L’AUTENTICITA’ DELLA PAESANITA’

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Margherita Marzario*

 

 

“La vera solitudine purifica l’anima / e la spalanca ai quattro venti della generosità. / La falsa solitudine chiude la porta a tutti gli uomini / e si esaurisce nelle proprie sciocchezze” (lo scrittore e monaco statunitense Thomas Merton in “Nessun uomo è un’isola”). La vera solitudine: quella che suscitano i paesi e borghi lucani. Eppure in passato la solitudine era sconosciuta! Era tutto un pullulare di relazioni e situazioni, come l’andare con il compagno di giochi, nella parte alta del paese, a prendere il latte fresco (o sarebbe il caso di dire caldo) di mungitura dalla lattaia appena tornata dalla masseria e far rompere, talvolta, la bottiglia di vetro e temere di dirlo alla mamma. Portare la mondatura della verdura alle galline nell’aia e prendere le uova calde depositate in una vecchia “caldarella” da muratore con la paglia nel fondo. Andare in piedi senza casco davanti al nonno che guidava la Vespa arancione o, insieme ai fratellini, sul retro senza sbarre del motocarro sobbalzante negli sterrati, perché non c’erano problemi di sicurezza. Armeggiare col nonno che indossava la maschera da apicoltore fatta con materiale di recupero, vecchio cappello, zanzariera e grembiule della nonna. Raccogliere con la nonna il bucato steso ai fili nelle stradine e divertirsi nello sbatacchiare le lenzuola matrimoniali per imparare a fare le “cose dei grandi”. Osservare la vecchina minutina – chiamata da tutti per rispetto “zia”-, che sferruzzava, seduta sul rialzo del marciapiede della sua casina, con tre ferri sottili per fare calze, anche su commissione. Entusiasmarsi nel raggranellare i confetti “cannellini” sparsi per terra dopo l’uscita o il passaggio degli sposi per mangiarli di nascosto, perché non ci si preoccupava delle infezioni. Dondolarsi su una rudimentale altalena appesa a un ombreggiante albero di fico… La vita in paese di una volta, l’infanzia nel paese dei ricordi di sempre!

Oggi nel tuo paese nativo, alla spicciolata, precocemente, improvvisamente, spietatamente se ne vanno nel viaggio senza ritorno. Si annullano pezzi di memoria, persone da rincontrare, da salutare, riferimenti relazionali, momenti emozionali. È come perdere i denti: non si riesce più a essere gaiamente sorridenti. Quando muore qualcuno di tua conoscenza nel tuo paese d’origine, mentalmente ripercorri subito la strada per giungere alla sua abitazione, anche se non ci sei mai stato. Gli attribuisci modi di fare e di dire e abitudini note. E immagini che quella porta si chiuderà e al tuo ritorno ripercorrere quelle strade non sarà più lo stesso perché mancherà un incontro, un saluto, un’ombra in un paese in continuo spopolamento, in una terra depauperata di ogni risorsa, a cominciare dal dialetto. Diamo importanza anche a una semplice espressione perché non si ripeterà e nulla ci rende più ricchi e unici del patrimonio emozionale e relazionale. Non diciamo né diciamoci addio ma arrivederci!

In un piccolo paese si contano le nascite e i morti. Si contano i matrimoni e i presunti tradimenti. Si contano chi entra e chi esce da una casa e i definitivi trasferimenti. Si contano le zanelle di pietra della piazza a furia di calpestarle. Si contano chiacchiere, dicerie e pettegolezzi… Ma almeno tutti possono contare e ognuno conta qualcosa!

Il paese: ti insegna la pazienza, ti indica la parsimonia, ti invischia nella pastoia di pettegolezzi e olezzi. In un qualsiasi paese manca sempre qualcosa, per cui la parsimonia è dovuta.

Il paese d’origine: geografia sensoriale, genetica spirituale, geometria emozionale, gestualità familiare, gemme da rispolverare, gente da ricordare, genuinità da ritrovare… Anche se, poi, quando vi si torna, si trova che molto, se non tutto, è gerontico e fermo in un angolo come un geco, pronto a scappare dalla vista, ma non dalla memoria delle vene.

Cesare Pavese ne “La luna e i falò” scriveva: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Quando un paese non significa più questo perché trovi tutto cambiato, deturpato, malandato, spostato, allora ti apparti alla ricerca di qualcosa di lontano e immutato, come il sole al tramonto che, calando oltre l’orizzonte, porta tutto con sé in un’ampolla d’emozione, come una lacrima che spunta e scende solo nel cuore.

*D.SSA MARGHERITA MARZARIO

Docente, laureata con lode in Giurisprudenza e perfezionata in Legislazione minorile presso l’Università degli Studi di Bari. Cultrice di scienze umane e collaboratrice di riviste giuridiche in qualità di giurista minorile. Appassionata di lettura e scrittura,  è amministratrice dei gruppi fb: “Ricordiamo il Beato Giovanni Paolo II conoscendo i suoi insegnamenti” e “Diritti dei bambini – La nostra Costituzione”. Nata a Salandra, vive a Matera.

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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