel secondo telegramma, inviato dallo stesso senatore De Lorenzo, il quale racconta che, venendo, la sera precedente, da Melfi ad Atella, insieme al dott. Saraceno, nel passare presso Rionero, alle ore 22,00, l’autovettura venne “proditoriamente e senza alcun motivo” fatta segno di colpi di pistola. I colpevoli vengono individuati in un gruppo di individui capitanati da Decio Canzio Garibaldi che viene riconosciuto dal Saraceno. Non sarebbero trascorsi neanche due anni e Giuseppe De Lorenzo avrebbe abbandonato Nitti per aderire al fascismo.