

Laura Passaro Nasce a Sapri nel 1981. Cresce e completa gli studi a Salerno, città che sin da piccola le dà l’opportunità di osservare vetrine di molti fotografi. All’età di 15 anni ha modo di frequentare un noto studio fotografico salernitano: concluse le ore di studio pomeridiane , quelle serali erano dedicate all’osservazione di quel fenomeno considerato da lei “pura Magia”, lo sviluppo delle pellicole in camera oscura.
Tale esperienza porta Laura a legarsi ancora di più all’arte fotografica; seppur con un percorso inverso, inizia ad immaginare come potrebbe cambiare il risultato finale con l’aggiunta delle sue intuizioni in fase di creazione. Dopo anni di gavetta decide di aprire uno studio fotografico, dove il suo stile e carattere la fanno da padrone: ama ritrarre tutto ciò che la circonda, paesaggi, visi di persone e scene di tradizioni popolari, ma sempre con il riferimento alle emozioni e allo stupore che esse imprimono sui volti dei soggetti.
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A me i fotografi sembrano tutti dei pescatori di attimi. Li vedi chinarsi a cercare un angolo impossibile, con i gomiti leggermente aperti, un occhio chiuso e un altro che si infila dentro un piccolissimo monocolo per vedere un dettaglio visibile soltanto a loro e, davanti al viso, un corpo macchina – solitamente nero. Gli angoli per un fotografo sono tutto: l’immagine non sarebbe la stessa se scattata da una posizione eretta: a volte, spesse volte, devi proprio cercare inquadrature insolite per rendere quello scatto qualcosa di memorabile. Quale differenza ci sarebbe, altrimenti, tra una foto fatta da un apparecchio fotografico e quella scattata dai tuoi occhi?
Se ci pensi, però, che magìa. Fermare il mondo con una immagine, una sola, e da quella immagine statica, ripartire per indagare la complessità. Se non sapessimo cosa voglia dire, per i nostri sensi, l’arte dell’immagine, sembrerebbe pazzesco solo a parlarne. Se non conoscessimo che potere può avere una semplice foto, ci chiederemmo che senso avrebbe fermare il mondo, una infinitesima porzione di mondo, dentro un solo fotogramma. Abbiamo fatto tanto per velocizzarlo questo mondo, abbiamo accelerato i trasporti che ci hanno consentito di ridurre le distanze, abbiamo poi velocizzato le nostre comunicazioni, perdiamo la pazienza se non la nostra connessione non viaggia spedita come vogliamo, e tutto, tutto quello che facciamo è improntato alla massima celerità possibile. E come per un anacoluto della fantasia, come una strada interrotta all’improvviso senza un avvertimento, ecco che invece siamo presi, rapiti, inchiodati da ciò che c’è di più immobile al mondo: una foto.
La prendiamo tra le mani come un oggetto sacro, ne osserviamo i contorni come non potremmo fare per nulla delle cose che ci circondano, poiché vanno troppo veloci per poterci soffermare per più di pochi secondi, e invece quella foto statica ce la osserviamo con calma, studiandone i dettagli come l’archeologo guarda l’ultima scoperta fatta sotto strati millenari di terra.
Il fotografo che l’ha scattata: è lui l’archeologo che ce l’ha consegnata: non è uno che scava sotto, ma sopra la terra, non è uno scienziato ma è uno che ha un insieme di qualità che molti non hanno: conosce il potere di un’angolazione, la meraviglia della luce, le alchimie dell’inquadratura, il tempismo di uno scatto. Quella foto, con un ritardo o un anticipo di una misera frazione di secondo, non sarebbe la stessa foto.
È un appostamento come quelli che i cacciatori fanno nei safari, anche i fotografi mirano esattamente come loro, solo che nelle mani non hanno né fucili né munizioni, ma un’arma altrettanto potente che non toglie la vita, ma che la celebra: hanno un’arma potentissima e capace di immagazzinare, fotogramma per fotogramma, le nostre vite in movimento.
Bisogna essere grati a queste strane persone. Strane perché sono capaci di guardare lo stesso mondo in cui abitiamo anche noi ma con occhi diversi dai nostri, gente che non si fa intrappolare dalla complessità che ci circonda, ma che sa spezzettare la realtà in singoli frammenti e ne cattura alcuni di questi per farci capire meglio di che materia sono fatte le cose, le persone.
Non è una ricerca dell’impossibile, è una danza magica e rituale: il mondo si muove e loro sono fermi ad aspettare, come i pescatori attendono pazienti il pesce sulla riva. Quando hanno catturato quello che cercavano ne sono fieri e felici come quel pescatore e, da quel momento, comincia per noi la fase più bella: quella nella quale ci fanno assaggiare il frutto di quegli appostamenti, di quella pesca di attimi irripetibili, e ci regalano quel frutto che il più delle volte ci sorprende regalandoci una sorpresa. La sorpresa di un attimo che, da solo, combatte contro un mondo diventato sempre più vorticoso, indecifrabile. Forse è proprio da quegli attimi che dovremmo ripartire per capirlo meglio.
Laura Passaro, professione fotografa
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